Nel 1921, un ingegnere navale russo scrisse un romanzo che non sarebbe mai stato pubblicato nel suo paese. Quel libro avrebbe generato 1984 e Il mondo nuovo — e il suo autore sarebbe morto in esilio, dimenticato. Questa è la storia di Evgenij Zamjatin e di Noi, il romanzo che ha inventato il futuro.
Il libro proibito che generò tutti gli altri
C’è un’ingiustizia nella storia della letteratura che merita di essere corretta. Quando pensiamo alla distopia, pensiamo a Orwell. Pensiamo a Huxley. Pensiamo a Bradbury. Ma prima di tutti loro — prima del Grande Fratello, prima del soma, prima dei pompieri che bruciano libri — c’era un romanzo russo che nessuno in Russia poteva leggere.
Noi (Мы) fu scritto da Evgenij Zamjatin tra il 1920 e il 1921, nei primi anni febbrili della Rivoluzione bolscevica. Era un romanzo di fantascienza ambientato in un futuro lontano, in uno Stato totalitario chiamato lo Stato Unico, dove gli esseri umani non hanno nomi ma numeri, vivono in case di vetro, e ogni aspetto della vita — incluso il sesso — è regolato da tabelle orarie.
Il romanzo non fu mai pubblicato in Unione Sovietica. Le autorità lo considerarono una satira del comunismo (cosa che probabilmente era, almeno in parte) e ne vietarono la diffusione. Zamjatin riuscì a farlo uscire clandestinamente: fu pubblicato in inglese a New York nel 1924, in ceco nel 1927, in francese nel 1929. L’edizione russa apparve solo nel 1952 — a New York, in una rivista dell’emigrazione. In Russia, i lettori avrebbero dovuto aspettare il 1988, la glasnost, sessantasette anni dopo la sua scrittura.
Nel frattempo, il romanzo aveva silenziosamente generato i suoi eredi. George Orwell lesse Noi nel 1946, in traduzione francese, e ne scrisse una recensione entusiasta. 1984, pubblicato tre anni dopo, porta tracce evidenti dell’influenza di Zamjatin: la struttura diaristica, il protagonista che si ribella attraverso l’amore, la figura del Grande Fratello che ricorda il Benefattore, il finale in cui il ribelle viene “curato” e impara ad amare il sistema.
Orwell ammise il debito. Huxley, che pubblicò Il mondo nuovo nel 1932, negò di aver letto Zamjatin — ma le somiglianze sono troppe per essere coincidenze: la sessualità regolata, l’abolizione della famiglia, l’uso della scienza per il controllo sociale, la figura del “selvaggio” che rappresenta l’alternativa. Che Huxley abbia letto Noi direttamente o ne abbia assorbito le idee attraverso altri canali, il romanzo russo sta all’origine del genere.
Eppure Zamjatin resta il padre dimenticato. I suoi figli sono celebri; lui è una nota a piè di pagina. È tempo di restituirgli il posto che merita.
Lo Stato Unico: anatomia di un incubo razionale
Il mondo di Noi è costruito sulla premessa che la felicità e la libertà siano incompatibili — e che la felicità sia preferibile.
Lo Stato Unico ha risolto tutti i problemi dell’umanità attraverso la razionalizzazione totale. La città è interamente fatta di vetro: case di vetro, strade di vetro, nessun luogo dove nascondersi. I cittadini — chiamati “numeri” — indossano uniformi identiche (gli “unif”) e vivono secondo la Tavola delle Ore, che regola ogni momento della giornata: quando svegliarsi, quando lavorare, quando mangiare, quando fare esercizio, quando dormire.
Anche il sesso è stato razionalizzato. Ogni numero ha diritto a “ore sessuali” con altri numeri, previa registrazione. Basta abbassare le tende (l’unico momento in cui la trasparenza viene temporaneamente sospesa) e consumare l’incontro secondo le norme. L’amore esclusivo, la gelosia, la passione — tutto ciò che è irrazionale — sono stati eliminati. Il sesso è igiene, non emozione.
Al vertice del sistema c’è il Benefattore, una figura quasi divina che viene rieletta ogni anno nell’unanime “Giorno dell’Unanimità”. Le elezioni sono una formalità rituale: nessuno voterebbe mai contro il Benefattore, perché nessuno può immaginare un’alternativa. Il Benefattore è il sistema incarnato, la razionalità fatta persona.
E per i pochissimi che ancora soffrono di “immaginazione” — la malattia più pericolosa — c’è la Grande Operazione: un intervento chirurgico che rimuove il centro della fantasia dal cervello, trasformando i malati in perfetti cittadini, liberati per sempre dal tormento del pensiero indipendente.
La genialità di Zamjatin sta nel presentare tutto questo non come orrore evidente, ma come utopia realizzata. Il protagonista, D-503, è un matematico, costruttore dell’Integrale (un’astronave che porterà la felicità dello Stato Unico su altri pianeti). All’inizio del romanzo, D-503 è un credente entusiasta: ama lo Stato Unico, ama la razionalità, ama l’ordine. Scrive il suo diario per spiegare ai futuri lettori alieni la perfezione del sistema.
È solo gradualmente, attraverso l’incontro con una donna misteriosa chiamata I-330, che D-503 inizia a percepire le crepe nel muro di vetro.
Il risveglio dell’anima: D-503 e la malattia della libertà
Il cuore di Noi è la trasformazione interiore di D-503. È un viaggio dalla certezza al dubbio, dalla matematica alla poesia, dal “noi” all'”io” — e Zamjatin lo racconta con una prosa che è essa stessa un atto di ribellione stilistica.
D-503 è un ingegnere, un uomo di numeri. Il suo linguaggio iniziale è quello della precisione: angoli, curve, equazioni. Ma quando I-330 entra nella sua vita — con il suo sorriso enigmatico, i suoi occhi che sembrano nascondere un fuoco — il linguaggio di D-503 inizia a fratturarsi. Compaiono metafore, immagini, sogni. La prosa diventa febbrile, frammentata, irrazionale.
Questo non è solo un espediente stilistico: è il contenuto stesso del romanzo tradotto in forma. La ribellione di D-503 non è politica — è ontologica. Sta scoprendo di avere un’anima, e l’anima è incompatibile con lo Stato Unico.
“L’anima?” scrive D-503 nel suo diario. “Anima? Questa strana parola antica. Noi diciamo: ‘cattivo tempo’, ‘buon tempo’. Ma nessuno ha mai visto il tempo. Allo stesso modo, nessuno ha mai visto l’anima.”
Eppure qualcosa sta emergendo in lui — qualcosa di caldo, irrazionale, terrificante. Zamjatin lo descrive come una malattia, e nello Stato Unico lo è davvero: si chiama “immaginazione”, ed è il nemico supremo del sistema. L’immaginazione è ciò che permette di concepire alternative, di desiderare ciò che non esiste, di rifiutare ciò che è.
I-330 è l’agente di questa malattia. Appartiene a un movimento clandestino chiamato i Mefi (forse da Mefistofele), che vuole abbattere il Muro Verde — la barriera che separa la città di vetro dalla natura selvaggia — e liberare i numeri dalla loro prigionia razionale. Ma I-330 non è solo una rivoluzionaria politica: è una rivoluzionaria esistenziale. Seduce D-503 non solo nel corpo ma nell’anima, risvegliando in lui capacità di sentire che credeva impossibili.
Il triangolo si completa con O-90, una donna dolce e conformista che ama D-503 secondo le regole — e che lui tradisce, emotivamente prima ancora che fisicamente, per I-330. O-90 rappresenta ciò che D-503 sta abbandonando: la sicurezza del sistema, l’amore permesso, la felicità senza profondità.
La radice quadrata di meno uno
Uno dei passaggi più celebri di Noi riguarda la radice quadrata di meno uno — √-1, il numero immaginario.
D-503, da matematico, sa che √-1 non esiste nel mondo dei numeri reali. È una finzione matematica, uno strumento di calcolo che non corrisponde a nulla di concreto. Eppure è indispensabile: senza i numeri immaginari, intere branche della matematica e della fisica crollerebbero.
Questa è la metafora centrale del romanzo. L’anima, l’immaginazione, la libertà sono come √-1: non esistono nel mondo razionale dello Stato Unico, non possono essere misurate o registrate, sono “immaginarie” nel senso letterale. Eppure sono reali — più reali, forse, di tutto ciò che può essere contato e catalogato.
Lo Stato Unico ha costruito un mondo di numeri reali, eliminando tutto ciò che è immaginario. Ma l’immaginario continua a esistere — represso, nascosto, pericoloso. D-503 diventa il punto in cui l’immaginario irrompe nel reale, fratturando la superficie liscia della razionalità.
“Esistono due forze al mondo”, scrive Zamjatin attraverso D-503, “entropia e energia. L’una verso la pace beata, la morte termica; l’altra verso la distruzione di questa pace, verso il tormento infinito del movimento”. Lo Stato Unico rappresenta l’entropia: la fine della storia, l’equilibrio perfetto, la morte travestita da felicità. I Mefi rappresentano l’energia: il caos, il movimento, la vita.
Il romanzo non risolve questa tensione. Non può risolverla, perché è la tensione costitutiva dell’esistenza umana.
Il fallimento necessario
Noi non ha un lieto fine. Non poteva averlo.
La ribellione di D-503 fallisce. Viene catturato, sottoposto alla Grande Operazione, “guarito” dalla sua malattia. Nelle ultime pagine del diario, D-503 scrive con calma terrificante: “Nessun delirio, nessuna metafore assurde, nessun sentimento. Solo fatti. Perché sono sano, perfettamente sano”.
Assiste all’esecuzione di I-330 — torturata sotto la Campana di vetro, una macchina che estrae l’aria fino a far esplodere i polmoni — e non prova nulla. Il cerchio si è chiuso. Il numero è tornato ad essere un numero.
Ma Zamjatin introduce un elemento di speranza ambigua. Nelle ultime righe, D-503 menziona che la ribellione continua fuori dal Muro Verde, che i Mefi non sono stati completamente sconfitti, che “tutto questo finirà presto” — ma non sappiamo se intende la ribellione o lo Stato Unico.
E c’è O-90. Prima della fine, I-330 le ha permesso di fuggire oltre il Muro Verde. O-90 è incinta di D-503 — un fatto illegale nello Stato Unico, dove la riproduzione è controllata dallo stato. Il bambino nascerà libero, nella natura selvaggia, fuori dalla città di vetro.
Questo bambino mai nato è l’unica speranza del romanzo. Non è una speranza politica — la rivoluzione è fallita. È una speranza biologica, esistenziale: finché esiste l’immaginario, finché nascono esseri umani al di fuori del sistema, la storia non è finita. L’entropia non ha ancora vinto.
Un ingegnere contro l’ingegneria sociale
Per comprendere Noi, bisogna comprendere chi era Zamjatin.
Evgenij Ivanovič Zamjatin (1884-1937) era un ingegnere navale. Aveva studiato al Politecnico di San Pietroburgo, lavorato ai cantieri navali, progettato rompighiaccio. Era, per formazione e temperamento, un uomo di scienza e tecnica. Ma era anche un rivoluzionario: aveva partecipato ai moti del 1905, era stato arrestato, esiliato, perseguitato dallo zarismo.
Quando arrivò la Rivoluzione d’Ottobre nel 1917, Zamjatin l’accolse con speranza. Ma presto la speranza lasciò posto all’orrore. Vide i bolscevichi trasformarsi da liberatori in nuovi oppressori. Vide l’utopia diventare sistema, la rivoluzione diventare burocrazia, la libertà diventare formula.
Noi nacque da questa disillusione. Ma sarebbe riduttivo leggerlo solo come satira anti-bolscevica. Zamjatin prendeva di mira qualcosa di più ampio: l’idea stessa che la ragione possa pianificare la società perfetta, che la scienza possa eliminare il caos dell’esistenza umana, che l’ingegneria sociale possa costruire la felicità.
Come ingegnere, Zamjatin conosceva il potere della razionalità. Ma conosceva anche i suoi limiti. Un ponte deve essere calcolato con precisione; un essere umano no. Le equazioni funzionano per l’acciaio; non funzionano per l’anima. Il peccato dello Stato Unico — e di tutti i totalitarismi — è trattare gli umani come materiale da costruzione, numeri in un’equazione, variabili da ottimizzare.
In un saggio del 1923, Zamjatin scrisse: “Gli eretici sono il solo amaro rimedio contro l’entropia del pensiero umano”. Era un eretico lui stesso — un rivoluzionario che rifiutava di smettere di rivoluzionarsi, un comunista che criticava il comunismo, un razionalista che difendeva l’irrazionale.
Nel 1931, impossibilitato a pubblicare e ostracizzato dai colleghi, Zamjatin scrisse una lettera a Stalin chiedendo il permesso di emigrare. Con l’intercessione di Maksim Gor’kij, ottenne il visto. Morì a Parigi nel 1937, povero e dimenticato, mentre in patria il Grande Terrore staliniano realizzava — e superava — gli incubi del suo romanzo.
La profezia permanente
Cosa ha visto Zamjatin che noi continuiamo a non vedere?
Ha visto che il totalitarismo non è un incidente della storia, ma una tentazione permanente della modernità. Ogni volta che la ragione pretende di pianificare la vita umana, ogni volta che l’efficienza viene posta sopra la libertà, ogni volta che il “noi” viene usato per cancellare l'”io”, lo Stato Unico è in agguato.
Ha visto che la tecnologia è ambivalente. Le case di vetro dello Stato Unico sono una profezia inquietante nell’era della sorveglianza digitale. “Vivere sotto gli occhi di tutti, sempre nella luce”, scrive D-503 con entusiasmo — e noi oggi viviamo sotto gli occhi di algoritmi che tracciano ogni click, ogni acquisto, ogni movimento.
Ha visto che la libertà ha un costo. Lo Stato Unico ha eliminato la guerra, la fame, l’incertezza. Ha anche eliminato l’amore, l’arte, il significato. La domanda che Zamjatin pone — vale la pena? — non ha risposta facile. Il Benefattore non è un mostro: è un amministratore razionale che ha fatto i calcoli e ha concluso che la felicità collettiva vale la libertà individuale.
Ha visto, infine, che l’immaginazione è l’ultimo bastione. Quando tutto il resto è stato conquistato — il corpo, il comportamento, persino il pensiero cosciente — resta √-1, resta il sogno, resta la capacità di concepire ciò che non è. È per questo che lo Stato Unico inventa la Grande Operazione: perché finché l’immaginazione esiste, il sistema non è sicuro.
L’eredità nascosta
L’influenza di Noi si estende ben oltre Orwell e Huxley.
Kurt Vonnegut’s Piano Player (1952) riprende il tema dell’automazione che rende gli umani superflui. Ursula K. Le Guin’s The Dispossessed (1974) esplora la tensione tra società anarchica e società autoritaria con debiti evidenti verso Zamjatin. Ayn Rand’s Anthem (1938) — dove il pronome “io” è stato abolito — è quasi una riscrittura di Noi in chiave libertaria.
Il cinema ha attinto abbondantemente: THX 1138 di George Lucas (1971), Gattaca (1997), Equilibrium (2002) portano tutti l’impronta dello Stato Unico. La serie Black Mirror deve a Zamjatin più di quanto probabilmente sappia.
Ma l’eredità più importante è concettuale. Zamjatin ha stabilito la grammatica della distopia: la società apparentemente perfetta, il protagonista che si risveglia, l’amore come forma di ribellione, il sistema che riassorbe o distrugge il ribelle. Ha anche stabilito il suo scopo: non predire il futuro, ma illuminare il presente; non spaventare, ma far pensare.
In una lettera del 1932, Zamjatin scrisse che la letteratura doveva essere “scomoda come la verità”. Noi è scomodissimo. Non offre eroi trionfanti né soluzioni facili. Offre uno specchio — e nel riflesso vediamo non lo Stato Unico, ma le sue ombre nel nostro mondo.
«C’è una sola cosa che conta: imparare ad amare il Muro, a essere parte del Muro. E se questo non si può imparare — sparire.» — Evgenij Zamjatin, Noi
Letture di approfondimento
Evgenij Zamjatin, Noi (1921)
George Orwell, “Review of ‘We’ by E.I. Zamyatin” (1946)
Andrew Barratt, Revolution as Resurrection: ‘We’ and the Russian Literary Tradition (1986)
Nella collana Stanza101:
La struttura diaristica di Noi — un uomo che scrive per testimoniare, per capire, per resistere — risuona attraverso tutta la letteratura distopica. In 1984 di George Orwell, Winston Smith tiene un diario segreto, il suo unico spazio di libertà interiore; ma laddove D-503 scrive per i posteri alieni, Winston scrive per nessuno — o per il futuro, se un futuro esiste.
Il tema del linguaggio come strumento di controllo, centrale in Noi (dove D-503 lotta per trovare parole per esperienze che lo Stato Unico non prevede), trova la sua elaborazione più radicale ne L’estetica del silenzio di Paolo Pozzi. Syme, il filologo che compila l’Undicesima Edizione del dizionario di Neolingua, sta completando ciò che lo Stato Unico aveva solo iniziato: non basta controllare il comportamento, bisogna controllare il pensiero; non basta controllare il pensiero, bisogna rendere impossibile pensare altrimenti.
E il Dizionario delle Ombre — il progetto di preservare le parole che il Partito vuole eliminare — è l’esatto contrario della Tavola delle Ore: non un sistema per regolare la vita, ma un archivio per ricordare che la vita non può essere regolata.



