Milano, 2057. Un manoscritto emerge da un'intercapedine murata durante lavori di ristrutturazione in zona Isola. Nessuna firma, nessuna data. Solo un biglietto: "Per chi verrà dopo. Se questo esiste ancora, significa che non hanno vinto del tutto."
Insieme ai fogli, un libro consunto — L'estetica del Silenzio — di cui restano solo frammenti. Chi abbia scritto questo dizionario rimane un mistero. Ma l'intento è chiaro: preservare 136 parole che qualcuno ha ritenuto necessario salvare dall'oblio.
In 1984, George Orwell immaginava un regime che eliminava i concetti cancellando le parole. La Neolingua non era censura: era chirurgia preventiva del pensiero.
Questo Dizionario delle Ombre documenta l'opposto: un catalogo di parole comuni — libertà, verità, memoria, bellezza, fiducia — che stanno subendo uno "slittamento semantico". Non vengono proibite: vengono svuotate, ridefinite, piegate a significare qualcos'altro.
Ogni voce illumina la parola da tre angolazioni:
Il potere contemporaneo non ha più bisogno di vietare. Non brucia i libri: li seppellisce sotto milioni di contenuti. Non censura le opinioni: le affoga nel rumore. Non abolisce le parole: le ridefinisce.
"Libertà" diventa la libertà di scegliere tra opzioni predeterminate.
"Democrazia" diventa un rito svuotato di partecipazione reale.
"Comunità" diventa un gruppo sui social.
"Privacy" diventa una casella da spuntare senza leggere.
Questo dizionario non offre soluzioni. Fa qualcosa di più importante: ci chiede di fermarci. Di guardare le parole che usiamo. Di chiederci cosa significavano, cosa significano adesso, cosa potrebbero tornare a significare.
Un esercizio di igiene mentale. Un allenamento alla precisione. Un atto di resistenza minima ma essenziale: rifiutarsi di parlare una lingua che non abbiamo scelto.
Perché le parole non sono solo strumenti. Sono il materiale di cui è fatto il pensiero. Sono i mattoni con cui costruiamo la nostra comprensione del mondo. Sono, in un senso molto concreto, la nostra libertà.