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HUSTLE CULTURE

Classe Ideologia del lavoro / Sistema di credenze

Livello di diffusione Epidemico


Definizione

Cultura che glorifica il lavoro costante, il sacrificio del tempo libero e la produttività come unica misura del valore personale. Lo sfruttamento viene interiorizzato e trasformato in virtù. Non serve più il padrone quando il lavoratore si sfrutta da solo.

Origine del termine

“Hustle” in inglese significa sgobbare, darsi da fare, arrangiarsi — con una sfumatura di furbizia e urgenza. La “hustle culture” emerge come fenomeno riconoscibile negli anni 2010, alimentata dalla gig economy, dalla cultura delle startup e dai social media.

“Rise and grind.” “Sleep when you’re dead.” “Hustle harder.” Gli slogan si diffondono come mantra motivazionali. Chi lavora sedici ore al giorno non è sfruttato — è “appassionato”. Chi non ha tempo libero non è alienato — è “dedicato”.

Evoluzione del concetto

Radici — L’etica protestante del lavoro (Weber), il sogno americano, l’idea che il duro lavoro sia sempre premiato.

Gig economy — La precarietà viene ribrandizzata come “libertà imprenditoriale”. Non sei precario — sei il CEO di te stesso.

Social media — LinkedIn, Instagram, TikTok diffondono l’ideologia 24/7. Influencer mostrano le loro “5 AM routines”. Chi riposa non è zen — è perdente.

Interiorizzazione — Il capitale non deve più costringere: convince. Il lavoratore diventa il proprio sorvegliante, il proprio critico, il proprio sfruttatore.

«Ama quello che fai e non lavorerai mai un giorno nella tua vita. Lavorerai tutte le notti.»

Sintomi nel presente

Come riconoscere la hustle culture nella tua vita:

Colpa del riposo Ti senti in colpa per il tempo libero. Rilassarti sembra un’indulgenza, non un diritto.

Valore = ore Misuri il tuo valore in ore lavorate. “Sono stato produttivo” significa “sono una persona degna”.

Sonno sacrificabile Consideri il sonno un lusso che i vincenti non si concedono. Dormirai quando sarai morto.

Confini dissolti Glorifichi l’assenza di confini tra lavoro e vita. “Work hard, play hard” — ma soprattutto work.

Disprezzo del limite Disprezza chi “si accontenta” di un lavoro normale. Non hanno ambizione; tu sì.

Identità = produttività Ti definisci attraverso ciò che produci, non attraverso ciò che sei o chi ami.

Nota clinica

Il capitalismo delle origini doveva costringere i lavoratori a lavorare — con la fame, la legge, la violenza. La hustle culture ha trovato un metodo più efficace: convincerli che vogliono lavorare.

L’inversione ideologica è completa: la necessità diventa virtù, la precarietà diventa opportunità, l’assenza di tutele diventa “libertà imprenditoriale”. Chi non riesce non è vittima di un sistema — non si è impegnato abbastanza. La colpa è sempre individuale, mai strutturale.

Syme, in 1984, lavorava alla Neolingua con entusiasmo genuino. Non era costretto — amava il suo lavoro, ne era orgoglioso, si identificava con esso. La hustle culture produce milioni di Syme: lavoratori che celebrano la propria dedizione al sistema che li consuma.

Nella collana Stanza101

L’estetica del silenzio Syme è l’impiegato perfetto della hustle culture: lavora oltre l’orario, si entusiasma per i progressi della Neolingua, vede nel suo lavoro un significato profondo. Il Partito non deve costringerlo — Syme costringe sé stesso. Ed è esattamente per questo che è pericoloso.

Democrazia Low Cost di Mario Burri Nel PCA, la produttività genera punti, i punti generano status, lo status genera accesso. È hustle culture codificata in algoritmo: non lavori perché devi, lavori perché vuoi salire — e il sistema ti premia visibilmente per ogni sforzo.

Letture di approfondimento

Anne Helen Petersen, Can’t Even: How Millennials Became the Burnout Generation (2020)

Derek Thompson, Workism Is Making Americans Miserable (The Atlantic, 2019)

Byung-Chul Han, La società della stanchezza (2010)


«Il riposo non è pigrizia. È resistenza. Ma ce l’hanno fatto dimenticare.»


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