Nel 1954, un insegnante inglese scrisse la storia di un gruppo di bambini naufraghi su un’isola deserta. Non è un’avventura — è una discesa agli inferi. Il Signore delle Mosche non parla di bambini: parla di noi, di ciò che siamo sotto la vernice della civiltà.
L’anti-Robinson
William Golding (1911-1993) conosceva bene la letteratura inglese per ragazzi. L’isola del corallo di R.M. Ballantyne (1857), Robinson Crusoe di Defoe, le storie di naufraghi che costruiscono civiltà in miniatura grazie all’ingegno britannico, alla fede cristiana, ai valori vittoriani. Erano racconti ottimisti: togli la società corrotta, metti l’uomo nella natura, e il bene emergerà.
Golding non ci credeva.
Aveva insegnato per anni in una scuola maschile. Aveva visto come i bambini — anche i bambini “bene”, di buona famiglia, educati — potevano essere crudeli quando gli adulti non guardavano. Aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, aveva visto cosa potevano fare uomini civili — tedeschi, ma anche inglesi — in circostanze estreme.
Lord of the Flies (Il Signore delle Mosche, 1954) è la sua risposta a Ballantyne e a tutto l’ottimismo che rappresentava. Un gruppo di bambini inglesi naufraga su un’isola tropicale. Non c’è adulto. Devono organizzarsi da soli. E quello che costruiscono non è una civiltà — è un incubo.
I bambini sull’isola
Sono una trentina, tra i sei e i dodici anni, sopravvissuti a un incidente aereo durante un’evacuazione — il romanzo è ambientato durante una guerra nucleare non specificata. Trovano l’isola paradisiaca: frutta, acqua dolce, niente predatori. Potrebbero vivere tranquillamente fino a quando qualcuno li salverà.
Due leader emergono subito. Ralph, biondo, atletico, pragmatico: vuole costruire rifugi, mantenere un fuoco di segnalazione, organizzare il gruppo per la sopravvivenza. Jack, magro, rosso di capelli, capo del coro della scuola: vuole cacciare, esplorare, comandare.
All’inizio collaborano. Eleggono Ralph come capo — democraticamente, con voto per alzata di mano. Stabiliscono regole: chi tiene la conchiglia (un grosso guscio trovato sulla spiaggia) ha diritto di parola. Si dividono i compiti. Sembra funzionare.
Ma non funziona. Il fuoco si spegne perché chi doveva sorvegliarlo preferisce cacciare. I rifugi restano incompiuti. I più piccoli (“i piccoli”) hanno incubi su una “bestia” che vive nell’isola. E Jack, frustrato dal ruolo di secondo, inizia a costruire un’alternativa: niente regole, niente assemblee, solo caccia, carne, potere.
La bestia
La paura della “bestia” attraversa tutto il romanzo. I piccoli la sognano — un mostro che viene dal mare, o dalla giungla, o dal cielo. Ralph e Piggy (il ragazzo grasso e intelligente, voce della ragione) cercano di rassicurarli: non ci sono bestie, siamo soli sull’isola.
Ma la bestia c’è. Non è un mostro esterno — è dentro di loro.
Simon, il ragazzo strano, mistico, epilettico, lo capisce. In una delle scene più potenti del romanzo, incontra “il Signore delle Mosche” — la testa di un maiale ucciso, infilzata su un palo come offerta alla bestia, ricoperta di mosche. La testa “parla” a Simon (allucinazione? visione? il testo è ambiguo):
“Cosa credevi che fosse la Bestia? Qualcosa che potevi cacciare e uccidere? Sono io. Sono parte di te. Sono la ragione per cui le cose non funzionano.”
Simon capisce la verità: la bestia non è fuori — è dentro. È la capacità di violenza, di crudeltà, di male che ogni essere umano porta con sé. Non puoi sfuggirle fuggendo sull’isola — sei tu l’isola, e la bestia viene con te.
Quando Simon corre a dire agli altri ciò che ha capito, lo uccidono. È notte, c’è una tempesta, stanno danzando attorno al fuoco in preda a una frenesia rituale. Vedono una figura emergere dalla giungla e la prendono per la bestia. Lo massacrano con lance e bastoni. È l’innocente — il profeta — ucciso dalla folla.
La discesa
Dopo la morte di Simon, ogni pretesa di civiltà crolla.
Jack e i suoi si staccano definitivamente, formano la propria tribù, si dipingono la faccia come guerrieri. Ralph resta con Piggy e pochi altri — i “civili”, quelli che ancora credono nelle regole, nel fuoco, nel salvataggio.
Ma i civili perdono. Jack ruba gli occhiali di Piggy — l’unico modo per accendere il fuoco — con la forza. Quando Ralph e Piggy vanno a reclamarli, la tribù li attacca. Roger, il sadico del gruppo (c’è sempre un sadico), fa rotolare un masso che uccide Piggy e distrugge la conchiglia — il simbolo dell’ordine democratico.
Ralph resta solo. La tribù lo caccia attraverso l’isola, dando fuoco alla giungla per stanarlo. Non vogliono solo vincere — vogliono uccidere. Ralph, correndo sulla spiaggia in fiamme, si imbatte in un ufficiale della marina britannica appena sbarcato.
È salvo. Sono tutti salvi. Ma nulla è a posto.
Il finale ambiguo
L’ufficiale guarda i bambini — sporchi, feriti, dipinti, armati di lance — e non capisce. “Mi sarei aspettato di meglio da ragazzi inglesi”, dice. È una frase che Golding carica di ironia: i ragazzi inglesi hanno fatto esattamente ciò che farebbero gli adulti inglesi, se ne avessero l’occasione.
Ralph piange. Non per la gioia del salvataggio — per la perdita. “Ralph pianse per la fine dell’innocenza, per l’oscurità del cuore dell’uomo, per la caduta nel vuoto del vero amico saggio chiamato Piggy.”
È uno dei finali più devastanti della letteratura. Non c’è redenzione. I bambini verranno riportati a casa, torneranno alla civiltà — ma la civiltà è la stessa nave da guerra che li ha salvati, diretta a una guerra nucleare. Escono dall’isola per entrare in un’isola più grande — il mondo degli adulti, che fa le stesse cose su scala maggiore.
Golding non ci lascia con la speranza. Ci lascia con la consapevolezza: la bestia è in noi, è sempre stata in noi, e la civiltà non è una cura — è un contenimento temporaneo. Quando il contenimento cede, la bestia emerge.
Il peccato originale laico
Golding era religioso — anglicano, anche se eterodosso. Credeva in qualcosa come il peccato originale: l’idea che l’umanità sia fondamentalmente difettosa, incline al male, bisognosa di grazia per essere salvata.
Il Signore delle Mosche è una versione laica di questa teologia. Non c’è Dio nel romanzo — non c’è redenzione, non c’è salvezza. Ma c’è il peccato: la capacità innata di fare del male, che non viene dalla società ma dalla natura umana.
È una visione conservatrice, in un certo senso. Contro l’ottimismo illuminista (l’uomo nasce buono, la società lo corrompe), Golding sostiene l’opposto: l’uomo nasce con il potenziale per il male, e solo la società — con le sue regole, le sue punizioni, i suoi contenimenti — lo tiene a freno.
Ma non è una visione compiaciuta. Golding non dice “quindi accettiamo il male” — dice “quindi costruiamo strutture che lo contengano, e non illudiamoci che quelle strutture siano solide”. È pessimismo attivo, non rassegnato.
I bambini come specchio
Perché bambini?
Golding scelse bambini deliberatamente. Non perché siano innocenti — anzi, il punto è che non lo sono. Ma perché rendono visibile ciò che negli adulti è mascherato.
Gli adulti hanno imparato a nascondere la violenza dietro le convenzioni, a sublimare l’aggressività in competizione economica o politica, a giustificare la crudeltà con ideologie. I bambini non hanno ancora queste maschere. Fanno apertamente ciò che gli adulti fanno di nascosto.
Jack che dipinge la faccia e caccia è il generale che pianifica bombardamenti. Roger che uccide Piggy è il burocrate che firma ordini di deportazione. La tribù che dà la caccia a Ralph è la folla che linciava i diversi — e non solo nei secoli passati.
I bambini sono noi, senza filtri. E quello che vediamo non è bello.
L’eredità scomoda
Il Signore delle Mosche è un classico — insegnato nelle scuole, adattato due volte al cinema, citato in infinite discussioni sulla natura umana. Ma è anche un classico scomodo.
È scomodo per la sinistra progressista, che preferirebbe credere che il male venga dalle strutture sociali — abolisci il capitalismo, l’imperialismo, il patriarcato, e l’umanità fiorirà. Golding dice: no, il male è dentro di noi, precede le strutture e le sopravvive.
È scomodo per la destra libertaria, che preferirebbe credere che l’individuo lasciato libero farà le scelte giuste — togli lo Stato, togli le regole, e l’ordine emergerà spontaneamente. Golding dice: no, l’individuo libero può diventare un mostro, e le regole non sono oppressione — sono l’unica cosa che ci tiene umani.
È scomodo per tutti, perché ci costringe a guardare ciò che preferiremmo non vedere: la bestia dentro di noi, che aspetta solo l’occasione giusta per emergere.
Golding e Ballard
C’è una linea diretta tra Golding e J.G. Ballard — l’autore di High-Rise, già presente in questo Confessionale. Entrambi mostrano la civiltà come vernice sottile, entrambi descrivono la regressione alla barbarie, entrambi localizzano il nemico dentro piuttosto che fuori.
Ma c’è una differenza. I personaggi di Ballard — adulti, professionisti, borghesi — sembrano godere della regressione. Scoprono in sé stessi pulsioni che la civiltà reprimeva, e le abbracciano. È una liberazione perversa.
I bambini di Golding non godono — soffrono. Ralph piange. Piggy muore protestando l’ingiustizia. Simon cerca di portare la verità e viene ucciso. La regressione non è liberazione — è tragedia. È la perdita di qualcosa di prezioso, faticosamente costruito, che una volta perso forse non si recupera.
Golding è più classicamente tragico, Ballard più modernamente cinico. Ma la diagnosi è la stessa: non fidatevi della civiltà, non fidatevi di voi stessi, la bestia è sempre in agguato.
La domanda che resta
Alla fine, Il Signore delle Mosche lascia una domanda: è inevitabile?
Se la bestia è in noi, se la civiltà è solo contenimento temporaneo, se basta un naufragio per trasformarci in mostri — allora che speranza c’è? Siamo condannati a ripetere all’infinito la stessa storia?
Golding non risponde. Ma forse la risposta è nel romanzo stesso. Simon vede la verità — e viene ucciso. Piggy difende la ragione — e viene ucciso. Ralph cerca di mantenere l’ordine — e quasi viene ucciso. Tutti falliscono.
Ma esistono. C’è un Simon che cerca la verità. C’è un Piggy che difende la ragione. C’è un Ralph che cerca l’ordine. Non vincono, ma resistono — fino alla fine, contro ogni evidenza.
Forse è tutto ciò che possiamo fare: sapere che la bestia esiste, costruire strutture per contenerla, e continuare a resistere anche quando le strutture cedono. Non è molto. Ma è qualcosa.
E quel qualcosa, forse, è ciò che distingue l’umanità dalla bestia che porta dentro.
«La bestia è parte di noi.» — William Golding, Il Signore delle Mosche
Letture di approfondimento
William Golding, Il Signore delle Mosche (1954)
William Golding, Il destino degli eredi (1955)
William Golding, Nobel Lecture: “The nature of the beast” (1983)
Nella collana Stanza101:
Golding completa il quadro che abbiamo costruito in questo Confessionale. Se Orwell temeva il potere dall’alto e Huxley temeva la seduzione dal basso, Golding temeva qualcosa di più fondamentale: noi stessi.
1984 mostra il Partito che crea il male — attraverso tortura, manipolazione, terrore. Ma il Partito è fatto di persone: Winston diventa un informatore, O’Brien era forse un ribelle prima di diventare inquisitore. Il male non viene dal nulla — viene da esseri umani che lo scelgono, o che scivolano in esso un passo alla volta.
Democrazia Low Cost mostra un sistema che funziona perché sfrutta la bestia: la competizione, la gelosia, il desiderio di primeggiare sugli altri. Il PCA non crea questi impulsi — li incanalava. Marco non è costretto a competere; vuole competere, perché è umano, e competere è umano.
E L’estetica del silenzio mostra Syme che collabora con entusiasmo alla distruzione del linguaggio. Non è costretto — ama il suo lavoro. La bestia in lui non è violenza fisica; è il piacere intellettuale di fare bene qualcosa di terribile. È Roger che fa rotolare il masso, ma con una laurea in filologia.
Golding ci ricorda che le distopie non arrivano da Marte. Arrivano da noi — dalla bestia che portiamo dentro, che aspetta solo l’occasione giusta. Conoscere la bestia non basta a sconfiggerla. Ma almeno, conoscendola, possiamo costruire gabbie migliori.



