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Il Grande Fratello indossava un dolcevita nero

Il Grande Fratello indossava un dolcevita nero

Ci sono immagini che non si possono evitare.

In 1984, è il volto del Grande Fratello. Appeso a ogni angolo, stampato su ogni superficie, impossibile da ignorare. Baffi neri, sguardo penetrante, quella didascalia ossessiva: “IL GRANDE FRATELLO TI VEDE.”

Nella nostra realtà, per almeno due decenni, c’è stata un’altra immagine altrettanto onnipresente. Un uomo magro in dolcevita nero, jeans e sneakers. Che ti guardava dai cartelloni, dagli schermi, dalle copertine delle riviste.

Steve Jobs non era il Grande Fratello. Ma il meccanismo era inquietantemente simile.

Il culto della personalità

Orwell sapeva che il totalitarismo ha bisogno di un volto. Non basta l’ideologia, non bastano le istituzioni: ci vuole una persona — vera o inventata — su cui proiettare l’adorazione delle masse.

Il Grande Fratello potrebbe non esistere. O’Brien lo ammette: esiste “come il Partito esiste”. È un simbolo, un focus, un’astrazione resa carne. La sua funzione non è governare: è essere amato.

Steve Jobs esisteva, ovviamente. Ma il “Steve Jobs” del mito — il genio visionario, il profeta della tecnologia, l’uomo che “pensava differente” — era una costruzione tanto quanto il Grande Fratello. Un’immagine curata, ripetuta, canonizzata.

La mela e il Partito

Ucronia: Cupertino gioca con questo culto. Crea una timeline alternativa dove Jobs prende decisioni diverse, dove la Apple segue strade non battute. Ma anche nell’ucronia, Jobs resta centrale. Resta il leader carismatico attorno a cui tutto ruota.

È impossibile immaginare Apple senza Jobs, anche quando si immagina una Apple diversa.

Come è impossibile immaginare l’Oceania senza il Grande Fratello, anche se forse non è mai esistito.

Il culto della personalità è così efficace che sopravvive anche alla fiction che lo critica.

“Think Different”

Ricordate lo spot Apple del 1984? Quello diretto da Ridley Scott, trasmesso durante il Super Bowl? Una donna atletica lancia un martello contro uno schermo gigante che trasmette propaganda totalitaria.

Il messaggio era chiaro: Apple è la ribellione. IBM è il Grande Fratello. Compra un Mac e sarai libero.

Trentacinque anni dopo, Apple è una delle aziende più grandi del mondo. I suoi dispositivi tracciano ogni nostro movimento. Il suo ecosistema chiuso ci tiene prigionieri tanto quanto qualsiasi sistema operativo IBM.

La donna col martello è diventata ciò che combatteva.

Il paradosso di Cupertino

Ucronia: Cupertino è un atto d’amore verso Apple. Gobbo ama quell’azienda, ama quella storia, ama quei prodotti mai esistiti che ha dovuto inventare.

Ma è anche una critica. Mostrando le strade non prese, Gobbo ci costringe a vedere quelle prese. E alcune di quelle strade portano in direzioni che Orwell avrebbe riconosciuto.

Walled garden. Ecosistema chiuso. Obsolescenza programmata. Sorveglianza travestita da servizio.

Il Grande Fratello del 1984 ti diceva cosa pensare. Il Grande Fratello di Cupertino ti dice cosa comprare, cosa usare, con chi comunicare, come vivere la tua vita digitale.

È una forma di controllo più soft. Ma è pur sempre controllo.

Il confessionale

Scrivo questo post su un MacBook Pro. L’iPhone è a portata di mano. L’Apple Watch al polso.

Sono parte del culto. Sono nel recinto. E mi piace starci, per lo più.

Ma ogni tanto guardo il logo sulla scocca del computer — quella mela morsicata, quel simbolo così perfetto — e penso ai manifesti del Grande Fratello. Quegli occhi che ti seguono ovunque.

IL GRANDE FRATELLO TI VEDE.

APPLE TI ASCOLTA.

È diverso, certo. È diverso.

Vero?

«La faccia dai baffi neri scrutava giù da ogni angolo.» — George Orwell, 1984

«C’è un’azienda là fuori. Un’azienda che ha iniziato in un garage.» — Dalla mitologia Apple

Due narrazioni. Un solo meccanismo: il leader come simbolo. Il simbolo come prigione.

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