Nel 1952, un giovane scrittore che lavorava alla General Electric immaginò un’America dove le macchine avevano reso obsoleto il lavoro umano. Non era fantascienza: era un’estrapolazione di ciò che vedeva intorno a sé. Settant’anni dopo, Player Piano si legge meno come profezia e più come reportage.
Lo scrittore nella fabbrica del futuro
Kurt Vonnegut (1922-2007) lavorava alle pubbliche relazioni della General Electric a Schenectady, New York, quando scrisse il suo primo romanzo. Vedeva ogni giorno i laboratori di ricerca dove si sviluppavano le tecnologie del futuro — computer, automazione, macchine che potevano fare ciò che prima facevano gli umani.
E vedeva le conseguenze. I lavoratori che venivano sostituiti. I tecnici che guardavano con una miscela di orgoglio e inquietudine le macchine che avevano creato. I dirigenti che parlavano di “efficienza” e “progresso” mentre intere categorie professionali scomparivano.
Player Piano (1952) — il titolo si riferisce ai pianoforti automatici, che suonano senza pianista — nacque da questa osservazione. Non era un romanzo sulla tecnologia: era un romanzo su cosa succede alle persone quando la tecnologia le rende inutili.
Ilium: la città divisa
Il romanzo è ambientato a Ilium, una città industriale del nord dello stato di New York (trasparentemente basata su Schenectady). La Terza Guerra Mondiale è finita da anni; l’America ha vinto grazie alla sua superiorità tecnologica. Le macchine che hanno vinto la guerra ora producono beni in quantità illimitata.
Ma c’è un problema: chi compra i beni se nessuno lavora per guadagnare i soldi?
Ilium è divisa in due. Da un lato del fiume, i manager e gli ingegneri — l’élite che progetta e supervisiona le macchine. Dall’altro, tutti gli altri — gli “Scomparsi e Ritrovati” (Reeks and Wrecks), arruolati nell’Esercito o nei Corpi di Ricostruzione e Bonifica, pagati per lavori inutili che le macchine potrebbero fare meglio.
Non c’è povertà materiale. Tutti hanno cibo, casa, vestiti. Lo Stato provvede. Ma c’è qualcosa di peggio della povertà: l’inutilità. Gli ex-lavoratori non hanno nulla da fare — nulla che conti, nulla che serva, nulla che dia senso alle loro vite.
Paul Proteus: il figlio del sistema
Il protagonista, Paul Proteus, è un manager di successo — direttore delle Opere di Ilium, figlio di uno dei fondatori del sistema, destinato alla carriera più brillante. Ha tutto: posizione, ricchezza, rispetto. Ma è infelice.
Paul non sa bene perché è infelice. Ha interiorizzato i valori del sistema: efficienza, progresso, merito. Crede davvero che le macchine siano meglio degli umani per la maggior parte dei lavori. Ma quando attraversa il fiume, quando vede come vivono gli altri — l’alcol, la noia, la disperazione mascherata da bravate — qualcosa si rompe.
Non diventa rivoluzionario per ideologia. Diventa rivoluzionario per disgusto — disgusto per un sistema che funziona perfettamente come sistema ma che ha dimenticato cosa significa essere umani.
È un percorso credibile, forse troppo. Paul è un protagonista passivo, trascinato dagli eventi più che protagonista di scelte. Riflette l’alienazione che descrive — è un uomo svuotato, che non sa cosa vuole ma sa che non vuole questo.
La ribellione dei fantasmi
Il romanzo culmina in una ribellione — la “Società del Fantasma Nella Macchina” — guidata da un gruppo eterogeneo di scontenti: ex-ingegneri pentiti, lavoratori umiliati, idealisti, opportunisti. Paul viene coinvolto quasi per caso, diventa simbolo suo malgrado.
La ribellione fallisce, come prevedibile. Ma prima di fallire, mostra qualcosa di interessante: cosa fanno le persone quando riconquistano le fabbriche?
Non le fermano. Le smontano — e le rimontano. Passano la notte a giocare con gli ingranaggi, a capire come funzionano, a costruire cose inutili ma proprie. Non è luddismo — non odiano le macchine. Odiano essere esclusi dalle macchine. Vogliono lavorare, costruire, creare — non essere mantenuti come animali domestici.
È un’intuizione profonda. Il problema dell’automazione non è la tecnologia — è il rapporto con la tecnologia. Le macchine che liberano il lavoro possono liberare gli umani per qualcosa, o da qualcosa. Dipende da chi controlla le macchine e per quali scopi.
Il test del QI: merito e destino
Uno degli elementi più inquietanti del romanzo è il sistema di selezione.
A sedici anni, tutti i cittadini sostengono una serie di test — QI, attitudine, personalità. I risultati determinano il loro futuro: università e carriera per chi supera la soglia, lavori manuali (prima) o inutilità sussidiata (dopo) per gli altri. Non c’è appello. Il test è scientifico, oggettivo, giusto.
Vonnegut aveva visto questo sistema nascere. L’esercito americano, durante la guerra, aveva usato test di massa per assegnare i soldati ai ruoli. L’industria stava adottando metodi simili per selezionare i dipendenti. Sembrava razionale — perché sprecare talenti in lavori inadatti?
Ma Vonnegut vedeva anche l’ombra. Un sistema che divide le persone in vincenti e perdenti a sedici anni. Un sistema che trasforma il destino in dato. Un sistema che ti dice, con autorità scientifica, quanto vali — e se non vali abbastanza, sei fuori per sempre.
Oggi lo chiamiamo “meritocrazia” — e ne stiamo scoprendo le stesse contraddizioni. I test determinano chi entra nelle università d’élite; le università d’élite determinano chi ottiene i lavori migliori; i lavori migliori determinano chi conta. E chi non passa il test, a qualsiasi punto del percorso, scivola verso il basso — dove nessuna competenza successiva può riscattarlo.
La profezia realizzata
Player Piano fu scritto quando i computer riempivano intere stanze e l’automazione era limitata alle catene di montaggio. Vonnegut non poteva prevedere internet, l’intelligenza artificiale, i robot. Ma colse la traiettoria.
Oggi guardiamo le casse automatiche che sostituiscono i cassieri. I chatbot che sostituiscono il servizio clienti. Gli algoritmi che sostituiscono gli analisti. Le auto a guida autonoma che potrebbero sostituire milioni di autisti. E in ogni caso, la promessa è la stessa: efficienza, progresso, liberazione dalla fatica.
E la domanda è la stessa: liberazione per cosa?
Vonnegut non era anti-tecnologia. Era anti-inutilità. Capiva che gli esseri umani hanno bisogno di sentirsi utili — non nel senso economico, ma nel senso esistenziale. Hanno bisogno di fare cose che contano, di contribuire, di lasciare un segno. Una società che li mantiene ma li rende inutili non è un’utopia — è una gabbia dorata.
Il reddito universale e i suoi limiti
Oggi parliamo di UBI — Universal Basic Income — come possibile risposta all’automazione. Se le macchine producono ricchezza, perché non distribuirla a tutti? Perché costringere le persone a lavori inutili quando potrebbero essere libere?
Vonnegut aveva già esplorato questa idea — e i suoi limiti. A Ilium, tutti hanno abbastanza per vivere. Nessuno muore di fame, nessuno è senza tetto. Ma nessuno è soddisfatto. Il denaro risolve i problemi materiali; non risolve il problema del significato.
Non è un argomento contro il reddito universale — è un argomento per qualcosa di più. Non basta dare alle persone di che vivere; bisogna dare loro qualcosa per cui vivere. Non basta liberarle dal lavoro; bisogna liberarle per qualcosa.
Vonnegut non aveva una risposta. Ma aveva la domanda giusta — e settant’anni dopo, stiamo ancora cercando di rispondere.
Lo stile Vonnegut
Player Piano è il primo romanzo di Vonnegut, e si vede. Non ha ancora sviluppato lo stile frammentato, ironico, tragicomico che avrebbe caratterizzato opere successive come Mattatoio n. 5 o Ghiaccio-nove. È un romanzo relativamente convenzionale — trama lineare, realismo sociale, satira contenuta.
Ma ci sono già i semi del Vonnegut maturo. L’ironia gentile verso personaggi che non capiscono cosa stanno facendo. La compassione per i perdenti, gli esclusi, i “rifiuti” del sistema. La capacità di vedere l’assurdo nel quotidiano senza mai perdere la tenerezza.
E c’è già la domanda fondamentale che attraversa tutta la sua opera: cosa significa essere umani? In un universo indifferente, in una società che ci riduce a funzioni, in un sistema che misura il nostro valore in output — cosa resta di noi? Cosa ci rende più di ingranaggi?
Il romanzo dimenticato
Player Piano non è il romanzo più famoso di Vonnegut — quel titolo spetta a Mattatoio n. 5. Non è considerato il suo migliore — molti critici preferiscono Le sirene di Titano o Ghiaccio-nove. È spesso omesso dalle liste dei grandi romanzi distopici, oscurato da Orwell, Huxley, Bradbury.
Eppure è forse il più attuale. Non parla di totalitarismo politico o di edonismo di massa — parla di qualcosa di più vicino: la tecnologia che ci rende obsoleti, il lavoro che scompare, il significato che si dissolve. Parla del nostro presente, non del nostro passato.
E parla con una voce che manca ad altri distopici: la voce della compassione. Vonnegut non giudica i suoi personaggi — li capisce. Anche i manager, anche gli ingegneri, anche quelli che costruiscono le macchine che rubano il lavoro. Sono tutti intrappolati in un sistema che nessuno ha scelto e che nessuno sa come cambiare.
“Così va la vita”, avrebbe scritto Vonnegut più tardi. È la sua risposta a tutto: non rassegnazione, ma accettazione; non cinismo, ma tenerezza per la commedia umana. Anche quando la commedia è tragedia.
La domanda che resta
Alla fine del romanzo, la ribellione è stata schiacciata. Paul è in prigione, in attesa di processo. Il sistema ha vinto. Le macchine continueranno a funzionare.
Ma qualcosa è cambiato. Non il sistema — Paul e i suoi compagni non hanno cambiato nulla. È cambiato il silenzio. Qualcuno ha detto ad alta voce ciò che molti pensavano in segreto: questo non funziona. Non per noi. Non per gli esseri umani.
Non è una vittoria. Non è nemmeno una speranza, nel senso convenzionale. È solo una domanda — posta pubblicamente, irreversibilmente. E le domande, una volta poste, non si possono ritirare.
“Che ne sarà delle persone?”, chiede qualcuno nel romanzo. È la domanda che Vonnegut pone a noi — a noi che progettiamo algoritmi, a noi che automatizziamo processi, a noi che parliamo di efficienza e progresso.
Che ne sarà delle persone, quando le macchine faranno tutto?
«Se non serve a niente, a che serve?» — Kurt Vonnegut, Player Piano
Letture di approfondimento
Kurt Vonnegut, Player Piano (1952)
Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5 (1969)
Kurt Vonnegut, Un uomo senza patria (2005)
Nella collana Stanza101:
Vonnegut esplora una forma di distopia che le opere classiche trascurano: non l’oppressione violenta, ma l’irrilevanza gentile. In 1984, Winston è schiacciato dal Partito. In Player Piano, i lavoratori sono ignorati dal sistema — il che, per certi versi, è peggio.
Democrazia Low Cost condivide questa intuizione. Il PCA non opprime i cittadini — li classifica. Non li punisce — li rende irrilevanti se non accumulano abbastanza punti. È la stessa logica dei test di Ilium: un numero che determina quanto conti, stabilito da un sistema che non puoi contestare.
E L’estetica del silenzio mostra il rovescio della medaglia. Syme non è inutile — è troppo utile, troppo bravo a fare il suo lavoro. Il sistema lo usa e poi lo scarta, come una macchina che ha completato la sua funzione. In entrambi i casi — inutilità o utilità esaurita — il risultato è lo stesso: l’umano diventa accessorio, e l’accessorio è sostituibile.
Vonnegut ci chiede: cosa saremo, quando le macchine faranno tutto? Saremo liberi — o saremo vuoti? La risposta dipende da cosa costruiremo insieme alle macchine. E quella costruzione, Vonnegut ci avverte, deve iniziare prima che le macchine arrivino — o sarà troppo tardi.



