Nel 1909, un romanziere inglese famoso per storie di amore e classe sociale scrisse un racconto di fantascienza. Era una risposta polemica a H.G. Wells e al suo ottimismo tecnologico. Centoquindici anni dopo, The Machine Stops si legge come un manuale d’uso per il nostro presente: persone isolate in celle, che comunicano attraverso schermi, dipendenti da una Macchina che soddisfa ogni bisogno — e che un giorno si fermerà.
Lo scrittore sbagliato
Edward Morgan Forster (1879-1970) non era uno scrittore di fantascienza. Era l’autore di Camera con vista, Casa Howard, Passaggio in India — romanzi raffinati sulla società edoardiana, sull’ipocrisia della classe media inglese, sull’impossibilità di connessioni autentiche tra persone e tra culture. Era un umanista, nel senso più tradizionale: credeva nella letteratura, nei rapporti umani, nella complessità irriducibile dell’esperienza individuale.
Scrisse un solo racconto di fantascienza in tutta la sua vita. Lo scrisse per rabbia.
H.G. Wells, il grande profeta del progresso scientifico, aveva appena pubblicato una serie di opere — A Modern Utopia, The Time Machine, vari racconti — che celebravano il potere della tecnologia di migliorare la condizione umana. Forster trovava questa visione ingenua, pericolosa, fondamentalmente sbagliata. E scrisse The Machine Stops come risposta: una visione del futuro in cui la tecnologia non libera l’umanità — la imprigiona.
Il racconto fu pubblicato nel 1909, quando l’automobile era una novità, l’aereo era appena nato, il telefono era un lusso. Non esistevano computer, televisori, internet, smartphone. Eppure Forster immaginò, con precisione che sembra impossibile, un mondo che somiglia al nostro più di qualsiasi altro scritto prima del XXI secolo.
La Macchina
Nel mondo di Forster, l’umanità vive sottoterra, in celle esagonali individuali. Ogni cella è identica: un letto, una poltrona, una scrivania, e centinaia di bottoni che controllano la Macchina. Vuoi musica? Premi un bottone. Vuoi cibo? Premi un bottone. Vuoi parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo? Premi un bottone e il suo volto appare su uno schermo rotondo.
La Macchina provvede a tutto. Regola la temperatura, purifica l’aria, fornisce intrattenimento, facilita la comunicazione, elimina ogni necessità di uscire dalla cella. E infatti nessuno esce. La superficie della Terra — “l’esterno” — è considerata inabitabile, pericolosa, irrilevante. Perché uscire quando tutto ciò di cui hai bisogno è a portata di bottone?
Le persone comunicano costantemente. Hanno migliaia di contatti, tengono conferenze, condividono idee. Ma non si toccano mai. Non si vedono mai di persona. Il contatto fisico è considerato primitivo, sgradevole, inutile. “Evita di toccare” è un principio fondamentale della civiltà.
Forster non usò la parola “internet” — non poteva — ma descrisse esattamente cosa l’internet sarebbe diventato: connessione infinita, isolamento totale. La possibilità di parlare con chiunque; l’incapacità di essere veramente con qualcuno.
Vashti e Kuno: madre e figlio
I protagonisti sono Vashti, una donna anziana che vive beatamente nella sua cella, e Kuno, suo figlio, che vive in un’altra cella dall’altra parte del mondo. Vashti è una conferenziera di successo — tiene presentazioni sugli studi musicali australiani — ed è perfettamente adattata al sistema. Kuno no.
Kuno è inquieto. Ha fatto qualcosa di impensabile: è salito in superficie, ha visto il cielo, ha respirato aria non filtrata. È quasi morto — la Macchina lo ha recuperato in tempo — ma l’esperienza lo ha cambiato. Ora sa che c’è qualcos’altro, fuori dalla Macchina. Ora sa che gli umani non sono sempre vissuti così.
Il conflitto madre-figlio è il cuore emotivo del racconto. Vashti ama Kuno — a modo suo — ma non riesce a capirlo. Perché volere l’esterno quando l’interno ha tutto? Perché desiderare il contatto fisico quando la comunicazione è perfetta? Perché rischiare quando la sicurezza è garantita?
Kuno risponde con una frase che riassume tutto il racconto: “La Macchina si ferma.”
Vashti rabbrividisce. È l’eresia suprema. La Macchina non può fermarsi — la Macchina è il mondo. Pensare che possa fermarsi è come pensare che la gravità possa fermarsi, che il tempo possa fermarsi. È impensabile.
Ma Kuno ha visto i segni. Piccoli malfunzionamenti. Luci che tremolano. Aria che per un istante puzza. La Macchina sta invecchiando. E nessuno sa più come ripararla — perché da generazioni nessuno ha dovuto farlo.
La religione della Macchina
Uno degli aspetti più inquietanti del racconto è come la Macchina sia diventata religione.
Non ufficialmente — non c’è dogma, non c’è clero. Ma la devozione è reale. Le persone parlano della Macchina con riverenza. Seguono un “Libro della Macchina” che spiega come usare i vari bottoni. Quando qualcosa va storto, non cercano di capire — pregano, in un certo senso, che la Macchina provveda.
“Non dubitare della Macchina” è il comandamento implicito. Dubitare è asociale, primitivo, pericoloso. Chi dubita è malato — probabilmente ha bisogno di più Macchina, non di meno.
Forster aveva visto come la tecnologia potesse diventare idolo. Nel 1909, i treni e i telegrafi erano le meraviglie del mondo; la gente parlava del “progresso” come di una divinità benevola che avrebbe risolto tutti i problemi. Forster capì che questa fede era cieca — e che la cecità sarebbe peggiorata con ogni nuova tecnologia.
Oggi guardiamo persone che parlano di “algoritmi” come se fossero forze naturali, di “mercati” come se avessero volontà propria, di “intelligenza artificiale” come se fosse destino. La Macchina ha molti nomi; la religione è la stessa.
L’atrofia del corpo e della mente
Forster descrive una razza umana fisicamente degradata. Dopo generazioni di vita nelle celle, le persone sono deboli, pallide, incapaci di sopportare la luce del sole o l’aria non filtrata. I muscoli si sono atrofizzati. I sensi si sono ottusi. La capacità stessa di sopravvivere senza la Macchina è scomparsa.
Ma l’atrofia non è solo fisica — è mentale. Le persone nella Macchina non hanno più idee originali. Hanno “idee su idee”: commentano, analizzano, citano, ma non creano nulla di nuovo. Ogni generazione è più pallida della precedente — non solo nel corpo, ma nel pensiero.
Le conferenze di Vashti sono emblematiche. Non parla di musica — parla di cosa altri hanno detto sulla musica. È un’esperta di letteratura secondaria, di commento, di meta-discussione. L’esperienza diretta — ascoltare musica dal vivo, suonare uno strumento, sentire la vibrazione nell’aria — è inconcepibile. Perché farlo quando puoi leggere cosa altri ne hanno pensato?
Forster, il vecchio umanista, stava descrivendo la morte della cultura. Non attraverso la censura — la Macchina non censura nulla — ma attraverso la mediazione infinita. Quando tutto è filtrato, commentato, digerito, l’esperienza originaria scompare. Resta solo il rumore.
“La Macchina si ferma”
Nella terza parte del racconto, succede. La Macchina inizia a cedere.
Prima sono piccoli malfunzionamenti — la musica che gracchia, i cibi che arrivano in ritardo. Le persone si lamentano, ma si adattano. Il “Comitato Centrale della Macchina” rassicura: sono problemi temporanei, verranno risolti. Ma non vengono risolti. Peggiorano.
Poi si spengono i letti. L’aria diventa fetida. La comunicazione si interrompe. E finalmente, la luce si spegne.
Nel buio, nella sua cella, Vashti capisce. Non c’è riparazione possibile. Nessuno sa più come funziona la Macchina — è troppo complessa, troppo antica, troppo automatica. Generazioni di dipendenza hanno eliminato ogni competenza. E ora la Macchina muore, e l’umanità muore con lei.
Nelle ultime pagine, Vashti riesce a raggiungere Kuno. Si abbracciano — per la prima volta da anni, forse da decenni. Mentre il mondo crolla intorno a loro, Kuno le dice che in superficie ci sono ancora persone — i “senza casa”, quelli che la Macchina aveva espulso, che hanno imparato a vivere all’aria aperta. Forse sono loro il futuro. Forse l’umanità non finisce qui.
Poi muoiono. È l’unico finale possibile: chi è totalmente dipendente dalla Macchina non può sopravvivere senza di essa. Ma c’è un barlume di speranza — fuori, dove la Macchina non arriva, qualcosa sopravvive.
1909 e 2025
Cosa vide Forster, nel 1909, che noi non vedevamo?
Vide che la comodità può essere una trappola. Ogni tecnologia che elimina uno sforzo elimina anche una competenza. Se non devi più camminare, i tuoi muscoli si atrofizzano. Se non devi più ricordare, la tua memoria si indebolisce. Se non devi più pensare, la tua capacità di pensare svanisce.
Vide che la connessione virtuale può sostituire quella reale — e che la sostituzione è una perdita. Parlare attraverso uno schermo non è la stessa cosa che stare nella stessa stanza. I “mi piace” non sono affetto. I follower non sono amici. Puoi avere mille contatti e nessuna relazione.
Vide che la dipendenza totale è fragilità totale. Più un sistema è complesso e onnipresente, più il suo fallimento è catastrofico. Non abbiamo un piano B perché il piano A funziona sempre — fino a quando non funziona più.
Vide, infine, che il pericolo non è la tecnologia in sé — è la fede nella tecnologia. Credere che la Macchina provvederà sempre, che i problemi tecnici hanno sempre soluzioni tecniche, che il progresso è automatico e irreversibile. È una fede comoda, rassicurante, e terribilmente pericolosa.
Sessanta pagine che valgono più di mille romanzi
The Machine Stops è un racconto di circa 12.000 parole — un’ora di lettura. Non ha la complessità psicologica di 1984, né la costruzione sociale del Mondo nuovo, né l’ambizione epica delle grandi distopie. È un racconto breve, quasi una parabola.
Ma in quelle sessanta pagine c’è tutto: Zoom, social media, economie dell’attenzione, dipendenza digitale, l’illusione della connessione, l’atrofia delle competenze, la vulnerabilità dei sistemi complessi. C’è la descrizione più accurata del nostro presente mai scritta — da qualcuno che non poteva immaginare computer, internet, smartphone.
Come fece? Forster non aveva una sfera di cristallo. Aveva qualcosa di più raro: la capacità di vedere le tendenze nel loro germe. La tecnologia del 1909 — treni, telefoni, fabbriche — già mostrava la direzione: più comodità, più dipendenza, meno contatto diretto con il mondo. Forster seguì la traiettoria fino alla sua conclusione logica.
È lo stesso metodo di tutti i grandi distopici. Non inventano — estrapolano. Non sognano — osservano. E ci mostrano dove stiamo andando, se non cambiamo rotta.
L’avvertimento inascoltato
The Machine Stops fu apprezzato alla sua pubblicazione, poi dimenticato per decenni. Forster stesso lo considerava un lavoro minore — una polemica più che un’opera d’arte. Non fu incluso nelle antologie scolastiche, non entrò nel canone della fantascienza, non fu citato dai grandi distopici che seguirono.
Oggi sta vivendo una riscoperta. Ogni anno escono nuovi articoli che notano le somiglianze con il nostro mondo. Ogni pandemia — COVID in particolare, con le sue videochiamate e i suoi lockdown — lo riporta in auge. È diventato un testo di culto per chi critica la tecnologia digitale.
Ma l’avvertimento, nonostante tutto, resta inascoltato. Leggiamo Forster, annuiamo, notiamo le somiglianze — e poi torniamo ai nostri schermi. Scriviamo post sulla dipendenza digitale, condividiamo articoli sulla solitudine dell’era social, discutiamo della crisi dell’attenzione — tutto attraverso le stesse piattaforme che alimentano il problema.
La Macchina non si è fermata. Ma forse sta rallentando. E noi, come Vashti, preferiamo non notarlo.
«Non potete vedere, non potete toccare, non potete sperimentare. Potete solo conferenzare su ciò che qualcun altro ha visto, toccato, sperimentato. Siete diventati meno di niente.» — E.M. Forster, The Machine Stops
Letture di approfondimento
E.M. Forster, The Machine Stops (1909)
E.M. Forster, Casa Howard (1910)
Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? (2010)
Nella collana Stanza101:
Forster anticipa tutto ciò che le distopie successive avrebbero esplorato — ma lo fa in modo sorprendentemente diverso.
In 1984, il controllo viene dall’alto: il Partito sorveglia, punisce, riscrive. La Macchina di Forster non controlla nessuno — serve. Non c’è Grande Fratello perché non ce n’è bisogno: le persone sono prigioniere volontarie, dipendenti felici.
È la stessa intuizione di Huxley, ma Forster arrivò prima di trent’anni. E la stessa intuizione di Democrazia Low Cost: il PCA non forza nessuno, offre servizi. I cittadini non sono oppressi — sono utenti. E quando sei utente, la prigionia non sembra prigionia: sembra convenienza.
L’estetica del silenzio mostra Syme che lavora alla Neolingua con entusiasmo genuino. Vashti tiene conferenze sulla musica senza aver mai sentito musica dal vivo, con lo stesso entusiasmo genuino. Entrambi sono perfettamente adattati a sistemi che li stanno impoverendo — ed entrambi non possono nemmeno immaginare cosa stanno perdendo, perché hanno perso anche la capacità di immaginarlo.
Forster, più di chiunque altro, capì che la distopia più perfetta è quella in cui le vittime non sanno di essere vittime. Non serve oppressione quando c’è servizio. Non serve violenza quando c’è comodità. La Macchina non ti odia. La Macchina ti ama. E questo è il problema.



