L’ottantacinque per cento della popolazione di Oceania sono prolet. Proletari. La massa. Non sono membri del Partito, non sono sorvegliati dai teleschermi nelle loro case, non partecipano ai Due Minuti d’Odio.
Il Partito li considera subumani. “I prolet e gli animali sono liberi”, recita uno slogan. E in un certo senso è vero: sono liberi perché non contano.
L’indifferenza come strategia
Il Partito non si preoccupa dei prolet perché non li considera una minaccia. Non hanno coscienza politica, non hanno organizzazione, non hanno leadership. Vivono le loro vite — lavorano, bevono, fanno figli, muoiono — senza interferire con il potere.
È una forma di controllo diversa da quella esercitata sui membri del Partito. Non sorveglianza totale, ma indifferenza totale. Non repressione attiva, ma abbandono calcolato.
I prolet hanno le loro preoccupazioni: la lotteria, il calcio, la birra, le piccole liti di quartiere. Il Partito fornisce loro intrattenimento di bassa qualità — musica, pornografia, romanzi generati dalle macchine — e li lascia in pace.
La speranza di Winston
Winston è ossessionato dai prolet. Passeggia nei loro quartieri, frequenta i loro pub, cerca di parlare con i vecchi per scoprire come era il mondo prima della Rivoluzione.
Nel suo diario scrive: “Se c’è una speranza, è nei prolet.”
È una speranza disperata. Winston sa che i prolet, così come sono, non si ribelleranno mai. Ma crede — o vuole credere — che abbiano conservato qualcosa di umano che i membri del Partito hanno perso. Una spontaneità, una vitalità, una capacità di vivere che il Partito non è riuscito a distruggere.
La donna che canta
Una delle scene più poetiche del romanzo è quando Winston, nascosto nella stanza sopra il negozio di Mr. Charrington, ascolta una donna prolet che canta mentre stende il bucato.
È una canzone stupida, una delle tante prodotte dal Partito per intrattenere le masse. Ma la donna la canta con genuina emozione, con gioia inconsapevole. E Winston pensa che lei, e milioni come lei, siano la vera speranza dell’umanità.
Non perché si ribelleranno. Ma perché continuano a vivere. A cantare. A stendere il bucato sotto il sole. A essere umani in modi che il Partito non può raggiungere.
L’illusione della libertà
Ma quanto sono davvero liberi i prolet? Sì, non hanno teleschermi in casa. Ma hanno la Psicopolizia tra loro, agenti in borghese che eliminano chiunque mostri segni di intelligenza o capacità di leadership.
Sì, non devono partecipare ai rituali del Partito. Ma sono bombardati di propaganda, intrattenimento progettato per tenerli docili, lotterie che non vinceranno mai.
La loro libertà è la libertà del bestiame. Possono muoversi nel recinto, ma il recinto c’è. Possono vivere le loro vite, ma le loro vite sono state accuratamente delimitate per non costituire una minaccia.
La domanda scomoda
Orwell pone una domanda scomoda: è meglio essere un membro del Partito, sorvegliato e controllato ma parte del sistema, o un prolet, ignorato e libero ma escluso da qualsiasi forma di potere o significato?
Non c’è una risposta facile. Winston, membro del Partito, soffre di più. È consapevole della sua prigionia, e questa consapevolezza è un tormento. I prolet non soffrono allo stesso modo perché non sanno di essere oppressi.
Ma l’ignoranza è davvero una forma di felicità? O è solo un’altra forma di schiavitù, più insidiosa perché invisibile?
Noi e i prolet
Oggi, chi sono i prolet? Siamo noi, la maggioranza che lavora e consuma senza partecipare realmente alle decisioni che determinano le nostre vite? O sono “gli altri”, quelli che non leggono, non votano, non si informano?
Orwell ci costringe a confrontarci con questa domanda. La massa — qualunque cosa significhi — è una risorsa o un pericolo? È la speranza della democrazia o la sua debolezza?
“Se c’è una speranza, è nei prolet.” Ma la speranza, in 1984, non si realizza mai.
«Finché non diventeranno coscienti della propria forza, non si ribelleranno mai, e finché non si ribelleranno, non potranno diventare coscienti della propria forza.»



