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I Due Minuti d’Odio: anatomia di un rituale

I Due Minuti d'Odio: anatomia di un rituale

Ogni giorno, alle undici, i dipendenti del Ministero della Verità si riuniscono davanti al teleschermo per i Due Minuti d’Odio. Sullo schermo appare il volto di Emmanuel Goldstein, il Nemico del Popolo. E per centoventi secondi, tutti urlano.

È una delle scene più memorabili di 1984. Anche chi non ha letto il romanzo conosce i Due Minuti d’Odio, ne ha sentito parlare, li ha visti parodiati mille volte. Ma cosa significano davvero? E perché ci inquietano così tanto?

L’odio come bisogno

La cosa più disturbante dei Due Minuti d’Odio non è che i partecipanti siano costretti a fingere. È che non devono fingere affatto.

Winston lo dice chiaramente: dopo i primi trenta secondi, non è più necessario recitare. L’odio diventa reale. Un’estasi molesta, un folle bisogno di uccidere e torturare, attraversa la folla come una corrente elettrica. Tutti urlano, tutti pestano i piedi, tutti lanciano oggetti contro lo schermo.

Orwell aveva capito qualcosa di fondamentale sulla psicologia umana: l’odio è gratificante. Odiare insieme è ancora più gratificante. C’è un piacere fisico, quasi sessuale, nel lasciarsi andare alla rabbia collettiva. Nel sentirsi parte di un gruppo unito contro un nemico comune.

Il nemico necessario

Goldstein esiste davvero? Il romanzo lascia la domanda aperta. Forse è una figura reale, forse è un’invenzione del Partito, forse è stato reale un tempo e ora sopravvive solo come simbolo.

Non importa. Ciò che importa è la sua funzione. Goldstein è il contenitore di tutto l’odio, tutta la frustrazione, tutto il malcontento che i cittadini di Oceania potrebbero altrimenti rivolgere contro il Partito.

Hai fame? È colpa di Goldstein e dei suoi sabotatori. Vivi in un appartamento che cade a pezzi? Goldstein. Il gin fa schifo, le sigarette sono imfumabili, le lamette non tagliano? Goldstein, Goldstein, Goldstein.

Il nemico esterno — che sia reale o immaginario — è indispensabile per qualsiasi sistema totalitario. Senza un nemico, i cittadini potrebbero iniziare a chiedersi chi sia davvero responsabile delle loro sofferenze.

L’odio come sfogo

Ma Orwell va oltre. I Due Minuti d’Odio non servono solo a deviare la rabbia. Servono a sfogarla. A consumarla in un rituale controllato, così che non si accumuli fino a esplodere.

È un meccanismo geniale, se ci pensate. Il Partito sa che i suoi cittadini sono infelici. Sa che vivono in condizioni miserabili, che lavorano troppo, che non hanno piaceri. Sa che questa infelicità potrebbe diventare pericolosa.

Invece di migliorare le condizioni di vita — cosa che richiederebbe risorse e ridurrebbe il potere del Partito — offre uno sfogo. Due minuti al giorno in cui puoi urlare, pestare i piedi, lanciare oggetti. Due minuti in cui puoi odiare liberamente, anzi, devi odiare.

E dopo i due minuti, ti senti meglio. Svuotato. Pronto per tornare al lavoro.

L’odio e l’amore

La cosa più inquietante della scena è ciò che succede alla fine. Quando il volto di Goldstein sfuma e viene sostituito da quello del Grande Fratello, l’odio si trasforma istantaneamente in amore. La folla smette di urlare e inizia a cantare: “G-F! G-F!”

È lo stesso meccanismo psicologico, solo invertito. L’intensità emotiva rimane, cambia solo il segno. Prima odio puro, poi amore puro. Nessuna sfumatura, nessun pensiero critico, nessuna distanza.

Orwell sta descrivendo qualcosa che conosciamo bene: il tifo sportivo, il fandom, le guerre sui social media. La capacità umana di passare dall’adorazione all’odio e viceversa in un istante. Di provare emozioni intense per persone che non abbiamo mai incontrato, basandoci solo su immagini e narrazioni.

I nostri Due Minuti d’Odio

Oggi non ci riuniamo fisicamente davanti a uno schermo per odiare un nemico designato. Ma i social media offrono qualcosa di molto simile: un flusso continuo di contenuti progettati per provocare indignazione.

L’indignazione funziona. Genera engagement, condivisioni, commenti. Gli algoritmi lo sanno e ci mostrano sempre più contenuti che ci fanno arrabbiare. Non due minuti al giorno: tutto il giorno, tutti i giorni.

Il nemico cambia continuamente — oggi è un politico, domani è una celebrità, dopodomani è un perfetto sconosciuto che ha detto qualcosa di sbagliato — ma il meccanismo è lo stesso. Odiare insieme, sentirsi parte del gruppo giusto, sfogare la frustrazione su un bersaglio designato.

Orwell non aveva previsto internet. Ma aveva capito l’essere umano.

«La cosa orribile dei Due Minuti d’Odio non era il fatto che uno era obbligato a recitare una parte, ma, al contrario, che era impossibile non farsi trascinare dal delirio collettivo.»

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