Le distopie mostrano cosa temere. Ursula K. Le Guin fece qualcosa di più difficile: mostrò cosa desiderare — e perché anche i desideri realizzati hanno un prezzo. I reietti dell’altro pianeta non è né utopia né distopia. È qualcosa di più raro: un pensiero onesto su come potremmo vivere diversamente.
La scrittrice che pensava per mondi
Ursula Kroeber Le Guin (1929-2018) era figlia di antropologi — Alfred Kroeber, uno dei fondatori dell’antropologia americana, e Theodora Kroeber, autrice di Ishi, l’ultimo dei suoi. Crebbe circondata da culture altre, da modi di vivere che l’Occidente considerava “primitivi” e che i suoi genitori studiavano con rispetto.
Questa formazione plasmò la sua scrittura. Le Guin non costruiva mondi per stupire — li costruiva per pensare. Ogni pianeta, ogni società, ogni cultura aliena era un esperimento mentale: cosa succederebbe se…? Come vivrebbero esseri intelligenti se…? Quali problemi avrebbero, quali soluzioni troverebbero, quali nuovi problemi creerebbero quelle soluzioni?
I reietti dell’altro pianeta (The Dispossessed, 1974) è il suo esperimento più ambizioso. Il sottotitolo originale — “An Ambiguous Utopia” — dice tutto: non un’utopia trionfante, non una distopia disperata, ma qualcosa nel mezzo. Un tentativo onesto di immaginare una società radicalmente diversa, con i suoi successi e i suoi fallimenti.
Due mondi, un sistema
Il romanzo è ambientato nel sistema di Tau Ceti, su due mondi gemelli: Urras e Anarres.
Urras è il pianeta madre — ricco, fertile, diviso tra nazioni capitaliste e socialiste autoritarie che ricordano la Guerra Fredda terrestre. Ha foreste, oceani, città splendide. Ha anche povertà, disuguaglianza, guerre, oppressione. È, in sostanza, il nostro mondo proiettato nel futuro.
Anarres è la luna — arida, povera di risorse, coperta di deserti e steppe. Centocinquanta anni prima dell’inizio del romanzo, un movimento rivoluzionario guidato da una filosofa di nome Odo ottenne il permesso di colonizzarla. Gli “odoniani” — anarchici, pacifisti, comunitaristi — lasciarono Urras per costruire una società senza stato, senza proprietà privata, senza gerarchie.
Il protagonista, Shevek, è un fisico di Anarres. Ha sviluppato una teoria rivoluzionaria — la “teoria della simultaneità” — che potrebbe permettere la comunicazione istantanea attraverso lo spazio. Ma su Anarres, la sua ricerca è ostacolata. Decide di fare l’impensabile: viaggiare su Urras, il mondo che la sua gente ha rifiutato.
Anarres: l’anarchia realizzata
Le Guin costruisce Anarres con attenzione antropologica. Non è un’utopia da cartolina — è una società funzionante, con le sue strutture, le sue norme, le sue contraddizioni.
Non c’è governo, ma c’è la PDC (Production and Distribution Coordination) — un sistema computerizzato che assegna il lavoro e distribuisce le risorse. Non c’è proprietà privata, ma c’è l’uso personale — puoi avere una stanza, vestiti, oggetti, ma non “possederli” nel senso che intendiamo noi. Non c’è denaro, ma c’è il “posting” — la registrazione di chi ha fatto cosa, non per pagare ma per coordinare.
La lingua stessa riflette la società. In Pravico (la lingua di Anarres), non si dice “il mio” — si dice “quello che uso”. Non si danno ordini — si fanno richieste. I bambini crescono in dormitori comuni, non in famiglie nucleari. I nomi sono assegnati da un computer, casuali, unici: Shevek, Takver, Bedap.
Ma Le Guin mostra anche i problemi. Senza gerarchie formali, emergono gerarchie informali — l’opinione pubblica, il consenso sociale, la pressione del gruppo. Chi dissente non viene punito dallo Stato (non c’è Stato) — viene ostracizzato dalla comunità, il che può essere altrettanto terribile. Shevek, con le sue idee non ortodosse, scopre che l’anarchia può essere conformista quanto qualsiasi altra società.
E c’è la povertà. Anarres è un mondo povero — deserti, siccità, risorse scarse. Gli odoniani sopravvivono grazie al lavoro collettivo e all’austerità volontaria. Ma quando arriva una carestia, le crepe si allargano: chi decide chi mangia? Chi decide cosa è necessario e cosa è lusso?
Urras: il capitalismo seducente
Quando Shevek arriva su Urras, è travolto dalla ricchezza. Alberi, fiumi, uccelli — cose che su Anarres non esistono o sono rarissime. Cibo abbondante, vestiti eleganti, stanze lussuose. È ospite dell’università di A-Io, la principale nazione capitalista, e viene trattato come una celebrità.
Ma gradualmente vede l’altro lato. Vede i quartieri poveri, le donne confinate in ruoli domestici, i lavoratori sfruttati. Vede come la ricchezza di alcuni sia costruita sulla povertà di altri. Vede le prigioni, la polizia, l’esercito — tutto ciò che su Anarres non esiste.
E vede qualcosa di più sottile: la proprietà del pensiero. Su Urras, le idee appartengono a chi le ha — e chi le ha può venderle, nasconderle, usarle per profitto. La sua teoria fisica, su Urras, avrebbe un proprietario. Su Anarres, l’idea stessa è assurda: come si può possedere un’idea?
Shevek capisce che lo vogliono usare. I-A vuole la sua teoria per costruire armi, per dominare la comunicazione interstellare. Non gli interessano la fisica o la verità — gli interessa il potere. E Shevek, ingenuo anarchico, è stato il loro strumento inconsapevole.
I muri
Il tema centrale del romanzo è espresso nella prima riga: “C’era un muro.”
Il muro circonda il porto spaziale di Anarres — l’unico punto di contatto con Urras. È stato costruito dagli odoniani, per proteggersi dal mondo che avevano rifiutato. Ma Shevek si chiede: il muro tiene fuori Urras, o tiene dentro Anarres?
I muri sono ovunque nel romanzo. Il muro fisico tra i due mondi. I muri sociali tra classi su Urras. I muri invisibili su Anarres — l’ortodossia che ostracizza i dissenzienti, la paura del diverso, il conformismo che si chiama “solidarietà”.
Le Guin non dice che i muri sono sempre sbagliati. A volte proteggono. A volte permettono di costruire qualcosa di diverso, al riparo dalle pressioni esterne. Ma i muri hanno sempre un costo: ciò che tieni fuori, non lo conosci; ciò che tieni dentro, non può uscire.
Shevek decide di abbattere il muro — non fisicamente, ma simbolicamente. Darà la sua teoria a tutti, gratuitamente, senza proprietari. Creerà una connessione tra mondi che si erano separati. Non sa se funzionerà. Ma sa che il muro, dopo centocinquanta anni, sta soffocando Anarres quanto la proteggeva.
L’utopia ambigua
Perché “utopia ambigua”?
Perché Le Guin rifiuta sia l’idealizzazione che la condanna. Anarres non è il paradiso — ha problemi reali, sofferenze reali, ingiustizie reali (anche se diverse da quelle di Urras). Ma non è nemmeno un fallimento: ha creato una società senza stato, senza classi, senza guerra, che funziona da centocinquanta anni. È un esperimento — imperfetto, difficile, ma vivo.
Urras non è l’inferno — ha bellezza, cultura, abbondanza che Anarres non può offrire. Ma il prezzo di quella abbondanza è la disuguaglianza, lo sfruttamento, la violenza strutturale. È la nostra società — con tutte le sue conquiste e tutte le sue vergogne.
Le Guin non ci dice quale scegliere. Ci mostra entrambe, onestamente, e ci lascia pensare. È un atto di rispetto per il lettore — e un atto di coraggio intellettuale. Sarebbe stato più facile scrivere un’utopia senza macchia o una distopia senza speranza. Le Guin scelse la complessità.
La struttura a specchio
Il romanzo alterna capitoli su Urras (il presente di Shevek) e capitoli su Anarres (il suo passato). La struttura non è cronologica — procede simultaneamente in due direzioni, come la teoria fisica di Shevek che unifica tempo sequenziale e tempo simultaneo.
È una scelta formale che riflette il contenuto. Non puoi capire Urras senza capire Anarres; non puoi giudicare Anarres senza confrontarla con Urras. I due mondi si illuminano a vicenda — i difetti di uno rivelano i pregi dell’altro, e viceversa.
È anche una struttura che rifiuta il progresso lineare. Shevek non “fugge” da Anarres verso un mondo migliore, né “torna” a un’origine perduta. Si muove tra due possibilità, cercando di prendere il meglio di entrambe — o almeno di capirle abbastanza da fare una scelta consapevole.
La politica di Le Guin
Le Guin era anarchica — nel senso filosofico, non violento del termine. Credeva che le gerarchie fossero in gran parte non necessarie, che le comunità potessero organizzarsi senza stati, che la proprietà privata creasse più problemi di quanti ne risolvesse.
Ma era anche una pensatrice troppo onesta per scrivere propaganda. I reietti dell’altro pianeta non è un manifesto anarchico — è un’esplorazione dell’anarchia, con tutti i suoi problemi. Le Guin amava Anarres, ma non la idealizzava. Voleva mostrare che un mondo diverso è possibile — non che sarebbe facile o perfetto.
“Scrivere non è un modo per dire alla gente cosa pensare”, disse una volta. “È un modo per invitarla a pensare.”
I reietti è questo invito. Non dice: “l’anarchia è la risposta”. Dice: “E se provassimo? Cosa funzionerebbe? Cosa fallirebbe? Cosa impareremmo?”
Perché è importante ora
Viviamo in un’epoca in cui le alternative sembrano scomparse. “Non c’è alternativa” — lo slogan thatcheriano — è diventato senso comune. Il capitalismo globale, con tutti i suoi problemi, appare come l’unico sistema possibile. Chi propone alternative viene liquidato come utopista, nostalgico, irrealista.
Le Guin scriveva contro questa chiusura immaginativa. “Viviamo nel capitalismo”, disse in un famoso discorso. “Il suo potere sembra inevitabile. Lo stesso sembrava il diritto divino dei re. Ogni potere umano può essere resistito e cambiato dagli esseri umani.”
I reietti dell’altro pianeta è un esercizio di immaginazione politica. Non un programma, non un manifesto — un esperimento mentale. Mostra che possiamo pensare diversamente, immaginare diversamente, desiderare diversamente. Non promette che le alternative funzioneranno. Promette solo che esistono — se abbiamo il coraggio di immaginarle.
Oltre la distopia
La maggior parte dei testi in questo Confessionale sono distopie: avvertimenti, incubi, visioni di ciò che potrebbe andare storto. Sono necessari — dobbiamo sapere cosa temere per evitarlo.
Ma non bastano. Se vediamo solo ciò che potrebbe andare storto, perdiamo la capacità di immaginare ciò che potrebbe andare bene. Diventiamo cinici, rassegnati, incapaci di sperare. E senza speranza, non c’è azione.
Le Guin offre qualcosa di diverso: un’utopia che dubita di sé stessa, che ammette i propri limiti, che invita alla critica invece di pretendere la fede. È più difficile da scrivere di una distopia — richiede non solo critica ma costruzione, non solo paura ma desiderio, non solo intelligenza ma saggezza.
È anche, forse, più necessaria. Sappiamo cosa non vogliamo. Ma sappiamo cosa vogliamo?
«Non si può costruire una nave per viaggiare verso la libertà su legno rubato.» — Ursula K. Le Guin, I reietti dell’altro pianeta
Letture di approfondimento
Ursula K. Le Guin, I reietti dell’altro pianeta (1974)
Ursula K. Le Guin, La mano sinistra delle tenebre (1969)
Ursula K. Le Guin, Quelli che si allontanano da Omelas (1973)
Nella collana Stanza101:
Le Guin offre qualcosa che manca agli altri testi della collana: una risposta. Non “la” risposta — Anarres non è il paradiso — ma una risposta, una possibilità, una direzione.
1984 di Orwell mostra il totalitarismo, ma Winston non ha alternative — non c’è un “altrove” a cui aspirare. Democrazia Low Cost di Mario Burri mostra la gamification della cittadinanza, ma Marco non immagina altri modi di essere cittadino. Il limite di molte distopie è che chiudono l’immaginazione: mostrano l’orrore, ma non lasciano spazio per desiderare altro.
Le Guin apre quello spazio. Shevek vive tra due mondi, nessuno dei quali è perfetto, ma entrambi sono possibili. La sua scelta — aprire i muri, condividere la conoscenza, rifiutare la proprietà delle idee — non è una soluzione magica. È un inizio.
E L’estetica del silenzio può essere letto come l’esatto opposto di Anarres. Syme vive in una società che ha abolito il pensiero divergente; gli odoniani hanno costruito una società che lo incoraggia (anche se non sempre con successo). Syme lavora a restringere il linguaggio; gli odoniani hanno creato una lingua che espande la coscienza. Sono due esperimenti opposti — e il confronto illumina entrambi.



