Nato a Lecco nel 1969, Matteo Bavestrelli incarna la figura dell’intellettuale “artigiano”, capace di muoversi con la medesima precisione tra la materia cromatica della pittura e la struttura semantica della traduzione. Cresciuto artisticamente sotto la guida di Giorgio Somalvico, Bavestrelli ha fatto dell’indipendenza dai circuiti accademici e commerciali una precisa scelta di campo, vedendo nell’arte e nella lingua strumenti di indagine della realtà e, soprattutto, di resistenza.
Sebbene la sua ricerca pittorica — focalizzata su un figurativismo introspettivo e lontano dalle mode — ne abbia definito i primi decenni di carriera, è nell’attività di traduttore editoriale che Bavestrelli ha trovato una nuova, potente forma di espressione. Il suo contributo più significativo e discusso è certamente la nuova traduzione di “1984” di George Orwell, pubblicata da VOVEO editore. In un’epoca di riscritture edulcorate, il lavoro di Bavestrelli su questo classico è stato guidato da una volontà di radicale fedeltà allo spirito originale: una resa della Neolingua e del potere totalitario che non concede nulla al “politicamente corretto” o alla fluidità letteraria fine a se stessa. Per Bavestrelli, tradurre Orwell oggi significa restituire al lettore la cruda violenza del pensiero unico, un compito che richiede la sensibilità dell’artista e il rigore del filologo.
Oggi vive e lavora a Milano, continuando a intrecciare la traduzione di testi di rottura con una pittura che, proprio come la sua scrittura, punta a scrostare le apparenze per rivelare l’essenza delle cose.