Classe Fenomenologia della complicità
Livello di diffusione Strutturale
Definizione
Capacità di individui ordinari di partecipare a sistemi oppressivi o criminali senza percepirsi come malvagi, semplicemente “facendo il proprio lavoro”, “seguendo le regole”, “obbedendo agli ordini”. Il male non richiede mostri: richiede persone normali che smettono di pensare a quello che fanno.
Origine del termine
Il concetto fu elaborato da Hannah Arendt nel libro La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme (1963), resoconto del processo ad Adolf Eichmann, responsabile della logistica dell’Olocausto. Arendt si aspettava un mostro; trovò un burocrate mediocre che ripeteva cliché, parlava di “fare il proprio dovere”, e sembrava incapace di pensiero autonomo.
La “banalità” non minimizza il male — lo rende più terrificante: non servono demoni per compiere atrocità, bastano funzionari diligenti.
Evoluzione del concetto
1963 — Arendt osserva Eichmann: non un fanatico antisemita, ma un uomo “terribilmente normale” che voleva fare carriera e non si poneva domande. La banalità sta nell’assenza di pensiero, non nell’assenza di conseguenze.
1971 — Esperimento di Milgram. Stanley Milgram dimostra sperimentalmente che persone ordinarie, sotto l’autorità di un “esperto”, infliggono scariche elettriche (fittizie) potenzialmente letali ad altri. Il 65% arriva fino in fondo.
1971 — Stanford Prison Experiment. Philip Zimbardo mostra come ruoli istituzionali (guardia/prigioniero) trasformino rapidamente persone normali in aguzzini o vittime passive.
Oggi — Compliance algoritmica. Non infliggi scariche elettriche, ma: moderi contenuti traumatizzanti per 4$/ora, ottimizzi algoritmi che creano dipendenza, progetti dark patterns, segnali utenti al sistema. “È solo il mio lavoro.”
«Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente e spaventosamente normali.» — Hannah Arendt
Sintomi nel presente
Come riconoscere la banalità del male nella vita quotidiana:
☐ “Faccio solo il mio lavoro” La divisione del lavoro frammenta la responsabilità. Tu fai solo un pezzo — non vedi l’insieme, non ti senti responsabile del risultato.
☐ Linguaggio tecnico “Ottimizzazione delle risorse” (licenziamenti), “gestione del flusso” (deportazioni), “moderazione dei contenuti” (censura). Il linguaggio burocratico anestetizza.
☐ Obbedienza all’autorità “Sono le regole”, “viene dall’alto”, “non decido io”. La responsabilità viene delegata al sistema.
☐ Distanza dalla conseguenza Non vedi chi subisce le conseguenze delle tue azioni. Un click approva, un algoritmo esegue, qualcuno — lontano — subisce.
☐ Normalizzazione del compito Ciò che la prima volta ti ha disturbato, la centesima volta è routine. L’orrore diventa procedura.
☐ Carrierismo Fai ciò che serve per avanzare, non ciò che ritieni giusto. Il sistema premia la compliance, non la coscienza.
Nota clinica
La banalità del male è il meccanismo che permette ai sistemi oppressivi di funzionare senza richiedere milioni di sadici. Bastano persone che smettono di pensare — o che pensano solo all’interno delle categorie fornite dal sistema.
Arendt non sosteneva che Eichmann fosse innocente, né che il male fosse “normale” nel senso di accettabile. Sosteneva qualcosa di più inquietante: la soglia per diventare complici è molto più bassa di quanto ci piace credere. Tutti possiamo essere Eichmann — se smettiamo di pensare.
La difesa è quella che Arendt chiamava “pensiero”: la capacità di fermarsi, guardare ciò che si sta facendo, chiedersi se è giusto — anche quando il sistema non lo richiede, anzi lo scoraggia.
Nella collana Stanza101
Democrazia Low Cost di Mario Burri Marco Ferretti è la banalità del male democratica: segnala altri utenti non per sadismo ma per ottenere crediti, partecipa al sistema non per convinzione ma per convenienza. Non è un delatore fanatico — è un cittadino che “fa quello che fanno tutti”. Questo lo rende più inquietante, non meno.
1984 di George Orwell Il Partito produce banalità del male industriale: legioni di funzionari al Ministero della Verità che falsificano archivi, al Ministero dell’Amore che torturano, al Ministero dell’Abbondanza che razionano. Winston stesso partecipa — fino a quando inizia a pensare.
L’estetica del silenzio Syme rappresenta un caso limite: non è banale, è entusiasta. Capisce perfettamente cosa sta facendo e lo celebra. Per Arendt, questo lo renderebbe meno pericoloso degli Eichmann — perché il pensiero, anche malvagio, è ancora pensiero.
Letture di approfondimento
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (1951)
Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme (1963)
Stanley Milgram, Obbedienza all’autorità (1974)
«Sotto il Terzo Reich, solo le “eccezioni” potevano ancora pensare normalmente. Il male era diventato banale.» — Hannah Arendt