Classe Tecnica di manipolazione dell’attenzione
Livello di diffusione Ubiquitario
Definizione
Contenuto progettato per attirare click attraverso titoli sensazionalistici, fuorvianti o deliberatamente incompleti che promettono più di quanto il contenuto mantenga. L’obiettivo non è informare, intrattenere o essere utile — è catturare il click. Ciò che succede dopo è irrilevante: il business model ha già funzionato.
Origine del termine
Il termine clickbait (esca da click) si diffonde negli anni 2010 con l’esplosione dei media digitali e del modello di business basato sulla pubblicità programmatica. Più click = più impression = più revenue. La qualità del contenuto è irrilevante — conta solo che tu clicchi.
Siti come Upworthy, BuzzFeed, ViralNova hanno industrializzato la tecnica prima che il termine assumesse connotazione negativa.
Evoluzione del concetto
Era pre-digitale — I giornali avevano titoli sensazionalistici, ma il lettore comprava il giornale intero. C’era un limite: se il contenuto deludeva sistematicamente, il lettore smetteva di comprare.
Era digitale — Ogni articolo è venduto separatamente (come click). La relazione di fiducia scompare. Puoi deludere il lettore infinite volte — ce ne sono sempre altri.
Algoritmi — I social media amplificano il clickbait: i titoli emotivi, sorprendenti, indignanti generano engagement, l’engagement viene premiato, il ciclo si rinforza.
Oggi — Clickbait normalizzato. Anche testate “serie” usano tecniche clickbait per competere. La pressione economica spinge verso il basso. La corsa al fondo è sistemica.
«Non importa se il contenuto è buono. Importa se il titolo ti fa cliccare.»
Sintomi nel presente
Come riconoscere il clickbait nella vita quotidiana:
☐ “Non crederai a quello che è successo dopo” Il titolo promette una rivelazione sorprendente. Il contenuto è banale.
☐ Numerazione arbitraria “7 motivi per cui…”, “10 cose che non sapevi su…”. I numeri suggeriscono completezza che non esiste.
☐ Domanda retorica “È questa la fine di X?” (No.) “Y sta per cambiare tutto?” (No.) La risposta è quasi sempre no.
☐ Gap informativo deliberato Il titolo omette l’informazione chiave per costringerti a cliccare. “Un politico ha detto qualcosa di scandaloso” — quale politico? Cosa ha detto? Devi cliccare per saperlo.
☐ Immagine fuorviante La foto suggerisce un contenuto che non c’è. Il “trucco usato dalle star” è una pubblicità.
☐ Contenuto che non mantiene Clicchi, leggi, e ti chiedi: “Tutto qui?”. Sì, tutto qui. Il click era l’obiettivo.
Nota clinica
Il clickbait è il sintomo di un modello economico malato: quando il valore viene estratto dall’attenzione catturata (non dalla qualità prodotta), l’incentivo è catturare attenzione con qualsiasi mezzo. La qualità diventa costo senza beneficio.
Il problema va oltre l’irritazione del lettore: il clickbait erode la fiducia nell’informazione. Dopo essere stati ingannati ripetutamente, le persone sviluppano cinismo generalizzato — che poi si estende anche a contenuti legittimi. “Sono tutti uguali, vogliono solo i click.”
La soluzione non è “più etica giornalistica” (insufficiente contro gli incentivi) ma modelli economici diversi: abbonamenti, paywall, cooperazione. Finché il click è la metrica, il clickbait è la norma.
Nella collana Stanza101
Democrazia Low Cost di Mario Burri Il PCA usa tecniche di engagement simili: notifiche che promettono “nuovi badge disponibili”, alert sui “crediti in scadenza”. Non è clickbait esattamente — ma usa le stesse leve psicologiche per catturare attenzione e indurre azione.
1984 di George Orwell La propaganda del Partito non è clickbait — non compete per l’attenzione, la impone. Ma condivide una caratteristica: il contenuto è irrilevante rispetto all’effetto desiderato. L’importante è che tu reagisca (odio, paura, entusiasmo), non che tu sia informato.
L’estetica del silenzio La Neolingua è anti-clickbait: invece di promettere più di quanto mantenga, mantiene meno di quanto sembri promettere. Le parole sembrano significare qualcosa — ma il significato è stato svuotato.
Letture di approfondimento
Tim Wu, The Attention Merchants (2016)
Martin Innes, Viral Deception (2020)
Joseph Turow, The Daily You (2011)
«Il clickbait non è cattivo giornalismo. È l’assenza di giornalismo — mascherata da giornalismo.»