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L’uomo che non sapeva di cosa fosse accusato: Franz Kafka e l’incubo che chiamiamo normalità

L'uomo che non sapeva di cosa fosse accusato: Franz Kafka e l'incubo che chiamiamo normalità

Franz Kafka morì nel 1924, prima che il totalitarismo mostrasse il suo vero volto. Eppure nessuno ha descritto meglio cosa significa essere schiacciati da un sistema incomprensibile. Il processo non è un romanzo sul futuro — è un romanzo sull’eterno presente del potere.


Prima della distopia, l’incubo

Franz Kafka non scrisse distopie. Non immaginò futuri totalitari, non descrisse tecnologie di controllo, non costruì società alternative. Scrisse di impiegati che si svegliano trasformati in insetti, di agrimensori che non riescono a raggiungere il castello che li ha convocati, di uomini arrestati senza sapere perché.

Eppure Kafka è il padre nascosto di tutta la letteratura distopica del Novecento. Orwell lo lesse. Huxley lo conosceva. L’aggettivo “kafkiano” è entrato in tutte le lingue per descrivere esattamente ciò che le distopie cercano di catturare: l’esperienza di essere intrappolati in un sistema che non si comprende, che non si può sfidare, che sembra assurdo eppure funziona con logica inesorabile.

Il processo (Der Prozeß), scritto nel 1914-15 e pubblicato postumo nel 1925, è l’archetipo. Un uomo viene arrestato. Non sa di cosa è accusato. Cerca di difendersi, ma non sa da cosa. Incontra avvocati, giudici, funzionari — nessuno gli spiega nulla. Alla fine viene giustiziato, “come un cane”, senza aver mai compreso il suo crimine.

È un incubo. Ma è anche — e questo è il genio di Kafka — una descrizione perfettamente realistica di come funziona il potere burocratico. Non il potere che si mostra, che dichiara, che spiega. Il potere che semplicemente è, che opera attraverso procedure incomprensibili, che schiaccia senza nemmeno accorgersi di schiacciare.

Orwell avrebbe descritto il Ministero dell’Amore, con le sue torture e i suoi interrogatori. Kafka descrive qualcosa di più sottile e forse più terrificante: un sistema che non ha bisogno di torturarti perché non ha bisogno di convincerti. Non vuole la tua confessione — vuole solo la tua compliance.


Josef K.: l’uomo qualunque

Il protagonista de Il processo si chiama Josef K. — non Josef Kafka, non Josef Keller, solo K. È un nome incompleto, come incompleta è l’identità di quest’uomo. Sappiamo che è procuratore in una banca, che ha trent’anni, che vive in una pensione. Non sappiamo molto altro. È deliberatamente generico: potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere noi.

La mattina del suo trentesimo compleanno, Josef K. viene svegliato da due uomini nella sua stanza. Lo informano che è in arresto. Quando chiede perché, non rispondono. Quando chiede chi li ha mandati, indicano vagamente “le autorità”. Non lo portano via — può continuare a lavorare, a vivere normalmente. Ma è in arresto. Il processo è iniziato.

Da questo momento, la vita di K. diventa un labirinto. Cerca di scoprire di cosa è accusato — nessuno lo sa, o nessuno glielo dice. Cerca un avvocato — l’avvocato non fa nulla di utile. Cerca di parlare con i giudici — i tribunali si riuniscono in soffitte polverose, in orari imprevedibili, seguendo procedure che nessuno spiega. Ogni tentativo di difendersi sembra peggiorare la sua situazione.

K. non è innocente in senso morale — Kafka lascia intendere che ha i suoi peccati, le sue meschinità. Ma non è colpevole di nulla di specifico. Il suo “crimine” è esistere dentro un sistema che lo ha designato come accusato. Una volta designato, è perduto. La macchina non torna indietro.

Questo è l’orrore specifico di Kafka: non la malvagità del potere, ma la sua indifferenza. Il sistema non odia K. Non vuole punirlo per qualcosa che ha fatto. Lo processa perché questo è ciò che il sistema fa. È una macchina che macina, e K. è finito tra gli ingranaggi.


La burocrazia come forma di vita

Kafka conosceva la burocrazia dall’interno. Lavorò per anni all’Istituto di Assicurazione contro gli Infortuni dei Lavoratori di Praga — un lavoro che detestava ma che svolse con competenza, guadagnandosi promozioni. Vedeva ogni giorno come le procedure amministrative potessero stritolare le persone: lavoratori mutilati che aspettavano anni per un risarcimento, pratiche che si perdevano nei meandri degli uffici, decisioni prese da funzionari che non avevano mai incontrato i diretti interessati.

Il processo trasforma questa esperienza quotidiana in incubo metafisico. I tribunali del romanzo non sono palazzi di giustizia — sono stanze in affitto, soffitte, retrobottega. I giudici non sono figure autorevoli — sono burocrati stanchi che sfogliano fascicoli incomprensibili. Gli avvocati non difendono — ingraziano, temporegiano, accumulano parcelle. Tutto è provvisorio, improvvisato, caotico — eppure il sistema funziona. Funziona nel senso che produce risultati: condanne, esecuzioni.

C’è una scena emblematica. K. visita il pittore Titorelli, che dipinge ritratti dei giudici e quindi conosce il sistema dall’interno. Titorelli spiega che esistono tre possibili esiti per un processo: l’assoluzione reale (che non si è mai vista), l’assoluzione apparente (che può essere revocata in qualsiasi momento), e il rinvio indefinito (che tiene il processo aperto per sempre). Non c’è possibilità di vera libertà. Il meglio che K. può sperare è che il sistema si dimentichi di lui — temporaneamente.

Questa è la logica della burocrazia elevata a principio cosmico. Non c’è giustizia, non c’è verità, non c’è fine. C’è solo il processo: infinito, incomprensibile, inescapabile.


La colpa che precede il crimine

Una delle intuizioni più profonde de Il processo riguarda la natura della colpa.

Nel sistema giudiziario normale — quello che conosciamo, quello che ci insegnano a scuola — prima c’è il crimine, poi l’accusa, poi il processo, poi eventualmente la condanna. La colpa segue l’atto. Sei colpevole di qualcosa.

Nel mondo di Kafka, la sequenza è invertita. Prima c’è l’arresto, poi il processo, poi — implicitamente — la colpa. K. non è accusato di un crimine specifico perché il crimine non è il punto. Il punto è che il sistema lo ha identificato come accusato. E se il sistema lo accusa, allora deve essere colpevole — altrimenti perché lo accuserebbe?

È una logica circolare, ma è anche una logica che riconosciamo. Quante volte abbiamo pensato “se lo hanno arrestato, qualcosa avrà fatto”? Quante volte il sospetto è diventato prova, l’accusa è diventata condanna, la procedura ha sostituito la giustizia?

Kafka scriveva prima dei totalitarismi del Novecento, ma descriveva esattamente la loro logica. Nei processi staliniani, la confessione precedeva il crimine — anzi, creava il crimine. Negli interrogatori della Gestapo, la domanda non era “hai fatto questo?” ma “confessa quello che hai fatto”. La colpa era presupposta; il processo serviva solo a documentarla.

Ma non c’è bisogno di dittature per riconoscere questa dinamica. Nella profilazione algoritmica contemporanea, il “punteggio di rischio” precede il comportamento. Sei identificato come potenziale criminale prima di aver commesso alcunché. Il sistema ti ha già giudicato — il resto è formalità.

K., nel romanzo, finisce per interiorizzare la logica del sistema. Inizia protestando la sua innocenza; finisce per cercare la sua colpa. Se il tribunale lo processa, deve pur esserci una ragione. Forse ha fatto qualcosa che ha dimenticato. Forse la sua stessa esistenza è il crimine. La vittima collabora con il carnefice — non per paura, ma per bisogno di senso.


Il capitolo incompiuto: nella cattedrale

Il processo è un romanzo incompiuto. Kafka non lo finì mai, e l’ordine dei capitoli fu ricostruito dall’amico Max Brod dopo la sua morte. Ma il capitolo “Nella cattedrale” — uno degli ultimi — è tra i più importanti della letteratura moderna.

K. entra in un duomo buio per incontrare un cliente italiano che non arriva mai. Mentre aspetta, un prete lo chiama per nome dall’alto di un pulpito. È il cappellano delle carceri — un funzionario del tribunale. E racconta a K. una parabola.

È la parabola “Davanti alla legge”, che Kafka pubblicò anche separatamente. Un uomo di campagna arriva davanti alla porta della Legge, custodita da un guardiano. Chiede di entrare. Il guardiano dice che non può entrare “adesso”, ma forse più tardi. L’uomo aspetta. Aspetta per anni, per decenni. Invecchia davanti alla porta, cercando di corrompere il guardiano, cercando di sbirciare oltre. Alla fine, morente, chiede: “Tutti cercano la Legge — come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare?”. Il guardiano risponde: “Questa porta era destinata soltanto a te. E ora vado a chiuderla”.

La parabola è stata interpretata in infiniti modi. Ma il senso più evidente è questo: l’accesso alla Legge — alla giustizia, alla verità, al significato — è promesso ma mai concesso. L’uomo spreca la vita aspettando un permesso che non arriverà mai. E la porta, che era sua, si chiude con la sua morte.

È la condizione di K. È la condizione dell’uomo moderno di fronte alle istituzioni. La giustizia esiste — da qualche parte, in teoria. Ma per noi c’è solo l’anticamera, l’attesa, il guardiano che dice “non adesso”. E quando moriamo, scopriamo che quella porta era nostra — ma non siamo mai entrati.


La morte di K.

L’ultimo capitolo de Il processo è brutale nella sua semplicità.

Due uomini vengono a prendere K. la sera prima del suo trentunesimo compleanno — esattamente un anno dopo l’arresto. Lo accompagnano attraverso la città, gentilmente, quasi con cortesia. K. non resiste. Arrivano in una cava abbandonata. Gli tolgono la giacca. Uno degli uomini estrae un coltello da macellaio.

K. capisce cosa sta per succedere. Per un momento pensa di resistere, di afferrare il coltello. Ma non lo fa. Guarda in alto, verso una finestra lontana dove una figura si affaccia e tende le braccia — forse un soccorso, forse un’illusione. È troppo tardi.

“Come un cane!”, dice K. mentre il coltello gli viene piantato nel cuore e girato due volte. “Era come se la vergogna gli dovesse sopravvivere.”

Sono le ultime parole del romanzo. Non c’è spiegazione, non c’è giustizia, non c’è nemmeno protesta. Solo la vergogna — la vergogna di morire così, senza dignità, senza senso, senza nemmeno la soddisfazione di sapere perché.

Kafka avrebbe potuto scrivere un finale eroico: K. che si ribella, K. che denuncia il sistema, K. che muore resistendo. Non lo fece. Perché sapeva che la maggior parte delle vittime non sono eroi. Muoiono confuse, impaurite, vergognandosi. Il sistema non deve nemmeno sforzarsi di ucciderle — collaborano alla propria distruzione.


Kafkiano: quando l’aggettivo supera il nome

Pochi scrittori hanno avuto il privilegio — se così si può chiamare — di diventare aggettivi. “Orwelliano” descrive la sorveglianza totalitaria. “Dickensiano” evoca la povertà vittoriana. Ma “kafkiano” ha una portata ancora maggiore: descrive un’esperienza universale, trasversale a epoche e sistemi.

Kafkiano è l’ufficio che ti rimanda da un altro ufficio che ti rimanda al primo. Kafkiano è il modulo che richiede informazioni che puoi ottenere solo compilando il modulo. Kafkiano è l’algoritmo che ti nega il credito senza spiegare perché, il servizio clienti che ti tiene in attesa per ore, la burocrazia sanitaria che perde la tua cartella.

Ma kafkiano è anche qualcosa di più profondo. È la sensazione che il mondo operi secondo regole che non conosci, che sei giudicato secondo criteri che nessuno dichiara, che la tua colpa — qualunque essa sia — è stata stabilita prima ancora che tu la commettessi.

È la condizione dell’individuo di fronte ai sistemi complessi: non solo lo Stato, ma anche le corporations, gli algoritmi, i mercati, le burocrazie globali. Nessuno è responsabile. Nessuno decide. Eppure le decisioni vengono prese, e tu ne subisci le conseguenze.

Kafka scrisse in un’epoca di imperi — l’Impero Austroungarico, con la sua burocrazia leggendaria. Ma descrisse qualcosa che trascende quell’epoca. Descrisse il potere moderno nella sua forma più pura: anonimo, procedurale, indifferente. Il potere che non ha volto perché non ha bisogno di volto. Il potere che non ti odia perché non sa nemmeno che esisti — eppure ti schiaccia comunque.


L’assenza di Dio, la presenza del sistema

Kafka era ebreo praghese, cresciuto in un ambiente di ebraismo secolarizzato. I temi teologici attraversano la sua opera: la Legge, la Colpa, il Giudizio, l’Attesa. Ma il Dio di Kafka — se c’è — è un Dio assente, o incomprensibile, o indifferente.

Il processo può essere letto come parabola religiosa: l’uomo di fronte a un giudizio che non comprende, colpevole di una colpa che non conosce, condannato da un’autorità che non si rivela. È la condizione umana secondo certa teologia — il peccato originale, la grazia imperscrutabile, il Deus absconditus.

Ma può essere letto anche come l’esatto opposto: la sostituzione di Dio con il Sistema. Dove un tempo c’era il Giudizio Divino — terribile ma almeno significativo — ora c’è il processo burocratico: altrettanto inesorabile, ma privo di qualsiasi senso. Il tribunale di K. non giudica secondo giustizia divina o umana; giudica secondo procedura. E la procedura è vuota.

Questa sostituzione — del sacro con l’amministrativo, del significato con la procedura — è forse il cuore della modernità. Viviamo in un mondo di sistemi che operano con la forza del destino ma senza il suo significato. Siamo giudicati, condannati, eseguiti — ma non c’è nessuno dall’altra parte. Solo la macchina che macina.


«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina fu arrestato.» — Franz Kafka, Il processo


Letture di approfondimento

Franz Kafka, Il processo (1925)

Franz Kafka, Il castello (1926)

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (1951)

Milan Kundera, L’arte del romanzo (1986)


Nella collana Stanza101:

Il mondo di Kafka è il sostrato di ogni distopia successiva. In 1984, Orwell aggiunge al kafkiano la componente ideologica: il Partito ha una dottrina, un programma, uno scopo. Il potere orwelliano vuole qualcosa — vuole il potere stesso, certo, ma lo vuole consapevolmente. Il potere kafkiano non vuole nulla; semplicemente è. O’Brien spiega a Winston perché viene torturato. Nessuno spiega nulla a Josef K.

In Democrazia Low Cost di Mario Burri, il sistema del PCA è puro Kafka digitalizzato. Marco Ferretti non conosce i criteri con cui viene valutato, non sa chi decide le regole, non capisce perché certi comportamenti danno punti e altri li tolgono. Gli algoritmi hanno sostituito i burocrati, ma la logica è la stessa: sei giudicato secondo parametri che non ti vengono rivelati, da un’autorità che non ha volto. La trasparenza promessa è opacità mascherata.

E L’estetica del silenzio mostra Syme che lavora dentro il sistema kafkiano, credendo di capirlo. Ma capisce davvero? O è solo un altro Josef K. che pensa di conoscere le regole — fino a quando le regole non lo stritolano? Syme sa che la Neolingua serve a restringere il pensiero. Non sa — non può sapere — che il sistema lo considera già condannato.


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