Nel 1995, un romanziere portoghese immaginò un’epidemia di cecità che colpisce un’intera città. Non è cecità nera — è bianca, un mare di latte in cui tutti annegano. Cecità è il romanzo più fisico, più brutale, più necessario della letteratura distopica recente. Perché non parla di tecnologia o politica — parla di noi.
Lo scrittore che arrivò tardi
José Saramago (1922-2010) pubblicò il suo primo romanzo a cinquant’anni, divenne famoso a sessanta, vinse il Nobel a settantasei. Fu un caso di fioritura tardiva — o forse di pazienza: Saramago sapeva cosa voleva dire, e aspettò di avere la voce per dirlo.
Quella voce era inconfondibile. Frasi lunghe chilometri, senza punti, con virgole che si susseguono come respiri. Dialoghi senza virgolette, fusi nella narrazione. Maiuscole usate con parsimonia — spesso i nomi propri non ne hanno. È uno stile che richiede abbandono: non puoi leggere Saramago velocemente, devi lasciarti trasportare dal flusso.
Ensaio sobre a Cegueira (Cecità, 1995) usa questo stile per raccontare qualcosa di terribile: il collasso della civiltà in tempo reale, visto attraverso occhi che non vedono più.
L’epidemia
Inizia senza preavviso. Un uomo fermo al semaforo, all’improvviso, non vede più. Non il nero della cecità comune — un bianco latteo, luminoso, totale. “È come essere immersi nel latte”, dice.
L’oftalmico che lo visita diventa cieco. La moglie dell’oftalmologo, la ragazza dagli occhiali scuri, il vecchio con la benda nera, il bambino strabico — uno dopo l’altro, contagiati da un contatto che nessuno capisce. La cecità bianca si diffonde esponenzialmente, come un virus.
Le autorità reagiscono come le autorità reagiscono sempre: quarantena. I ciechi vengono rinchiusi in un ex-manicomio, sorvegliati da soldati terrorizzati che hanno ordine di sparare a chi tenta di uscire. Cibo consegnato attraverso le porte, niente medici, niente aiuto. Conteneteli finché capiamo cosa succede.
Ma non capiranno mai cosa succede. E la cecità continua a diffondersi, dentro il manicomio e fuori, finché l’intera città — forse l’intero paese, forse il mondo — è cieca.
La donna che vedeva
C’è una sola eccezione: la moglie del medico. Non sa perché, ma la cecità non la colpisce. Per non essere separata dal marito, finge di essere cieca e lo accompagna nel manicomio.
È lei la vera protagonista — l’unica che può vedere, e quindi l’unica che può testimoniare. E ciò che vede è la dissoluzione dell’umanità.
Saramago non risparmia nulla. La sporcizia, gli escrementi, i corpi. La fame che spinge a rubare, la paura che spinge a uccidere. Un gruppo di ciechi che si impadronisce del cibo e lo scambia prima per oggetti di valore, poi — quando gli oggetti non servono più — per le donne. Lo stupro di massa, raccontato senza compiacimento ma senza eufemismo.
La moglie del medico vede tutto. Vede l’umanità ridotta a animali — anzi, peggio degli animali, perché gli animali non umiliano per piacere. Vede la civiltà scomparire non per attacco esterno, non per decisione politica, ma per semplice impossibilità di mantenerla quando nessuno vede più.
E continua a vedere, anche quando vorrebbe chiudere gli occhi.
Senza nomi
I personaggi di Cecità non hanno nomi. Sono identificati da caratteristiche: il primo cieco, la moglie del primo cieco, il medico, la moglie del medico, la ragazza dagli occhiali scuri, il vecchio con la benda nera, il bambino strabico.
È una scelta che universalizza. Questi non sono individui specifici — sono tipi, rappresentanti dell’umanità. Potremmo essere noi. In circostanze simili, saremmo noi.
Ma è anche una scelta che riflette la cecità. Quando non vedi, i nomi perdono senso. Non puoi indicare qualcuno, non puoi riconoscerlo a vista. Resti con le voci, i corpi, le funzioni. L’identità si riduce a ciò che fai: sei quello che ruba il cibo, quella che guida gli altri, quello che uccide.
Saramago, ateo militante, comunista dichiarato, non credeva nell’anima immortale. Credeva che siamo ciò che facciamo — e che ciò che facciamo dipende dalle circostanze molto più di quanto vorremmo ammettere. Metti persone normali in condizioni anormali, e vedrai cosa sono veramente. O meglio: vedrai cosa diventano.
La discesa
Il manicomio è un inferno — ma un inferno ordinato rispetto a ciò che viene dopo.
Quando i ciechi finalmente escono — i soldati sono fuggiti o morti, le porte non sono più sorvegliate — trovano una città devastata. Tutti sono ciechi. Le strade sono piene di rifiuti, di carcasse di animali, di corpi umani. Non c’è acqua corrente, non c’è elettricità, non c’è cibo nei negozi. I supermercati sono stati saccheggiati, le case abbandonate.
Il piccolo gruppo — il medico, la moglie del medico, e gli altri che si sono aggregati — cerca di sopravvivere. La moglie guida, letteralmente: tiene una corda, gli altri si aggrappano, cammina attraverso le macerie cercando acqua, cibo, rifugio. È la loro unica speranza — e sa che se qualcosa le succedesse, morirebbero tutti.
Saramago descrive la fame con precisione clinica. Il sapore di carne cruda trovata in un frigorifero spento. La ricerca di cantine dove potrebbero esserci scorte dimenticate. La decisione di uccidere i cani randagi — non per cattiveria, ma perché i cani hanno iniziato a mangiare i cadaveri, e presto potrebbero mangiare i vivi.
Non c’è redenzione melodrammatica. Non c’è eroismo tranne quello minimo della sopravvivenza. C’è solo il tentativo quotidiano di restare umani — e la domanda se sia ancora possibile.
La violenza degli innocenti
Una delle scene più terribili del romanzo è la vendetta.
Nel manicomio, un gruppo di ciechi — guidati da uno che ha una pistola — aveva sequestrato il cibo e imposto un tributo: prima oggetti, poi le donne. Le donne erano state stuprate, ripetutamente, mentre il resto del manicomio sopportava in silenzio perché non c’era alternativa.
A un certo punto, le donne decidono che c’è un’alternativa. La moglie del medico — l’unica che vede — uccide il capo dei violentatori con le forbici. Poi qualcuno dà fuoco al manicomio. Nel caos, molti muoiono — non solo i violentatori, ma anche innocenti intrappolati nelle fiamme.
È giustizia? È vendetta? È omicidio? Saramago non giudica. Mostra. Mostra che le vittime possono diventare carnefici, che la violenza subita genera violenza inflitta, che in condizioni estreme le categorie morali si confondono.
“Chi di noi è innocente?”, sembra chiedere. Chi può dire cosa avrebbe fatto?
Il ritorno della vista
Alla fine del romanzo, improvvisamente come era iniziata, la cecità finisce. Il primo cieco, seduto in casa, all’improvviso vede di nuovo. Poi gli altri, uno dopo l’altro. La città si risveglia dalla nebbia bianca.
Non c’è spiegazione — come non c’era stata spiegazione per l’epidemia. Saramago rifiuta la logica del thriller medico, dove gli scienziati trovano la cura e salvano il mondo. La cecità arriva, la cecità se ne va. Non sappiamo perché.
Ma il ritorno della vista non è un lieto fine. Cosa vedranno, quando vedranno? Le rovine, i corpi, le macerie. La memoria di ciò che hanno fatto e subito. Il mondo che dovrà essere ricostruito — e la consapevolezza che potrebbe crollare di nuovo.
“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo”, dice la moglie del medico nelle ultime pagine. “Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”
È la chiave del romanzo. La cecità fisica era metafora di una cecità più profonda — la cecità morale, sociale, esistenziale. Non vediamo i poveri nelle nostre città. Non vediamo le conseguenze delle nostre azioni. Non vediamo l’altro come persona. Siamo ciechi — e lo eravamo anche prima dell’epidemia.
Perché non è fantascienza
Cecità non è fantascienza. Non c’è tecnologia, non c’è spiegazione scientifica, non c’è worldbuilding elaborato. L’epidemia è impossibile — nessun contagio funziona così, nessuna cecità è bianca e luminosa. Saramago non si preoccupa del realismo medico.
Perché non è quello il punto. Cecità è un esperimento mentale: cosa succederebbe se, improvvisamente, perdessimo la capacità di vedere? Non nel senso letterale — nel senso metaforico. Cosa succederebbe se le strutture che ci permettono di vivere insieme crollassero? Se le convenzioni che chiamiamo “civiltà” svanissero?
La risposta di Saramago è cupa ma non cinica. Sì, la civiltà è fragile. Sì, in condizioni estreme facciamo cose terribili. Ma c’è anche la moglie del medico che guida i ciechi, le donne che si sostengono a vicenda, il vecchio che racconta storie per tenere viva la speranza. L’umanità non è solo la violenza che emerge quando i vincoli cadono — è anche la solidarietà che resiste nonostante tutto.
Saramago moralista
Saramago era un moralista — nel senso migliore del termine. Credeva che la letteratura dovesse porre domande etiche, disturbare le coscienze, costringere il lettore a confrontarsi con verità scomode.
“Non scrivo per consolare”, disse una volta. “Scrivo per inquietare.”
Cecità è profondamente inquietante. Non offre vie d’uscita, non offre soluzioni, non offre nemmeno la catarsi della tragedia classica. Ti lascia con le immagini — il manicomio, le strade, i corpi — e con le domande. Cosa faresti tu? Chi saresti tu?
È una letteratura che chiede responsabilità. Non nel senso di colpa — Saramago non moralizza dall’alto — ma nel senso di risposta. Hai letto, hai visto, ora sai. Cosa fai con questa conoscenza?
Sequel e eredità
Nel 2004, Saramago pubblicò Ensaio sobre a Lucidez (Saggio sulla lucidità), un seguito ambientato nella stessa città — mai nominata — alcuni anni dopo l’epidemia di cecità. È un romanzo diverso, più politico: alle elezioni, la maggioranza dei cittadini vota scheda bianca, e il governo reagisce con repressione paranoica.
Il legame con Cecità è tematico più che narrativo. In entrambi i casi, Saramago esplora cosa succede quando il normale si rompe — quando le persone smettono di comportarsi come ci si aspetta, quando il sistema perde il controllo.
L’eredità di Cecità va oltre i sequel. Il romanzo ha influenzato scrittori, registi (un adattamento cinematografico uscì nel 2008), pensatori. Durante la pandemia COVID, è stato riscoperto e riletto — perché parlava, in modo obliquo ma potente, di ciò che stavamo vivendo: l’isolamento, la paura, la fragilità delle strutture che davamo per scontate.
La domanda finale
Cecità termina con una domanda, non con una risposta.
La vista è tornata. La città dovrà essere ricostruita. Ma chi la ricostruirà? Gli stessi che l’hanno distrutta? Con le stesse strutture, le stesse gerarchie, le stesse cecità?
Saramago era pessimista sull’umanità come specie — credeva che fossimo capaci di atrocità infinite. Ma era ottimista sugli individui — credeva che, uno per uno, potessimo scegliere diversamente. La moglie del medico sceglie di vedere, anche quando vedere fa male. Sceglie di aiutare, anche quando aiutare costa. Sceglie di restare umana, anche quando l’umanità intorno a lei crolla.
È una scelta. È sempre una scelta. Questa è la lezione di Cecità — non che siamo destinati alla barbarie, ma che la barbarie è sempre un’opzione, e dobbiamo scegliere, ogni giorno, di non prenderla.
“Secondo me lo siamo”, dice la moglie del medico. Ciechi che vedono.
Ma almeno lei sa di esserlo. E sapere è il primo passo per vedere davvero.
«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.» — José Saramago, Cecità
Letture di approfondimento
José Saramago, Cecità (1995)
José Saramago, Saggio sulla lucidità (2004)
José Saramago, Il Vangelo secondo Gesù Cristo (1991)
Nella collana Stanza101:
Saramago offre una distopia diversa da tutte le altre in questo Confessionale. Non c’è tecnologia, non c’è politica, non c’è sistema da criticare. C’è solo l’umanità — nuda, fragile, capace del peggio e del meglio.
1984 mostra cosa può fare il potere agli individui. Cecità mostra cosa possono fare gli individui quando il potere scompare. Sono visioni complementari: Orwell temeva l’oppressione; Saramago temeva il vuoto. Entrambi avevano ragione.
Democrazia Low Cost di Mario Burri è, in un certo senso, l’opposto di Cecità. Il PCA è un sistema che funziona troppo bene — che vede tutto, classifica tutto, controlla tutto. Ma cosa succederebbe se il PCA crollasse? Se i server si spegnessero, se i punti non contassero più, se i cittadini dovessero improvvisamente cavarsela senza la struttura che dava senso alle loro vite? Saramago ci suggerisce una risposta — e non è rassicurante.
E L’estetica del silenzio mostra un altro tipo di cecità: la cecità volontaria di chi sceglie di non vedere. Syme potrebbe capire cosa sta facendo — è intelligente, è colto, ha gli strumenti. Ma sceglie di non vedere, perché vedere sarebbe insostenibile. È la cecità che Saramago descrive nella sua ultima riga: “ciechi che, pur vedendo, non vedono.”



