Nel 2005, Kazuo Ishiguro scrisse un romanzo su cloni allevati per essere smembrati. Non c’è violenza esplicita. Non c’è tiranno visibile. Non c’è ribellione. Eppure Non lasciarmi è forse la distopia più inquietante mai scritta — perché mostra come gli oppressi possano collaborare alla propria distruzione.
Una storia d’amore in un mattatoio
Non lasciarmi (Never Let Me Go) si presenta inizialmente come un romanzo di formazione britannico. Tre amici — Kathy, Tommy e Ruth — crescono insieme a Hailsham, un collegio nella campagna inglese. Giocano, studiano, si innamorano, litigano, si riconciliano. I loro problemi sembrano quelli di qualsiasi adolescente: gelosie, insicurezze, il desiderio di essere accettati.
Ma qualcosa non torna. I “guardiani” (mai chiamati insegnanti) parlano in modo strano del futuro degli studenti. L’arte viene raccolta con reverenza quasi religiosa, ma nessuno spiega perché. Ci sono allusioni a “donazioni” e “completamenti” che restano opache. E nessuno studente ha genitori, famiglia, passato.
La verità emerge lentamente, per frammenti. Gli studenti di Hailsham sono cloni, creati in laboratorio da DNA di persone normali. Sono stati allevati con un unico scopo: donare i loro organi vitali agli “originali” — le persone vere, quelle che contano. Inizieranno a “donare” verso i vent’anni. Dopo la terza o quarta donazione, “completeranno” — moriranno.
Ishiguro non rivela questo orrore con un colpo di scena. Lo fa emergere gradualmente, quasi casualmente, come se fosse un fatto ovvio che non merita drammatizzazione. E questa è la sua scelta più devastante: trattare l’atrocità come normalità. Per Kathy e i suoi amici, questo è il mondo. Non ne conoscono un altro. Non immaginano di poter vivere diversamente.
L’assenza di ribellione
Ecco il mistero al cuore del romanzo: perché non si ribellano?
Non ci sono recinzioni a Hailsham. Non ci sono guardie armate. I cloni, una volta adulti, vivono in relativa libertà — possono viaggiare, avere relazioni, lavorare come “assistenti” di altri donatori. Potrebbero scappare. Potrebbero nascondersi. Potrebbero, almeno, provare.
Non lo fanno. Mai. L’idea stessa non sembra attraversarli.
Questo è ciò che rende Non lasciarmi così diverso dalle distopie tradizionali. In 1984, Winston resiste — fallisce, ma resiste. In Il racconto dell’ancella, Offred sogna la fuga — anche quando non agisce, la ribellione esiste come possibilità nella sua mente. I protagonisti di Huxley e Zamjatin mettono in discussione il sistema, anche se non riescono a sfuggirgli.
Kathy, Tommy e Ruth non mettono in discussione nulla. Accettano il loro destino con la stessa naturalezza con cui accettiamo di invecchiare e morire. Il sistema non ha bisogno di reprimerli perché li ha formati — ha plasmato la loro identità, i loro desideri, i loro orizzonti di possibilità.
Ishiguro disse in un’intervista: “Non volevo scrivere una storia su persone che lottano per la libertà. Volevo scrivere su persone che non sanno nemmeno di non essere libere.”
Hailsham: l’educazione come programmazione
La chiave è Hailsham. È un esperimento — scopriamo verso la fine — condotto da riformatori ben intenzionati che volevano dimostrare che i cloni hanno un’anima. I guardiani raccoglievano l’arte degli studenti per esporla, per provare al mondo che questi esseri erano pienamente umani, capaci di creatività, emozione, bellezza.
Ma Hailsham è anche, inevitabilmente, una fabbrica di compliance. Gli studenti vengono preparati al loro destino fin dall’infanzia. Non con brutalità — con gentilezza. Con allusioni vaghe che diventano gradualmente più chiare. Con l’esempio dei “donatori” più grandi che accettano serenamente il loro ruolo. Con un’educazione che non include mai la parola “fuga”.
La scena più inquietante del romanzo è un discorso di Miss Lucy, una guardiana che rompe il protocollo e dice agli studenti la verità esplicita: sarete smembrati, non avrete carriere né futuro, siete stati creati per morire. Gli studenti ascoltano. Annuiscono. Poi tornano ai loro giochi. La verità non li libera — perché non hanno un framework per elaborarla come ingiustizia.
Miss Lucy viene allontanata poco dopo. Il sistema non tollera la verità esplicita — non perché tema la ribellione, ma perché la verità esplicita è inutile. Gli studenti sanno già tutto ciò che devono sapere. Sanno che doneranno, sanno che completeranno. Non hanno bisogno che qualcuno glielo gridi. Hanno bisogno — credono i riformatori — di un ambiente gentile che renda accettabile l’inaccettabile.
La speranza del “differimento”
L’unica forma di resistenza che Kathy e Tommy tentano non è la fuga — è il “differimento”. Una leggenda circola tra i cloni: se due donatori si amano veramente, possono ottenere qualche anno in più insieme prima di iniziare le donazioni. Devono dimostrare il loro amore — forse attraverso l’arte, forse in qualche altro modo — a “Madame”, la misteriosa figura che raccoglieva le opere di Hailsham.
Kathy e Tommy, finalmente insieme dopo anni di relazione tormentata con Ruth, decidono di provarci. È il momento più vicino a una ribellione in tutto il romanzo. Ma cosa chiedono? Non la libertà. Non la vita. Solo un po’ più di tempo. Qualche anno. Rimandare l’inevitabile.
Il confronto con Madame e con Miss Emily (l’ex direttrice di Hailsham) è straziante. Le due donne spiegano che il differimento non è mai esistito. Era una leggenda, una speranza che i cloni si erano costruiti da soli. Hailsham stesso è stato chiuso — i riformatori hanno perso la battaglia politica, il mondo ha deciso che è più comodo non pensare ai cloni come esseri umani.
Tommy reagisce con un urlo — l’unico momento di rabbia autentica del romanzo. Poi torna calmo. Accetta. Inizia le donazioni. Completa dopo la quarta.
Kathy racconta tutto questo dalla prospettiva di qualche anno dopo, mentre si prepara a diventare donatrice lei stessa. La sua voce è tranquilla, nostalgica, quasi serena. Non c’è amarezza. Non c’è accusa. Solo ricordi di un amore perduto, di un’amicizia complicata, di un tempo — Hailsham — che nonostante tutto ricorda con affetto.
È questa serenità che devasta il lettore.
Noi siamo i cloni
La domanda che Ishiguro pone — ma non direttamente, mai direttamente — è: perché ci indigniamo?
Ci indigniamo perché i cloni sono esseri umani trattati come risorse. Ci indigniamo perché vengono uccisi per prolungare la vita di altri. Ci indigniamo perché accettano senza lottare.
Ma noi — noi lettori, noi persone “vere” — siamo davvero così diversi?
Ishiguro ha detto che il romanzo non riguarda la clonazione o la bioetica. Riguarda la mortalità, la finitudine, il modo in cui tutti noi affrontiamo il fatto che moriremo. “I cloni sanno approssimativamente quando moriranno”, disse. “Noi no. Ma entrambi dobbiamo affrontare la stessa domanda: come vivere sapendo che finirà?”
C’è di più. I cloni accettano il loro destino perché sono stati educati ad accettarlo, perché non vedono alternative, perché il sistema ha plasmato i loro desideri prima ancora che potessero desiderare. Ma anche noi siamo stati “educati” — da famiglie, scuole, media, istituzioni. Anche noi accettiamo cose che, viste dall’esterno, potrebbero sembrare mostruose. Anche noi non ci ribelliamo a ingiustizie che abbiamo interiorizzato come “normali”.
Pensiamo ai lavoratori che accettano condizioni degradanti perché “così funziona il mercato”. Ai consumatori che ignorano lo sfruttamento dietro i loro prodotti perché “non posso cambiare il sistema”. Ai cittadini che sopportano sorveglianza crescente perché “non ho nulla da nascondere”. Non siamo stati programmati come i cloni di Hailsham — ma siamo stati formati, socializzati, normalizzati.
La distopia di Ishiguro non è un avvertimento sul futuro. È uno specchio del presente.
La gentilezza come strumento di dominio
Ciò che rende Non lasciarmi così diverso dalle altre distopie è l’assenza di crudeltà esplicita.
In 1984, c’è la Stanza 101. In Arancia meccanica, c’è la Tecnica Ludovico. Nel Racconto dell’ancella, ci sono esecuzioni pubbliche e stupri ritualizzati. Queste distopie mostrano il potere nel suo aspetto brutale — e la brutalità, paradossalmente, è quasi rassicurante. Possiamo indignarci. Possiamo identificare il nemico. Possiamo immaginare la resistenza.
A Hailsham non c’è nulla di tutto questo. I guardiani sono gentili. L’ambiente è confortevole. Gli studenti sono trattati con rispetto, persino con affetto. L’unica forma di violenza è l’assenza: l’assenza di verità complete, l’assenza di alternative, l’assenza della possibilità stessa di pensare diversamente.
Ishiguro mostra che il dominio più efficace non è quello che schiaccia — è quello che cura. Il potere che ti convince di essere amato è molto più difficile da combattere del potere che ti fa paura. Il carceriere che ti sorride è più pericoloso di quello che ti tortura.
Huxley aveva intuito qualcosa di simile con il soma e il condizionamento. Ma Ishiguro va oltre. Nel Mondo nuovo, il sistema produce piacere artificiale. A Hailsham, il sistema produce normalità. I cloni non sono felici nel senso drogato degli abitanti del Mondo Nuovo. Sono semplicemente… adattati. Vivono le loro vite, con le loro gioie e i loro dolori, senza mai mettere in discussione il framework.
È il ritratto più realistico del potere contemporaneo. Non ci opprime con la forza — ci forma con la cultura. Non ci proibisce di ribellarci — ci rende incapaci di immaginare la ribellione.
L’arte come prova dell’anima (e il suo fallimento)
Un tema centrale del romanzo è l’arte. A Hailsham, gli studenti sono incoraggiati a creare: disegni, poesie, sculture. Le opere migliori vengono selezionate per la “Galleria” di Madame. Nessuno spiega perché.
La rivelazione arriva nel confronto finale. I guardiani volevano dimostrare al mondo che i cloni hanno un’anima — e l’arte, tradizionalmente, è considerata prova di interiorità. Se un clone può creare bellezza, allora deve avere coscienza, sentimenti, umanità.
Ma l’esperimento è fallito. Non perché i cloni non creassero arte — lo facevano. Ma perché il mondo non voleva vedere. “Come puoi chiedere a un mondo che dipende dalla clonazione di riconoscere che i cloni sono umani?”, dice Miss Emily. “Preferivano non sapere.”
È una riflessione amara sul ruolo dell’arte e della testimonianza. I riformatori credevano che bastasse dimostrare l’umanità dei cloni per fermare lo sfruttamento. Si sbagliavano. La prova era lì, ma nessuno voleva guardarla. L’arte può testimoniare — ma non può forzare il riconoscimento.
Pensiamo a quante testimonianze ignoriamo. I reportage sui campi profughi, le fotografie dei bambini morti, le storie degli sfruttati. L’arte documenta, racconta, urla. E noi cambiamo canale, scorriamo oltre, torniamo alle nostre vite. Non perché siamo mostri — perché guardare davvero ci costringerebbe ad agire. E agire è difficile.
Il peso dei ricordi
Il romanzo è narrato da Kathy in prima persona, come un lungo ricordo. È una voce particolare: pacata, riflessiva, piena di digressioni (“non so se ricordo bene, ma mi sembra che…”). Kathy non racconta per denunciare — racconta per preservare. Per non dimenticare Hailsham, Tommy, Ruth. Per dare senso a una vita che sta per finire.
C’è qualcosa di profondamente umano in questo impulso. Di fronte alla morte — e Kathy sa che la sua è imminente — ciò che resta sono i ricordi. Le relazioni. I momenti. Anche in una vita mutilata, abbreviata, strumentalizzata, c’è stato qualcosa che valeva la pena vivere.
Questo è il paradosso che Ishiguro ci presenta. Kathy non ha avuto una vita piena nel senso che intendiamo noi. Non ha avuto figli, carriera, vecchiaia. Ma ha amato, ha sofferto, ha sperato. Ha vissuto — in modo limitato, ingiusto, ma ha vissuto. E i suoi ricordi hanno valore, per lei se non per il mondo.
È un’affermazione della dignità umana — ma anche una domanda inquietante. È sufficiente? Possiamo accontentarci delle briciole che il sistema ci lascia? O c’è un punto in cui la resilienza diventa complicità, l’adattamento diventa resa, il trovare senso diventa negazione?
Ishiguro non risponde. Ci lascia con Kathy che guarda un campo, pensando a Tommy, preparandosi a donare. È un’immagine di pace — o di sconfitta. Forse sono la stessa cosa.
«Ci teniamo aggrappati ai nostri ricordi con tanta forza perché sono tutto ciò che abbiamo.» — Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi
Letture di approfondimento
Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi (2005)
Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno (1989)
Mark Romanek, Non lasciarmi (film, 2010)
Nella collana Stanza101:
La “distopia gentile” di Ishiguro illumina un aspetto centrale di Democrazia Low Cost di Mario Burri. Il PCA non opprime con la forza — seduce con i punti, i badge, i livelli. Marco Ferretti non è incatenato; è incentivato. Come Kathy, non immagina alternative perché il sistema ha formato i suoi desideri prima che potesse desiderare. E come Kathy, collabora — non per paura, ma perché non sa fare altrimenti.
Il confronto con 1984 è illuminante. Winston viene spezzato nella Stanza 101 — ma prima di essere spezzato, resisteva. Aveva una coscienza che il Partito doveva distruggere. I cloni di Hailsham non hanno nulla da distruggere. Sono già allineati. Il potere perfetto non è quello che schiaccia la resistenza — è quello che la previene.
E L’estetica del silenzio mostra Syme come il clone perfetto del Partito: entusiasta, produttivo, incapace di immaginare alternative. Syme ama il suo lavoro. I cloni di Hailsham amano i loro ricordi. In entrambi i casi, l’amore è reale — e l’amore è parte del sistema. Forse è questa la distopia più perfetta: non quella che ci fa soffrire, ma quella che ci fa amare le nostre catene.



