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Il passato che non è mai stato: ucronia, nostalgia e il diritto di immaginare

Il passato che non è mai stato: ucronia, nostalgia e il diritto di immaginare

C’è un momento, sfogliando Ucronia: Cupertino, in cui il confine tra realtà e finzione si fa sottile come carta velina. Una foto sgranata di un prototipo mai esistito. Un volantino pubblicitario per un prodotto fantasma. Un documento interno Apple che sembra uscito da un archivio dimenticato.

Sai che è falso. Lo dice chiaramente il libro: “Nulla è reale. Ma tutto sembra vero, perché avrebbe potuto esserlo.”

Eppure, per un istante, ci credi. O vorresti crederci.

Cos’è l’ucronia

L’ucronia è il genere letterario del “e se?”. E se la Germania avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale? (La svastica sul sole di Philip K. Dick). E se la Rivoluzione Americana fosse fallita? E se l’Impero Romano non fosse mai caduto?

A differenza della distopia, che immagina futuri cupi, l’ucronia riscrive il passato. Parte da un punto di divergenza — un evento che nella realtà è andato in un modo, ma che nella finzione prende un’altra strada — e ne esplora le conseguenze.

È un esercizio di immaginazione storica, ma anche qualcosa di più. È un modo per capire che la storia non è inevitabile. Che ogni “è andata così” nasconde infinite possibilità di “sarebbe potuta andare diversamente”.

La nostalgia del mai stato

Ucronia: Cupertino aggiunge un ingrediente particolare: la nostalgia. Non la nostalgia per un passato vissuto, ma per un passato immaginato. Un passato che non c’è mai stato, ma che sentiamo come una perdita.

Gabriele Gobbo, fondatore di Italiamac e appassionato di Apple da decenni, non racconta semplicemente prodotti alternativi. Racconta una Apple alternativa: più audace, più imperfetta, più umana. Un’Apple che sbaglia di più e rischia tutto. Un’Apple che, forse, assomiglia di più a quella che i suoi fan avrebbero voluto.

È una forma di nostalgia particolare, questa. Non rimpiange ciò che è stato, ma ciò che avrebbe potuto essere. È il lutto per una possibilità mai realizzata.

Il retrofuturismo come critica del presente

C’è un motivo per cui il retrofuturismo — l’estetica che immagina il futuro come lo vedevano nel passato — è così popolare oggi. Non è solo moda vintage o feticismo per i floppy disk. È una forma di critica.

Guardare a come immaginavamo il futuro negli anni ’80 o ’90 significa confrontare quelle visioni con il presente che abbiamo effettivamente costruito. E spesso il confronto è impietoso.

Il futuro che ci avevano promesso era fatto di colonie spaziali, auto volanti, settimane lavorative di quattro giorni. Il futuro che abbiamo avuto è fatto di gig economy, crisi climatica, e infinite varianti dello stesso smartphone.

Ucronia: Cupertino gioca con questa tensione. I prodotti immaginari che descrive — un iPod Phone nel 2002, un sistema operativo gentile chiamato WozOS — non sono solo fantasie tecnologiche. Sono frecce puntate verso un’industria che ha smesso di stupirci. Che preferisce l’incrementale al rivoluzionario. Che ha sostituito la visione con il marketing.

Distopia e ucronia: due facce della stessa moneta

A prima vista, distopia e ucronia sembrano generi opposti. La distopia guarda al futuro con terrore; l’ucronia guarda al passato con rimpianto. Ma condividono qualcosa di fondamentale: entrambe rifiutano l’idea che le cose debbano andare in un solo modo.

La distopia dice: “Attenzione, se continuiamo così finirà male.” L’ucronia dice: “Guarda, le cose potevano andare diversamente.” Insieme, formano un potente strumento di immaginazione politica.

Perché immaginare alternative — al passato, al presente, al futuro — è il primo passo per costruirle. Non si può cambiare ciò che si accetta come inevitabile. La letteratura speculativa, in tutte le sue forme, ci ricorda che nulla è inevitabile.

Il diritto di immaginare

Viviamo in un’epoca che sembra aver perso la capacità di immaginare futuri radicalmente diversi. Il capitalismo è l’unico sistema possibile. La tecnologia segue una traiettoria predeterminata. Le alternative sono “irrealistiche”.

Eppure, come ci ricorda Ursula K. Le Guin: “Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra inevitabile. Lo stesso si diceva del diritto divino dei re.”

La letteratura speculativa — distopica, ucronica, fantascientifica — è un esercizio di libertà. La libertà di immaginare mondi diversi, passati diversi, futuri diversi. La libertà di non accettare il presente come destino.

Ucronia: Cupertino è un piccolo libro su prodotti Apple mai esistiti. Ma è anche un invito a non dare nulla per scontato. A chiedersi sempre: “E se fosse andato diversamente?” E, di conseguenza: “E se potesse ancora andare diversamente?”

Il confessionale

Ho una confessione da fare: a volte preferisco i passati immaginari a quello reale. Mi piace pensare a un’Apple più folle, a una rivoluzione digitale che ha mantenuto le sue promesse, a un futuro che assomiglia a quello che sognavamo da bambini.

È escapismo? Forse. Ma è anche qualcosa di più. È rifiutarsi di credere che questo — tutto questo — sia l’unico mondo possibile.

Le distopie ci mostrano dove potremmo finire. Le ucronie ci mostrano dove avremmo potuto andare. Insieme, ci ricordano che la strada è ancora aperta.

«Dove niente è accaduto. Ma tutto avrebbe potuto accadere.» — Gabriele Gobbo, Ucronia: Cupertino

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