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Il cacciatore di androidi: Philip K. Dick e la domanda che non ha risposta

Il cacciatore di androidi: Philip K. Dick e la domanda che non ha risposta

Per tutta la vita, Philip K. Dick si pose due domande: “Cosa è reale?” e “Cosa significa essere umano?”. Non trovò mai risposte definitive. Ma le domande stesse, ripetute ossessivamente in decine di romanzi e racconti, hanno plasmato il modo in cui pensiamo al futuro — e al presente.


L’outsider che vide tutto

Philip Kindred Dick (1928-1982) morì povero, semi-sconosciuto, considerato un autore di fantascienza di serie B. Oggi i suoi romanzi sono classici della letteratura americana, i suoi racconti hanno generato alcuni dei film più influenti della storia del cinema — Blade Runner, Total Recall, Minority Report, A Scanner Darkly, The Man in the High Castle — e il suo nome è diventato aggettivo: “dickiano” descrive qualsiasi situazione in cui la realtà si rivela instabile, l’identità frammentata, la paranoia giustificata.

Come è possibile che uno scrittore così visionario sia rimasto così a lungo invisibile?

La risposta sta nel genere. Dick scrisse fantascienza in un’epoca in cui la fantascienza era considerata letteratura da edicola, buona per adolescenti e disadattati. I critici letterari seri non leggevano “quella roba”. E Dick, a differenza di autori come Bradbury o Vonnegut che riuscirono a trascendere il ghetto del genere, rimase fedele alle convenzioni della science fiction: astronavi, androidi, droghe psichedeliche, mondi paralleli.

Ma sotto la superficie pulp, Dick affrontava le stesse domande dei grandi filosofi. Cosa possiamo sapere con certezza? Come distinguiamo l’illusione dalla realtà? Cosa ci rende umani? Può una macchina avere un’anima? La memoria è affidabile? L’identità è stabile? Queste domande — che Cartesio, Hume, Kant avevano posto in trattati accademici — Dick le incarnava in storie di cacciatori di taglie che inseguono androidi, di agenti segreti che scoprono di essere i loro stessi bersagli, di uomini ordinari che si svegliano in realtà che non riconoscono.

Non era un filosofo sistematico. Era qualcosa di più raro: un filosofo narrativo, capace di tradurre l’angoscia epistemologica in trama, di rendere viscerali le vertigini ontologiche. Leggere Dick significa sentire cosa significa non sapere se il mondo è reale — non solo pensarlo.


Gli androidi sognano pecore elettriche?

Il romanzo più celebre di Dick, pubblicato nel 1968, pone la domanda già nel titolo. Do Androids Dream of Electric Sheep? — conosciuto ai più attraverso il film Blade Runner di Ridley Scott (1982) — immagina un futuro post-apocalittico in cui androidi quasi indistinguibili dagli umani vengono usati come schiavi nelle colonie extraterrestri. Quando fuggono sulla Terra, cacciatori di taglie come Rick Deckard vengono incaricati di “ritirarli” — un eufemismo per ucciderli.

Ma come si distingue un androide da un umano?

Nel romanzo, esiste un test: il Voigt-Kampff, che misura le risposte empatiche involontarie a scenari disturbanti. Gli androidi, per quanto sofisticati, non provano vera empatia. Possono simularla, ma non sentirla. L’empatia — la capacità di soffrire per la sofferenza altrui — è ciò che definisce l’umano.

O almeno così sembra. Perché nel corso del romanzo, Dick mina sistematicamente questa certezza. Deckard incontra androidi che sembrano più empatici di molti umani. Incontra umani — come il sadico Phil Resch — che sembrano privi di empatia. Scopre che lui stesso, dopo aver “ritirato” abbastanza androidi, sta perdendo la capacità di provare compassione. Chi è più umano: l’androide che desidera vivere o il cacciatore che lo uccide senza rimorso?

La genialità di Dick sta nel rifiutare risposte facili. Il romanzo non conclude che “gli androidi sono umani” né che “solo gli umani sono umani”. Conclude che la domanda stessa è un abisso — che la linea tra naturale e artificiale, autentico e simulato, vivo e meccanico è molto più sfumata di quanto vorremmo credere.

Nel 1972, Dick tenne un discorso intitolato “The Android and the Human” in cui invertì la domanda del romanzo. Il pericolo, sosteneva, non era che le macchine diventassero umane — ma che gli umani diventassero macchine. “L’androide è una metafora dell’uomo che ha perso la sua umanità”, disse. “L’uomo ridotto a cosa, l’uomo come ingranaggio, l’uomo che funziona invece di vivere.”

Guardava la società americana del suo tempo — la guerra del Vietnam, la politica di Nixon, il conformismo suburbano — e vedeva un’umanità che si stava androidizzando: persone che seguivano ordini senza pensare, che consumavano senza desiderare, che vivevano senza sentire. La domanda “gli androidi sono umani?” era meno urgente della domanda “gli umani stanno diventando androidi?”.


La realtà è ciò che non svanisce quando smetti di crederci

In un’intervista del 1978, Dick diede la sua definizione di realtà: “La realtà è ciò che, quando smetti di crederci, non svanisce”. È una definizione pragmatica, quasi banale. Ma nei suoi romanzi, Dick la usa come test per demolire ogni certezza.

In Ubik (1969), considerato da molti il suo capolavoro, un gruppo di persone si ritrova intrappolato in una realtà che si sta deteriorando. Gli oggetti regrediscono a versioni precedenti: le automobili diventano carrozze, i televisori diventano radio, il cibo marcisce. Il tempo stesso sembra andare all’indietro. I protagonisti non sanno se sono vivi, morti, in un sogno, in una simulazione. E il lettore non lo sa con loro.

Dick non offre una spiegazione definitiva. Ci sono indizi che suggeriscono che i personaggi siano in “semi-vita”, una forma di ibernazione crionica in cui la coscienza persiste ma si deteriora. Ma altri indizi contraddicono questa interpretazione. Il romanzo termina con un’ambiguità deliberata, con la realtà “esterna” che mostra gli stessi segni di deterioramento di quella “interna”.

Ubik — il prodotto misterioso che appare in pubblicità assurde all’inizio di ogni capitolo e che sembra capace di restaurare la realtà — è stato interpretato come Dio, come la grazia, come l’inconscio collettivo, come una droga. Dick stesso suggerì interpretazioni diverse in momenti diversi. L’indeterminatezza è il punto.

In The Three Stigmata of Palmer Eldritch (1965), colonizzatori su Marte usano una droga chiamata Can-D per fuggire dalla loro esistenza miserabile in simulazioni condivise. Ma quando appare una nuova droga, Chew-Z, offerta dal misterioso Palmer Eldritch, la distinzione tra realtà e allucinazione si dissolve completamente. Chi ha preso Chew-Z non sa mai con certezza se ne è uscito — o se la “realtà” a cui è tornato è un altro livello della droga.

In A Scanner Darkly (1977), il più autobiografico dei suoi romanzi, un agente antidroga infiltrato scopre che il suo alter ego — il criminale che sta sorvegliando — è lui stesso. La droga Substance D ha scisso la sua mente in due personalità che non si riconoscono. Dick, che aveva vissuto la controcultura californiana degli anni ’60 e ’70 e aveva perso amici per overdose, riversò nel romanzo la sua esperienza diretta della dissoluzione dell’identità.

In tutti questi romanzi, il tema è lo stesso: la realtà consensuale — il mondo che diamo per scontato, il sé che crediamo di essere — è molto più fragile di quanto pensiamo. Basta una droga, un trauma, una rivelazione, e tutto ciò che credevamo solido si rivela costruzione, narrazione, sogno.


L’impero non è mai finito

Nel febbraio e marzo del 1974, Philip K. Dick ebbe una serie di esperienze che avrebbero trasformato — e tormentato — gli ultimi otto anni della sua vita.

Tutto iniziò con un raggio di luce rosa. Dick aprì la porta a una farmacista venuta a consegnare antidolorifici per un’estrazione dentaria. La donna portava un ciondolo a forma di pesce — il simbolo dei primi cristiani. Quando la luce del sole colpì il ciondolo, Dick fu investito da quello che descrisse come un “raggio di informazione” che scaricò nella sua mente una quantità enorme di conoscenza.

Nei giorni successivi, Dick ebbe visioni, sentì voci, ricevette messaggi. Credette di essere in contatto con un’intelligenza superiore che chiamò VALIS (Vast Active Living Intelligence System). Credette che la realtà consensuale fosse un’illusione — che in realtà fossimo ancora nel I secolo d.C., sotto la persecuzione romana, e che l'”Impero” — il sistema di oppressione — non fosse mai finito, ma si fosse solo mascherato sotto forme diverse: il fascismo, il capitalismo, il governo Nixon.

Era follia? Illuminazione? Una crisi psicotica? Un breakthrough spirituale? Dick stesso non ne fu mai certo. Passò il resto della vita a cercare di capire cosa gli fosse successo, riempiendo migliaia di pagine di quello che chiamò l'”Esegesi” — un diario filosofico-teologico in cui esplorava ogni possibile interpretazione delle sue esperienze.

Da queste esperienze nacque la “Trilogia di VALIS”: VALIS (1981), The Divine Invasion (1981), e The Transmigration of Timothy Archer (1982). Sono romanzi strani, ibridi, in cui Dick — o un personaggio che si chiama Horselover Fat (traduzione del suo nome: Philip = amante dei cavalli, Dick = grasso in tedesco) — cerca di dare senso a rivelazioni che potrebbero essere divine o psicotiche.

Per i nostri scopi, ciò che conta è l’idea dell'”Impero”: un sistema di oppressione che si perpetua attraverso la storia, cambiando maschera ma mantenendo la stessa essenza. L’Impero è Roma, è il Terzo Reich, è l’America di Nixon, è qualsiasi struttura di potere che schiaccia l’individuo e nega la realtà. “L’Impero non è mai finito” divenne uno degli aforismi più citati di Dick — una formula che cattura la paranoia ma anche l’intuizione che i sistemi di dominio hanno una continuità profonda, che il totalitarismo non è un’anomalia storica ma una tendenza permanente.

Dick era pazzo? Forse. Era anche, come ha notato il critico Erik Davis, un “tecno-gnostico” — qualcuno che intuiva verità sulla natura della realtà e dell’informazione che la cultura mainstream avrebbe impiegato decenni a elaborare. Le sue visioni di realtà simulate, di informazione come sostanza fondamentale dell’universo, di identità multiple e frammentate anticipavano la teoria della simulazione, la fisica dell’informazione, le discussioni contemporanee sull’intelligenza artificiale.


Il pre-crimine e la sorveglianza predittiva

In “The Minority Report” (1956), Dick immaginò un sistema chiamato “Pre-crimine”: tre mutanti precognitivi prevedono i crimini prima che accadano, permettendo alla polizia di arrestare i colpevoli prima che commettano il reato.

Il racconto — molto diverso dal film di Spielberg — esplora le implicazioni filosofiche e politiche dell’idea. Se vieni arrestato per un crimine che non hai ancora commesso, sei colpevole? Il fatto che l’avresti commesso (secondo la previsione) è sufficiente per punirti? E cosa succede se la previsione stessa cambia il futuro — se, sapendo che saresti stato arrestato, non avresti commesso il crimine?

Dick era interessato al paradosso temporale, ma anche a qualcosa di più immediato: il potere di definire la devianza prima che si manifesti. Nel mondo del Pre-crimine, non sei giudicato per le tue azioni ma per le tue potenzialità. Il sistema non punisce ciò che hai fatto — punisce ciò che sei, la persona che potrebbe fare certe cose.

Oggi chiamiamo questo “polizia predittiva” o “profilazione algoritmica”. Algoritmi analizzano dati — precedenti penali, quartiere di residenza, pattern di comportamento — per calcolare la probabilità che qualcuno commetta un crimine. Questi punteggi influenzano decisioni sulla libertà condizionale, sulla sorveglianza, sull’allocazione delle risorse di polizia.

Dick non poteva immaginare gli algoritmi, ma aveva capito la logica: qualsiasi sistema che pretende di conoscere il futuro finisce per creare il futuro che predice. Se sei trattato come un criminale potenziale, vieni spinto verso le condizioni che generano criminalità. La profezia si auto-avvera.

In Minority Report (il racconto, non il film), Dick aggiunge un twist: i tre precog non sempre concordano. Quando uno dissente — il “minority report” del titolo — la sua versione viene soppressa. Il sistema presenta l’unanimità quando in realtà c’è dissenso. È una metafora della soppressione del dubbio in qualsiasi sistema che pretende certezza: la scienza, la politica, la giustizia.


L’eredità dell’inquietudine

Philip K. Dick morì il 2 marzo 1982, poche settimane prima dell’uscita di Blade Runner. Non vide il film diventare culto, non vide i suoi romanzi entrare nella Library of America (l’equivalente americano dei Meridiani Mondadori), non vide “dickiano” diventare parola del vocabolario culturale.

Ma la sua influenza è ovunque. Ogni film che mette in dubbio la realtà — da The Matrix a Inception a The Truman Show — deve qualcosa a Dick. Ogni discussione sulla coscienza artificiale riprende le domande che Dick pose su Rachael e Roy Batty. Ogni teoria della simulazione — inclusa quella di Elon Musk — echeggia le ossessioni di VALIS.

Più profondamente, Dick ci ha lasciato un modo di guardare il mondo. La paranoia dickiana non è semplicemente sospetto: è la consapevolezza che i sistemi — politici, economici, tecnologici — operano secondo logiche nascoste, che la superficie della realtà nasconde strutture che non vediamo, che la nostra stessa percezione può essere manipolata.

Questa consapevolezza può essere paralizzante. Può sfociare nella teoria del complotto, nella sfiducia patologica, nell’incapacità di agire. Dick stesso oscillò tra lucidità e delirio, tra critica sociale e paranoia personale. La sua vita fu un disastro: cinque matrimoni falliti, dipendenza da anfetamine, povertà, isolamento, possibili tentativi di suicidio.

Ma la consapevolezza dickiana può anche essere liberatoria. Se la realtà è costruita, può essere ricostruita. Se l’identità è fluida, può essere reinventata. Se i sistemi di potere sono maschere, le maschere possono essere strappate. Dick non offre soluzioni — non aveva soluzioni per la propria vita, figurarsi per la società. Offre qualcosa di diverso: il permesso di dubitare, di interrogare, di non accettare la realtà così come viene presentata.

“Forse io vedo troppo”, scrisse una volta. “Ma quanto sarebbe meglio vedere troppo che troppo poco.”


Il cacciatore diventa la preda

C’è una scena in Do Androids Dream of Electric Sheep? che riassume l’intera opera di Dick. Deckard, il cacciatore di androidi, sta interrogando Rachael, un’androide Nexus-6 così avanzata da non sapere di essere artificiale. Le somministra il test Voigt-Kampff. Le risposte di Rachael sono ambigue — potrebbero indicare un androide sofisticato o un umano traumatizzato.

A un certo punto, Deckard si rende conto che non sa più cosa sta cercando. Sta testando Rachael — o Rachael sta testando lui? Chi è il vero soggetto dell’esperimento?

È la domanda che Dick pone a tutti noi. Pensiamo di guardare il mondo, di analizzarlo, di comprenderlo. Ma il mondo ci guarda, ci analizza, ci comprende — e forse ci costruisce. Pensiamo di essere i soggetti della nostra esperienza. Ma siamo anche oggetti — di forze economiche, algoritmi, sistemi di potere che ci plasmano senza che ne siamo consapevoli.

Il cacciatore diventa la preda. L’osservatore diventa l’osservato. L’umano diventa l’androide — non perché viene sostituito, ma perché smette di porsi le domande che lo rendono umano.

Dick non aveva risposte. Aveva domande. E le domande, nell’era degli algoritmi e delle realtà virtuali, sono più urgenti che mai.


«È strano come la paranoia riesca a connettersi con la realtà ogni tanto.» — Philip K. Dick


Letture di approfondimento

Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (1968)

Philip K. Dick, Ubik (1969)

Philip K. Dick, Minority Report (1956)

Philip K. Dick, VALIS (1981)


Nella collana Stanza101:

La domanda dickiana “cosa è reale?” trova una declinazione politica in Democrazia Low Cost di Mario Burri. Marco Ferretti vive in una realtà mediata dal PCA: le statistiche che vede, i crediti che accumula, la posizione nella classifica — tutto è costruito dal sistema. Ma è reale la sua cittadinanza? O è una simulazione di cittadinanza, una performance che ha sostituito la cosa vera? Come Deckard che non sa più se Rachael è umana, Marco non sa più se la sua partecipazione civica è autentica o programmata.

E la domanda “cosa significa essere umano?” risuona ne L’estetica del silenzio. Syme è perfettamente adattato al sistema — così perfettamente che il sistema lo distruggerà. È “umano” nel senso dickiano, o è diventato un androide ideologico, una macchina che esegue funzioni senza vera coscienza? L’ironia è che Syme è troppo intelligente per il sistema — e l’intelligenza non programmata è pericolosa quanto l’empatia degli androidi.

In 1984, Orwell immaginava la riscrittura della storia. Dick va oltre: non è solo la storia a essere riscrivibile, è la realtà stessa. E quando la realtà è fluida, resistere diventa quasi impossibile — perché non sai più a cosa stai resistendo.


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