C’è una domanda che mi tormenta ogni volta che rileggo 1984: Emmanuel Goldstein è reale?
Non nel senso banale del termine — ovviamente è un personaggio di finzione. Intendo: all’interno del mondo del romanzo, Goldstein esiste davvero? È mai esistito? O è un’invenzione del Partito, un fantoccio creato apposta per essere odiato?
Orwell non risponde. E questo silenzio, come molti silenzi in 1984, dice più di qualsiasi risposta.
L’arcinemico perfetto
Guardiamo Goldstein attraverso gli occhi del Partito. Ha una “scarna faccia da ebreo”, capelli bianchi arruffati, una barbetta da capra, occhiali sul naso affilato. La sua voce è belante, come quella di una pecora. Il suo discorso è esagerato, isterico, palesemente falso.
È un nemico da cartone animato. Troppo perfetto per essere vero.
E proprio qui sta il punto. Goldstein è progettato per essere odiato. Ogni suo tratto — fisico, vocale, retorico — è calibrato per suscitare disprezzo. È l’incarnazione di tutto ciò che il Partito vuole che i suoi cittadini temano e detestino.
Ma chi ha progettato questo nemico così perfetto? Il Partito stesso, ovviamente. Anche se Goldstein fosse stato reale un tempo, ciò che appare sui teleschermi è una costruzione. Un’immagine manipolata, una voce registrata, un copione scritto da qualcun altro.
Il libro che nessuno ha letto
Goldstein è anche l’autore del misterioso “libro” — Teoria e prassi del collettivismo oligarchico — che circola clandestinamente e che Winston finalmente legge. È un testo lucido, brillante, che spiega con chiarezza cristallina come funziona il Partito.
Ma chi l’ha scritto davvero?
O’Brien rivela che il libro è stato scritto dal Partito stesso. O almeno, che lui ha collaborato alla sua stesura. È una trappola, un’esca per i dissidenti. Ma questo significa che tutto ciò che contiene è falso?
No, paradossalmente. Il libro dice la verità sul Partito. Spiega i meccanismi del potere con precisione chirurgica. È accurato proprio perché è stato scritto da chi detiene il potere.
Ed ecco il colpo di genio: il Partito può permettersi di dire la verità perché sa che nessuno ci crederà. O meglio: chi ci crede finirà nella Stanza 101.
Il Trotsky di Orwell
I lettori del 1949 riconoscevano immediatamente in Goldstein la figura di Lev Trotsky: l’ex rivoluzionario esiliato, il nemico numero uno di Stalin, accusato di ogni crimine immaginabile, dato per morto o vivo a seconda delle convenienze.
Come Goldstein, Trotsky era diventato un simbolo più che una persona. Un contenitore per ogni accusa, un capro espiatorio universale. E come Goldstein, la sua esistenza reale era diventata quasi irrilevante rispetto alla sua funzione simbolica.
Orwell, che aveva combattuto in Spagna e visto da vicino le purghe staliniste, conosceva bene questo meccanismo. Sapeva come i regimi totalitari avessero bisogno di nemici, e come quei nemici potessero essere fabbricati, modificati, moltiplicati a piacere.
La Fratellanza esiste?
E la Fratellanza? L’organizzazione segreta di cui Goldstein sarebbe il capo?
O’Brien dice a Winston che la Fratellanza esiste. Poi si rivela essere un agente della Psicopolizia. Stava mentendo? O la Fratellanza esiste davvero, come una sorta di honeypot gestito dal Partito per attirare i dissidenti?
Non lo sapremo mai. E forse non importa.
Ciò che importa è che Winston ci crede. Ha bisogno di credere che esista una resistenza, che non sia solo. Questa speranza — anche se basata su una menzogna — è ciò che lo tiene in vita, almeno per un po’.
Il Partito lo sa. E usa questa speranza come arma.
Il nemico necessario
Torniamo alla domanda iniziale: Goldstein è reale?
La risposta più onesta è: non ha importanza.
Reale o inventato, Goldstein serve la stessa funzione. È il nemico che tiene unito il popolo. È il capro espiatorio su cui scaricare ogni frustrazione. È la prova che il Partito è necessario, che senza di esso il caos trionferebbe.
Ogni regime ha bisogno di un Goldstein. Cambia il nome, cambia il volto, ma la funzione resta la stessa. E la domanda “esiste davvero?” è sempre, in fondo, irrilevante.
«Era considerato il rinnegato e il traditore per eccellenza che, una volta, molto tempo prima (quanto, nessuno sapeva con precisione), era stata una delle figure apicali del Partito.»



