Nel 2006, Cormac McCarthy scrisse il romanzo più spoglio e più tenero della sua carriera. La strada racconta di un padre e un figlio che attraversano un mondo morto. Non c’è speranza di ricostruzione. Non c’è spiegazione della catastrofe. C’è solo una domanda: cosa significa restare umani quando l’umanità è finita?
Il più grande scrittore americano guarda l’abisso
Cormac McCarthy (1933-2023) era già considerato uno dei massimi scrittori americani quando pubblicò La strada (The Road). Aveva scritto Meridiano di sangue, un’epopea di violenza biblica nel West. Aveva scritto Non è un paese per vecchi, un thriller nero sulla casualità del male. Aveva vinto il National Book Award, era stato paragonato a Faulkner e Melville.
Ma La strada era diverso.
Era un romanzo scarno, quasi privo di trama, scritto in frasi brevi e spoglie. Due personaggi senza nome — l’uomo e il bambino — camminano verso sud attraverso un’America devastata da una catastrofe mai spiegata. Spingono un carrello del supermercato con i loro pochi averi. Cercano cibo, cercano riparo, cercano di non morire.
Il mondo intorno a loro è grigio. Cenere ovunque. Alberi morti. Città abbandonate. Corpi. Non ci sono animali, non ci sono piante, non c’è quasi più nulla di vivo. I pochi altri sopravvissuti sono per lo più pericolosi: bande di cannibali, predatori, disperati.
In questo scenario apocalittico, McCarthy scrisse la storia d’amore più intensa della sua carriera: l’amore tra un padre e suo figlio.
Un mondo senza perché
La prima cosa che colpisce di La strada è ciò che manca: la spiegazione.
Non sappiamo cosa sia successo. Non sappiamo se sia stata una guerra nucleare, un asteroide, un’eruzione vulcanica, un collasso ecologico. McCarthy non lo dice mai. I personaggi stessi non sembrano saperlo — o non sembrano più importargliene.
Questa omissione è deliberata. McCarthy non voleva scrivere un romanzo di fantascienza con worldbuilding dettagliato. Voleva scrivere qualcosa di più essenziale: cosa resta dell’umano quando tutto il resto è stato tolto?
Le distopie tradizionali hanno cause identificabili. Il totalitarismo in 1984, la manipolazione genetica in Il mondo nuovo, la teocrazia in Il racconto dell’ancella. Queste cause permettono la critica: se il problema è X, la soluzione è eliminare X. Possiamo immaginare una lotta, una resistenza, un dopo.
La strada non offre questo comfort. Il mondo è finito, punto. Non c’è nessuno da combattere, nessun sistema da abbattere, nessuna speranza di ricostruzione. La domanda non è “come siamo arrivati qui?” né “come ne usciamo?”. La domanda è: come viviamo adesso? Come restiamo umani nel tempo che ci resta?
Portare il fuoco
Il padre e il bambino hanno un rituale. Si dicono di essere “i buoni”, quelli che “portano il fuoco”. È una metafora — non hanno letteralmente un fuoco sacro da custodire — ma è anche qualcosa di più: una dichiarazione di identità, un voto, una fede.
Cosa significa “portare il fuoco”? Nel romanzo, significa rifiutare di diventare come gli altri sopravvissuti. Significa non uccidere per rubare. Non mangiare i morti. Non perdere la compassione. Significa restare umani anche quando l’umanità non esiste più.
Il bambino incarna questa etica in modo assoluto. È nato dopo la catastrofe — non ha memoria del mondo di prima. Eppure è lui a insistere sulla misericordia: vuole aiutare un vecchio incontrato sulla strada, vuole dare cibo a chi ha fame, vuole credere che esistano altri “buoni”. Il padre è più cinico, più pratico, più disposto a fare ciò che serve per sopravvivere. Ma è il bambino che lo tiene ancorato.
“Tu sei quello che devo custodire”, dice il padre al figlio. “Se non fosse per te, potrei essere come loro.”
È un’inversione interessante. Nelle storie di sopravvivenza tradizionali, l’adulto protegge il bambino insegnandogli a diventare duro, pratico, spietato — a fare ciò che serve. In La strada, il bambino protegge l’adulto insegnandogli a restare tenero. La sopravvivenza fisica è compito del padre. La sopravvivenza morale è compito del figlio.
La madre assente
C’è un terzo personaggio in La strada, anche se appare solo in flashback: la madre del bambino. Poco dopo la catastrofe, si è suicidata. Non ce la faceva più. Ha scelto la morte.
Il padre l’ha lasciata andare. Non l’ha fermata. Forse non poteva, forse non voleva. In una delle scene più strazianti del romanzo, ricorda le sue ultime parole: “Non parlarmi di morte. Io la personificazione della morte. Noi siamo i morti che cammineranno. Io non avrò parte di nessuno.”
È facile giudicare la madre. È facile dire che avrebbe dovuto lottare, restare per il figlio, portare il fuoco anche lei. Ma McCarthy non giudica. Mostra, invece, quanto sia comprensibile la sua scelta. In un mondo senza futuro, senza speranza, senza nemmeno la possibilità di proteggere chi ami — perché continuare?
Il padre continua per il bambino. Ma se non ci fosse il bambino? Il romanzo suggerisce che probabilmente avrebbe fatto la stessa scelta della madre. Il fuoco che porta non è suo — è del figlio. Lo custodisce in prestito.
Questo solleva una domanda che il romanzo non risolve: è la vita in sé un valore? O la vita vale solo in relazione a qualcuno, a qualcosa? Il padre vive per il figlio. Ma il figlio per chi vive? Per cosa?
La prosa dell’apocalisse
McCarthy è famoso per il suo stile: frasi lunghe e ipnotiche, punteggiatura minima, dialoghi senza virgolette. In La strada, questo stile si radicalizza ulteriormente. Le frasi diventano brevissime. I paragrafi sono frammentati. Il linguaggio stesso sembra esausto, ridotto all’osso.
“Freddo e silenzio. Le ceneri del mondo tardivo portate qua e là nel vuoto dal vento. Trasportate, disperse e trasportate ancora. Tutto scollegato dalla sua base. Sospeso nella cenere dell’aria. Sostenuto da un respiro, tremolante e breve.”
È una prosa che mima il mondo che descrive: spoglia, grigia, priva di ornamenti. Ma nella sua nudità raggiunge una strana bellezza — la bellezza delle cose essenziali, ridotte a ciò che conta.
I dialoghi tra padre e figlio sono ancora più scarni. Frasi di poche parole, ripetute come litanie.
“Stai bene? Sì. Sto bene. Dici la verità? Sì.”
In questa ripetizione c’è qualcosa di rituale, quasi religioso. Non è comunicazione informativa — è contatto, conferma di esistenza, promessa di presenza. In un mondo dove tutto crolla, il linguaggio minimo tra padre e figlio è l’ultima struttura che regge.
I cannibali e il male radicale
Non tutto è tenerezza in La strada. Ci sono scene di orrore che restano nella mente: la cantina piena di prigionieri che vengono macellati per cibo; i neonati arrostiti sullo spiedo; le bande che cacciano i viaggiatori come selvaggina.
McCarthy non risparmia nulla. Mostra il male in tutta la sua bruttezza — non per compiacimento, ma per contrasto. Se i cannibali rappresentano ciò che gli umani possono diventare, il padre e il figlio rappresentano ciò che possono scegliere di non diventare.
È una scelta, questo è il punto. I cannibali non sono mostri — sono sopravvissuti che hanno fatto scelte diverse. Hanno deciso che la sopravvivenza fisica vale più di qualsiasi limite morale. Hanno smesso di “portare il fuoco”.
Il padre è tentato. Ci sono momenti in cui la fame, la paura, la disperazione lo spingono verso il limite. Tiene una pistola con due proiettili — uno per il figlio, uno per sé — nel caso in cui vengano catturati. È pronto a uccidere il bambino piuttosto che lasciarlo ai cannibali. È questo amore o crudeltà? McCarthy non risponde. Mostra la situazione nella sua insostenibile complessità.
Il finale: passaggio del fuoco
Verso la fine del romanzo, il padre muore. Era malato da tempo — tossiva sangue, si indeboliva. Il bambino resta solo.
Ma non del tutto solo. Una famiglia lo trova — un uomo, una donna, due bambini. Sembrano “buoni”. Lo accolgono. La donna gli parla di Dio.
È un finale ambiguo. Da un lato, offre speranza: il bambino non morirà, non sarà solo, forse c’è un futuro. Dall’altro, non sappiamo nulla di questa famiglia. Possiamo fidarci? Sopravviveranno? Il mondo è comunque finito — cosa cambia se il bambino vive qualche anno in più?
McCarthy lascia al lettore la scelta. Puoi leggere il finale come redenzione — il fuoco è stato passato, l’umanità continua. Oppure puoi leggerlo come illusione — una pausa prima dell’inevitabile fine.
Ma forse la distinzione non conta. Il padre ha portato il fuoco finché ha potuto. Ora tocca ad altri. Non importa quanto durerà — importa che sia stato portato. L’atto di restare umani ha valore in sé, indipendentemente dal risultato.
Oltre la distopia: una teodicea negativa
La strada è stata letta come distopia, come romanzo post-apocalittico, come storia di sopravvivenza. Ma McCarthy stesso disse che era qualcos’altro: una meditazione sulla paternità, scritta pensando al suo giovane figlio.
“Volevo scrivere di mio figlio”, disse. “Di cosa significa amarlo, proteggerlo, prepararlo per un mondo che non capisco.”
In questo senso, La strada trascende il genere. La catastrofe è una metafora — o forse no, forse è letterale, forse entrambe le cose. Ciò che conta è la relazione: un padre che guarda suo figlio e si chiede cosa lasciargli, come prepararlo, come amarlo in un mondo che non offre garanzie.
È una domanda universale. Tutti i genitori la affrontano, in forme diverse. Il mondo è sempre pericoloso, sempre incerto, sempre potenzialmente ostile. Cosa possiamo dare ai nostri figli? Non sicurezza — non possiamo prometterla. Non felicità — non dipende da noi. Possiamo dare solo ciò che il padre dà al bambino: presenza, amore, e il fuoco — qualunque cosa sia.
L’ultima distopia
La strada è, in un certo senso, l’ultima distopia possibile. Dopo il collasso totale, non c’è più nulla da temere — se non noi stessi.
Le distopie precedenti immaginavano futuri terribili per avvertirci: non fate questo, altrimenti finirete così. La strada non avverte. Constata. Il mondo è finito. La domanda non è come evitarlo — è come viverlo.
E la risposta di McCarthy è stranamente consolante. Non nella trama — che è disperata — ma nella visione. Anche alla fine di tutto, dice, c’è qualcosa che vale. L’amore tra padre e figlio. La scelta di restare umani. Il fuoco che passa di mano in mano.
Forse è poco. Forse non basta. Ma è tutto ciò che abbiamo — ed è sempre stato tutto ciò che abbiamo. La catastrofe non ha tolto nulla che non fosse già precario. Ha solo reso visibile ciò che era sempre vero: siamo fragili, siamo mortali, siamo soli nel buio. E portiamo il fuoco lo stesso.
«Lui sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui la parola di Dio, Dio non ha mai parlato.» — Cormac McCarthy, La strada
Letture di approfondimento
Cormac McCarthy, La strada (2006)
Cormac McCarthy, Meridiano di sangue (1985)
John Hillcoat, The Road (film, 2009)
Nella collana Stanza101:
La strada rappresenta il grado zero della distopia: non c’è più sistema da criticare, non c’è più società da riformare, non c’è più futuro da costruire. È il punto a cui tutte le altre distopie potrebbero arrivare — il fondo del pozzo.
Ma è anche, paradossalmente, il punto da cui le altre distopie traggono significato. Perché lottiamo contro il Grande Fratello in 1984? Perché resistiamo al PCA in Democrazia Low Cost? Perché preserviamo le parole nel Dizionario delle Ombre? Per evitare questo — il mondo grigio, la cenere, la fine.
O forse no. Forse lottiamo perché portare il fuoco è ciò che siamo. Il padre di McCarthy non lotta per vincere — sa che non può vincere. Lotta perché è l’unica cosa che sa fare, l’unica cosa che ha senso fare, l’unica cosa che lo rende umano.
E L’estetica del silenzio pone la domanda finale: Syme porta il fuoco? Credeva di sì, probabilmente. Credeva di costruire, di contribuire, di avere uno scopo. Ma il suo fuoco era quello del Partito — un fuoco che brucia le parole invece di illuminarle. Forse il vero crimine del Partito non è la sorveglianza né la violenza. È convincere le persone di portare il fuoco mentre in realtà lo spengono.
McCarthy, con la sua prosa di cenere, ci ricorda che il fuoco è fragile. Può spegnersi. Può essere rubato, corrotto, trasformato nel suo opposto. Ma può anche essere passato — di mano in mano, di generazione in generazione, attraverso il buio. Non sappiamo se basta. Non sappiamo se serve. Sappiamo solo che è ciò che facciamo, noi umani, quando siamo al nostro meglio. Portiamo il fuoco. E speriamo che qualcuno lo raccolga.



