George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, nacque il 25 giugno 1903 a Motihari, in India, dove il padre lavorava come funzionario dell’amministrazione coloniale britannica. Trasferitosi in Inghilterra da bambino, studiò a Eton ma rinunciò all’università per arruolarsi nella Polizia Imperiale in Birmania. Quell’esperienza, che lo mise di fronte alle brutalità del colonialismo, segnò profondamente la sua coscienza politica.
Tornato in Europa nel 1927, scelse la vita da scrittore e attraversò anni di povertà volontaria tra Parigi e Londra, raccontati nel suo primo libro “Senza un soldo a Parigi e a Londra” (1933). Seguirono romanzi come “Giorni in Birmania” e “Fiorirà l’aspidistra”, in cui analizzava con sguardo impietoso la società inglese e i suoi meccanismi di classe.
Nel 1936 partì per la Spagna per combattere contro il franchismo nelle file del POUM, milizia marxista antistalinista. Ferito alla gola da un cecchino e testimone delle purghe staliniste contro gli anarchici, maturò quell’avversione al totalitarismo sovietico che avrebbe ispirato le sue opere maggiori.
“La fattoria degli animali” (1945), allegoria satirica dello stalinismo, gli diede fama mondiale. “1984” (1949), scritto mentre era già malato di tubercolosi, divenne il romanzo distopico per eccellenza, introducendo concetti come il Grande Fratello, il bipensiero e la neolingua nel lessico comune.
Orwell morì a Londra il 21 gennaio 1950, a soli 46 anni. Lasciò un’eredità intellettuale immensa: i suoi scritti sulla manipolazione del linguaggio, la propaganda e il potere restano straordinariamente attuali.
L’aggettivo “orwelliano” è oggi sinonimo di controllo totalitario e distorsione della verità.