Home / Confessionale / Il fermacarte: frammenti di bellezza in un mondo di cemento

Il fermacarte: frammenti di bellezza in un mondo di cemento

Il fermacarte: frammenti di bellezza in un mondo di cemento

Se avete letto 1984, ricorderete il fermacarte.

Winston lo compra nel negozio di Charrington: una sfera di vetro con un corallo rosa intrappolato all’interno. È un oggetto inutile, privo di funzione, sopravvissuto per caso a un mondo che ha cancellato la bellezza. Winston lo ama perché è “un messaggio da cent’anni fa, se si sapesse leggerlo.”

In L’estetica del silenzio, il fermacarte torna. E diventa il cuore simbolico del racconto.

Il tempo intrappolato

Charrington regala il fermacarte a Syme con parole che sembrano una profezia: “Quando lo guardi, vedrai ciò che hanno cercato di cancellare.”

È vero. Il corallo rosa, intrappolato nel vetro, è una bellezza fossile. Un frammento di natura in un mondo di cemento e acciaio. Una cosa che esiste solo per essere contemplata, in un sistema dove tutto deve avere una funzione.

Ma c’è di più. Il fermacarte è il tempo fermo. È la prova che qualcosa è esistito prima del Partito, prima della Neolingua, prima della riscrittura del passato. È un reperto archeologico di un mondo perduto.

Il vetro che si rompe

Non vi dirò come il fermacarte rientra nella trama — non voglio rovinare la lettura. Ma posso dirvi questo: a un certo punto, il vetro si rompe.

E quando si rompe, il corallo inizia a morire. Esposto all’aria per la prima volta in decenni, perde colore, si opacizza. Il tempo, che era stato fermato, ricomincia a scorrere — e porta con sé la decomposizione.

È un’immagine devastante. Ma anche liberatoria.

Perché il fermacarte intatto era bello, sì, ma era anche una prigione. Il corallo era conservato, ma non era vivo. Era un ricordo cristallizzato, non una memoria attiva.

Conservare o vivere?

C’è una domanda che attraversa tutto il racconto: cosa significa salvare il passato?

Syme salva parole scrivendole in un quaderno. Delia salva storie trascrivendole su foglietti nascosti. Charrington salva oggetti accumulandoli nel suo negozio. Ma tutto questo è conservazione, non vita.

Il Partito, in fondo, fa la stessa cosa — al contrario. Conserva una versione del passato, quella che gli conviene, cancellando tutto il resto. È un archivista totalitario.

La vera resistenza, forse, non è conservare ma trasmettere. Non nascondere, ma passare di mano in mano. Il fermacarte rotto non può più essere contemplato — ma il suo ricordo può essere raccontato.

Il corallo di Ucronia

Leggendo L’estetica del silenzio, ho pensato a un altro libro che abbiamo pubblicato: Ucronia: Cupertino di Gabriele Gobbo. Anche quello è un libro di frammenti. Prodotti Apple mai esistiti, pubblicità di computer che non sono mai stati costruiti, manuali di software mai scritti.

Anche Gobbo conserva qualcosa che non è mai esistito. E proprio per questo, il suo libro è vivo in un modo diverso: non rimpiange un passato reale, ma immagina un passato possibile.

Il fermacarte di Orwell contiene un corallo vero. I prodotti di Gobbo non sono mai stati veri. Eppure entrambi ci dicono la stessa cosa: ciò che conserviamo ci definisce. E ciò che immaginiamo ci libera.


«Anche le cose rotte meritano di essere conservate.»


Condividi:

Altri articoli