Ho una teoria che mi inquieta.
Il Ministero della Verità di 1984 — quel palazzo piramidale di trecento metri dove Winston riscrive la storia — non è stato abolito. Si è trasferito. Ha cambiato nome, ha assunto designer migliori, e ora ha sede a Cupertino, California.
Sto esagerando? Probabilmente. Ma lasciatemi spiegare.
Il lavoro di Winston
Ricordate cosa fa Winston Smith per vivere? Modifica gli archivi. Quando il Partito cambia politica, Winston riscrive i vecchi articoli per far sembrare che la nuova linea sia sempre stata quella giusta. Quando un funzionario cade in disgrazia, Winston lo cancella dalle fotografie, dagli articoli, dalla storia.
Non inventa il futuro. Reinventa il passato.
È un lavoro meticoloso, artigianale. Richiede attenzione ai dettagli, coerenza interna, verosimiglianza. Non basta cancellare: bisogna sostituire con qualcosa di credibile. Il falso deve sembrare più vero del vero.
Ora aprite Ucronia: Cupertino di Gabriele Gobbo.
L’archivio che non c’è
Gobbo ha fatto esattamente quello che faceva Winston. Ha creato un archivio di eventi mai accaduti. Volantini pubblicitari per prodotti mai esistiti. Screenshot di sistemi operativi mai rilasciati. Fotografie d’epoca di prototipi mai costruiti.
WindOS 1995. iPod Phone 2002. WozOS 1985. Una timeline alternativa della Apple, documentata con la stessa cura maniacale che il Ministero della Verità dedicava alla falsificazione della storia.
La differenza? Gobbo dichiara che è finzione. Il Partito no.
Ma quanto conta questa differenza, davvero?
La tecnica del falso
C’è un passaggio nell’introduzione di Ucronia: Cupertino che mi ha fatto venire i brividi. Gobbo spiega come ha creato i suoi falsi: stampando i materiali, stropicciandoli, sporcandoli di caffè, scansionandoli più volte per simulare l’usura del tempo.
È la stessa tecnica — aggiornata all’era digitale — che userebbe il Ministero della Verità. Non basta creare il documento falso: bisogna invecchiarlo, dargli patina di autenticità, renderlo indistinguibile dall’originale.
Winston sarebbe impressionato. O forse no. Forse direbbe: “Dilettante. Noi al Miniver facciamo questo da decenni.”
Il disagio dell’editore
Pubblichiamo entrambi i libri: 1984 e Ucronia: Cupertino. E ogni volta che li metto vicini sullo scaffale, provo un sottile disagio.
Uno è un monito. L’altro è un gioco.
Ma il gioco usa le stesse tecniche del monito. E le tecniche, una volta apprese, possono essere usate per qualsiasi scopo.
Gobbo falsifica la storia di Apple per amore, per nostalgia, per critica. Ma qualcun altro potrebbe falsificare la storia per potere, per profitto, per controllo. E userebbe gli stessi strumenti.
La domanda scomoda
Ecco la domanda che mi tormenta: stiamo pubblicando un vaccino o un manuale di istruzioni?
Ucronia: Cupertino ci mostra come si fabbricano i falsi. Ci allena a riconoscerli, certo. Ma ci insegna anche a crearli.
Orwell ha scritto 1984 come avvertimento. Ma qualcuno, da qualche parte, l’ha letto come ispirazione.
Forse è inevitabile. Forse ogni opera che mostra il male insegna anche a praticarlo. Forse il confine tra critica e complicità è più sottile di quanto vorremmo credere.
Il Ministero della Verità non ha un logo a forma di mela. Ma se ce l’avesse, sarebbe comunque elegante, minimalista, perfetto.
Proprio come tutto ciò che viene da Cupertino.
«Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.» — George Orwell, 1984
«Nulla è reale. È un gioco, goditi la storia.» — Gabriele Gobbo, Ucronia: Cupertino
La distanza tra queste due frasi si accorcia ogni giorno.



