Winston Smith ha trentanove anni, un’ulcera varicosa alla caviglia destra e un lavoro al Ministero della Verità dove riscrive la storia per conto del Partito. Non è un eroe. Non è nemmeno particolarmente coraggioso. È un uomo stanco, malato, alcolizzato di Gin della Vittoria, che vive in un appartamento che puzza di cavolo bollito.
Eppure è lui il protagonista di 1984. Perché?
La risposta sta proprio nella sua mediocrità. Winston non è un rivoluzionario nato. Non ha carisma, non ha un piano, non ha seguaci. Il suo unico atto di ribellione, all’inizio del romanzo, è comprare un quaderno e scriverci dentro. Un gesto patetico, se ci pensate. Eppure, in un mondo dove il pensiero stesso è crimine, scrivere “ABBASSO IL GRANDE FRATELLO” su un foglio di carta è un atto di guerra.
L’antieroe per eccellenza
Orwell avrebbe potuto creare un protagonista eroico. Un leader della Fratellanza, un sabotatore, un martire consapevole. Invece ha scelto un impiegato di mezza età con problemi di salute. Perché?
Perché il totalitarismo non viene sconfitto dagli eroi. Viene sconfitto — se viene sconfitto — dalla resistenza quotidiana di persone ordinarie. O, più spesso, non viene sconfitto affatto, e le persone ordinarie vengono schiacciate.
Winston è noi. È il lettore medio che si chiede: cosa farei io, in quella situazione? Resisterei? Per quanto tempo? Fino a che punto?
La risposta onesta, quella che Orwell ci costringe ad affrontare, è: probabilmente no. Probabilmente cederemmo. Probabilmente tradiremmo chi amiamo. Probabilmente finiremmo ad amare il Grande Fratello.
Il crimine di pensare
La prima cosa che colpisce di Winston è la sua solitudine intellettuale. Non ha nessuno con cui parlare. Non può fidarsi di nessuno. Il suo monologo interiore — quell’interminabile flusso di pensieri che si porta dietro da anni — non ha mai trovato un interlocutore.
Quando compra il diario, sta cercando qualcuno a cui parlare. “Per chi sto scrivendo?” si chiede. Per i posteri? Per i non ancora nati? La risposta, ovviamente, è: per se stesso. Per convincersi di esistere. Per lasciare una traccia in un mondo progettato per cancellare ogni traccia.
C’è qualcosa di profondamente commovente in questo gesto. Winston sa che verrà scoperto. Sa che morirà, o peggio. Scrive lo stesso. Non perché spera di cambiare qualcosa, ma perché non scrivere sarebbe accettare che il Partito ha ragione. Che due più due fa cinque. Che la libertà è schiavitù.
L’uomo che ricorda
Il vero crimine di Winston non è il diario, non è la relazione con Julia, non è il contatto con O’Brien. Il suo vero crimine è ricordare.
Winston ricorda — o crede di ricordare — un tempo in cui le cose erano diverse. Ricorda sua madre, sua sorella, un mondo prima del Partito. I suoi ricordi sono frammentari, inaffidabili, forse inventati. Ma esistono. E in un mondo dove il passato viene riscritto quotidianamente, ricordare è l’atto più sovversivo possibile.
Il Partito non vuole solo controllare il presente. Vuole controllare il passato. E per controllare il passato, deve cancellare la memoria. Winston, con i suoi ricordi imperfetti e la sua ostinata convinzione che le cose siano state diverse, è una minaccia. Non per quello che fa, ma per quello che è: un uomo che ricorda.
La sconfitta inevitabile
Sappiamo fin dall’inizio che Winston perderà. Non c’è suspense, non c’è speranza di lieto fine. Il romanzo ci dice chiaramente, già dalle prime pagine, che questa storia finirà male.
Eppure continuiamo a leggere. Perché?
Forse perché la sconfitta di Winston è la nostra sconfitta. La sua resa è la resa che temiamo per noi stessi. E guardare un uomo ordinario lottare contro l’inevitabile, anche sapendo che perderà, ha qualcosa di profondamente umano.
Winston Smith non è un eroe. È qualcosa di più importante: è uno specchio.
«Non era il fatto che uno venisse ucciso a essere orribile, ma che prima ci si riducesse in una condizione tale per cui uno non aveva la più pallida idea di cosa gli sarebbe successo.»



