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Il nemico dentro di noi: J.G. Ballard e la distopia del paesaggio interiore

Il nemico dentro di noi: J.G. Ballard e la distopia del paesaggio interiore

Le distopie classiche mostrano nemici esterni: lo Stato, il Partito, il Sistema. J.G. Ballard guardò altrove. Guardò dentro. E scoprì che il mostro che più dobbiamo temere siamo noi stessi — liberati dai vincoli della civiltà.


Lo scrittore che venne dal futuro

James Graham Ballard (1930-2009) non era come gli altri scrittori di fantascienza. Mentre loro immaginavano viaggi spaziali e alieni, lui esplorava i deserti della psiche. Mentre loro temevano invasioni dall’esterno, lui temeva eruzioni dall’interno. Mentre loro costruivano mondi futuri dettagliati, lui deformava il presente fino a renderlo irriconoscibile — e terribilmente familiare.

Nato a Shanghai, Ballard trascorse l’infanzia in un campo di internamento giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. Vide la civiltà crollare, vide adulti rispettabili diventare bestie, vide l’ordine dissolversi nel caos. Quella esperienza — raccontata nel romanzo autobiografico L’impero del sole — plasmò tutta la sua visione: la convinzione che la civiltà sia una pellicola sottile, che sotto di essa ribolle qualcosa di antico e pericoloso, che bastano le giuste condizioni per far emergere il mostro.

Ma il mostro di Ballard non è il totalitarismo. Non è il Grande Fratello, non è il Governo Mondiale. È qualcosa di più intimo e quindi più inquietante: è noi. I suoi romanzi mostrano persone ordinarie — architetti, medici, professionisti della classe media — che, liberati dalle costrizioni sociali, scoprono in sé stessi pulsioni di violenza, perversione, autodistruzione.

Orwell temeva che qualcuno ci togliesse la libertà. Ballard temeva cosa avremmo fatto con la libertà, una volta ottenuta.


Il condominio come giungla: High-Rise

High-Rise (Il condominio, 1975) è forse il romanzo più rappresentativo di Ballard. Un grattacielo residenziale di lusso, quaranta piani, mille appartamenti, ogni comfort immaginabile: piscine, supermercati, palestre, scuole. Un mondo autosufficiente, una città verticale per professionisti benestanti.

In pochi mesi, questo paradiso si trasforma in inferno.

Inizia con piccole cose. Guasti agli ascensori, litigi per il parcheggio, tensioni tra i piani alti (più prestigiosi) e quelli bassi (meno esclusivi). Poi i guasti si moltiplicano, i litigi diventano scontri, le tensioni diventano guerre. Gli abitanti smettono di andare a lavorare. Formano tribù. Si barricano. Si attaccano. Uccidono.

Ballard non offre spiegazioni sociologiche o politiche. Non c’è un leader malvagio, non c’è un’ideologia, non c’è nemmeno una risorsa scarsa per cui combattere. Il crollo avviene perché può avvenire — perché le condizioni lo permettono, perché la struttura del condominio (isolato, gerarchico, anonimo) catalizza qualcosa che era già lì, dormiente.

Il protagonista, il dottor Robert Laing, osserva il collasso con distacco clinico — e vi partecipa. È un uomo razionale, istruito, civile. Ma quando la civiltà cade, scopre di godere della violenza, della sporcizia, del caos. Scopre che la persona che credeva di essere era un costume, una performance. Sotto il costume c’era qualcos’altro.

“Più tardi, seduto sul balcone a mangiare il cane”, è la celebre prima frase del romanzo. Non sappiamo ancora cosa sia successo, ma sappiamo già dove finiremo: con un uomo rispettabile che mangia cani sul balcone, guardando le rovine di ciò che era la civiltà. E non sembra particolarmente turbato.

Ciò che rende High-Rise così inquietante non è la violenza in sé — altre distopie sono più esplicite. È la velocità della trasformazione. Bastano pochi mesi perché professionisti affermati regrediscano a tribù cannibali. Bastano alcuni guasti, alcune tensioni, alcune scintille. La civiltà che credevamo solida si rivela un gioco di ruolo: smettiamo di giocare, e scompare.

Ballard scrisse il romanzo ispirandosi ai nuovi complessi residenziali che stavano trasformando Londra negli anni ’70. Vedeva in quelle torri di cemento qualcosa di sinistro: l’isolamento mascherato da comunità, l’anonimato mascherato da privacy, la stratificazione sociale mascherata da convenienza architettonica. L’edificio del romanzo è progettato per essere autosufficiente — e proprio questa autosufficienza lo condanna. Quando i legami con l’esterno si spezzano, non resta nulla a contenere la dissoluzione.


L’autostrada come psiche: Crash

Se High-Rise esplora la violenza sociale, Crash (1973) esplora la perversione individuale — e lo fa con una radicalità che ancora oggi disturba.

Il romanzo immagina — o piuttosto descrive, con precisione clinica — un mondo in cui gli incidenti automobilistici sono diventati feticci sessuali. Il protagonista, chiamato “Ballard” come l’autore, incontra Vaughan, un ex scienziato informatico ossessionato dall’idea di morire in un incidente con Elizabeth Taylor. Vaughan colleziona foto di incidenti, ricrea collisioni, mette in scena crash sempre più elaborati, coinvolgendo amanti e complici.

È un romanzo quasi illeggibile per la sua intensità. Ballard descrive corpi feriti, lamiere contorte, fluidi organici e meccanici con la stessa attenzione feticistica dei suoi personaggi. Non giudica, non condanna, non spiega. Mostra.

Ma sotto la superficie scandalosa, Crash pone domande profonde. Cosa succede quando la tecnologia penetra così profondamente nelle nostre vite da riconfigurare i nostri desideri? L’automobile — simbolo di libertà, potenza, sessualità — è anche una macchina per uccidere. Ogni anno milioni di persone muoiono sulle strade, e noi lo accettiamo come prezzo del progresso. Vaughan porta questa accettazione alle sue conseguenze logiche: se il crash è inevitabile, perché non desiderarlo? Perché non farne arte, religione, sesso?

Ballard chiamava Crash “il primo romanzo pornografico basato sulla tecnologia”. Ma pornografia, qui, non significa titillazione — significa rivelazione. Mostrare ciò che normalmente nascondiamo, portare in superficie ciò che teniamo sepolto.


Il tempo come prigione: le distopie climatiche

Prima di Ballard, pochi scrittori avevano immaginato il collasso ecologico come scenario distopico. I suoi primi romanzi — Il mondo sommerso (1962), Terra bruciata (1964), Foresta di cristallo (1966) — descrivono un pianeta devastato: inondazioni, siccità, cristallizzazione. Ma non sono semplici catastrofi naturali.

In Ballard, il disastro esterno corrisponde sempre a un disastro interiore — o, più precisamente, a una liberazione interiore. I protagonisti di questi romanzi non fuggono dalla catastrofe: vi si immergono. Scelgono il mondo sommerso, il deserto, la foresta di cristallo. Trovano nella distruzione una bellezza che il mondo normale non offriva.

È una visione perturbante. Ballard sembra suggerire che desideriamo segretamente la fine — che la civiltà ci pesa, che l’ordine ci opprime, che solo nel caos troviamo qualcosa di autentico. È il contrario della narrativa di sopravvivenza convenzionale, dove gli eroi lottano per ricostruire. I protagonisti di Ballard lottano per non ricostruire — per rimanere nel disastro, per abitarlo.

Nel Mondo sommerso, il dottor Kerans nuota tra i grattacieli sommersi di Londra e sperimenta “memorie genetiche” dell’era triassica, quando i rettili dominavano la Terra. La regressione non è tragedia — è ritorno a casa. La civiltà era l’anomalia; il caos primordiale è la norma.


La violenza gratuita: Kingdom Come

L’ultimo romanzo di Ballard, Kingdom Come (2006), è forse il più profetico. Descrive un centro commerciale nelle periferie di Londra dove il consumismo si trasforma in fascismo.

Il protagonista, Richard Pearson, indaga sulla morte del padre in una sparatoria apparentemente casuale. Scopre una comunità suburbana dove il centro commerciale è diventato il centro della vita — non solo economica, ma sociale, spirituale, identitaria. Gli abitanti indossano uniformi sportive delle stesse marche, partecipano a rituali collettivi, seguono leader carismatici che predicano una forma di nazionalismo del consumo.

La violenza esplode — contro immigrati, contro outsider, contro chiunque non appartenga. Ma la violenza non è il mezzo per un fine: è il fine stesso. È intrattenimento, eccitazione, sfogo. La comunità non vuole conquistare nulla; vuole sentirsi viva, e la violenza la fa sentire viva.

Ballard scrisse Kingdom Come osservando le periferie britanniche, i centri commerciali, il calcio hooliganism, l’ascesa della cultura sportiva. Vide qualcosa che altri non vedevano: il fascismo del XXI secolo non sarebbe venuto dalla politica, ma dal consumo. Non avrebbe avuto ideologie coerenti, programmi, leader intellettuali. Avrebbe avuto marche, slogan, eventi. Sarebbe stato fascismo in infradito.

Diciotto anni dopo, guardiamo il mondo e riconosciamo il ritratto. Il tribalismo sportivo trasformato in politica. Le comunità online che si coagulano attorno a brand e identità di consumo. La violenza gratuita come spettacolo, dalle sparatorie di massa ai raid del Campidoglio. Ballard aveva visto.


Il paesaggio interiore

La chiave per comprendere Ballard è il concetto di “paesaggio interiore” (inner space) — contrapposto allo spazio esterno della fantascienza tradizionale.

Ballard non era interessato a Marte o Alpha Centauri. Era interessato alla psiche umana — alle sue profondità, alle sue patologie, ai suoi desideri nascosti. I suoi “mondi” — il condominio, l’autostrada, il centro commerciale — non sono ambientazioni neutrali: sono proiezioni, amplificazioni, mappe dell’inconscio.

“Il pianeta più alieno è la Terra”, scrisse. “Il territorio più inesplorato è quello dentro di noi.”

Questo rovesciamento è cruciale. Le distopie tradizionali descrivono società malate che corrompono individui sani. Ballard descrive individui già malati che, in certe condizioni, rivelano la loro malattia. La società non è il nemico — è lo schermo che nasconde il nemico. Quando lo schermo cade, vediamo cosa c’era sempre dietro.

È una visione freudiana, in un certo senso: la civiltà come repressione, il disagio della civiltà come prezzo della pace sociale. Ma Ballard va oltre Freud. Non rimpiange la civiltà, non la difende come male necessario. La osserva con lo stesso distacco clinico con cui osserva la barbarie. Nessuno dei due stati è più “vero” dell’altro. Sono semplicemente diverse configurazioni della psiche umana, diversi modi di essere.


Perché Ballard è diverso

Le distopie classiche — Orwell, Huxley, Atwood — sono in fondo ottimiste. Presuppongono che la natura umana sia fondamentalmente buona, e che solo sistemi malvagi la corrompano. Rimuovi il sistema, e l’umanità fiorirà. Resistere al Partito, rifiutare il soma, abbattere Gilead — e la libertà seguirà.

Ballard non condivide questo ottimismo. Per lui, la natura umana non è buona né cattiva — è plastica, capace di configurarsi in infiniti modi a seconda dell’ambiente. Mettetela in una struttura sociale stabile, e si comporterà in modo stabile. Mettetela in un condominio che si sta deteriorando, e si comporterà in modo selvaggio. Non c’è un “vero sé” da liberare — c’è solo un sé che risponde alle condizioni.

Questo rende Ballard più disturbante degli altri scrittori distopici. Non possiamo incolpare il Grande Fratello. Non possiamo aspettare la rivoluzione. Il nemico siamo noi — siamo sempre noi — e lo saremo comunque, qualunque sistema costruiremo.

Ma c’è anche qualcosa di liberatorio in questa visione. Se siamo plastici, possiamo essere riplasmati. Se le condizioni determinano il comportamento, possiamo cambiare le condizioni. Ballard non offre programmi politici o soluzioni facili. Ma offre qualcosa di più raro: una diagnosi onesta. E senza diagnosi, nessuna cura è possibile.


L’eredità: dal cyberpunk al post-internet

L’influenza di Ballard sulla cultura contemporanea è incalcolabile.

Il cyberpunk — William Gibson, Bruce Sterling — gli deve il pessimismo urbano, l’attenzione alla tecnologia come estensione del corpo, l’estetica del degrado. Crash è stato adattato in un film controverso da David Cronenberg (1996). Le serie distopiche contemporanee — da Black Mirror a The White Lotus — riprendono il suo tema centrale: persone ordinarie che, in condizioni particolari, rivelano il mostro interiore.

Ma l’eredità più profonda è concettuale. Ballard ci ha insegnato a guardare diversamente il mondo che ci circonda. I centri commerciali non sono solo luoghi di consumo — sono templi, sistemi di controllo, amplificatori di pulsioni. Le autostrade non sono solo infrastrutture — sono paesaggi psichici, zone di trasformazione. I condomini non sono solo abitazioni — sono esperimenti sociali, incubatori di possibilità terribili.

Guardiamo le nostre città, i nostri schermi, i nostri spazi, e ci chiediamo: cosa stanno facendo a noi? Cosa stiamo diventando? Cosa c’è, sotto la superficie ordinata della vita quotidiana, che aspetta solo l’occasione per emergere?

Ballard non rispondeva a queste domande. Le poneva — con la precisione chirurgica di chi ha visto l’abisso e non ha distolto lo sguardo.


«Nel passato siamo fuggiti dalla Terra per sfuggire al presente. Nel futuro, il pianeta più alieno sarà la Terra.» — J.G. Ballard


Letture di approfondimento

J.G. Ballard, Il condominio (1975)

J.G. Ballard, Crash (1973)

J.G. Ballard, L’impero del sole (1984)


Nella collana Stanza101:

La visione ballardiana — il nemico siamo noi — illumina un aspetto spesso trascurato delle distopie classiche. In 1984, il Partito è il nemico esterno — ma cosa sono i cittadini che denunciano i vicini, i figli che tradiscono i genitori, le folle che urlano ai Due Minuti d’Odio? Sono vittime del sistema, certo. Ma sono anche il sistema stesso, incarnato in corpi umani.

Democrazia Low Cost di Mario Burri può essere letto come un romanzo ballardiano mascherato da distopia politica. Il PCA non forza nessuno — crea le condizioni perché le persone si comportino in certi modi. Marco non è oppresso: è un ambiente progettato per produrre certi comportamenti. La violenza non è necessaria quando l’architettura è sufficiente.

E L’estetica del silenzio mostra Syme che abita felicemente un paesaggio interiore devastato. Ha interiorizzato il Partito così completamente che il Partito è diventato il suo mondo interiore. Non serve sorveglianza quando la psiche stessa è diventata telescreening. Ballard avrebbe riconosciuto Syme come uno dei suoi personaggi: un uomo perfettamente adattato a un ambiente patologico, che ha fatto della patologia la sua casa.


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