Nel 1908, trent’anni prima di Orwell e venticinque prima dell’ascesa di Hitler, uno scrittore americano descrisse con precisione agghiacciante i meccanismi del fascismo: l’alleanza tra capitale e violenza, la distruzione dei sindacati, la democrazia svuotata dall’interno. Si chiamava Jack London, e il suo romanzo — Il tallone di ferro — è il padre dimenticato di tutte le distopie.
L’avventuriero che divenne profeta
Jack London (1876-1916) non era il tipo di scrittore che ci aspetteremmo come fondatore della letteratura distopica. Era un avventuriero: marinaio, cercatore d’oro nel Klondike, corrispondente di guerra, navigatore solitario. Era l’autore di Zanna Bianca e Il richiamo della foresta, romanzi di sopravvivenza nella wilderness, storie di cani e lupi e uomini duri che affrontano la natura selvaggia.
Ma London era anche un socialista militante. Si era iscritto al Partito Socialista d’America nel 1896, teneva conferenze sulla lotta di classe, si candidò più volte a sindaco di Oakland. Aveva vissuto la povertà — cresciuto in una famiglia instabile, aveva lavorato in fabbrica a tredici anni, aveva conosciuto la fame. E aveva visto, con i suoi occhi, come il capitalismo americano trattava chi stava in basso.
The Iron Heel (Il tallone di ferro), pubblicato nel 1908, nasceva da questa doppia esperienza: l’osservazione diretta dello sfruttamento e la visione teorica del marxismo. London non immaginava un futuro astratto — proiettava le tendenze che vedeva già all’opera nel presente. E ciò che vide, con decenni di anticipo, fu il fascismo.
La struttura: un manoscritto dal futuro
Il romanzo ha una struttura narrativa ingegnosa. Si presenta come un manoscritto scritto da Avis Everhard, moglie del leader rivoluzionario Ernest Everhard, ritrovato settecento anni dopo la sua composizione. Il testo è accompagnato da note a piè di pagina di uno storico del futuro — Anthony Meredith, che scrive nell’anno 419 dell’Era della Fratellanza, dopo che la rivoluzione socialista ha finalmente trionfato.
Questo dispositivo permette a London di fare due cose. Primo: raccontare la storia dal punto di vista di qualcuno che l’ha vissuta, con l’immediatezza del testimone. Secondo: commentarla dalla prospettiva di chi sa come è andata a finire, aggiungendo contesto storico e ironia tragica.
Le note di Meredith sono particolarmente efficaci. Quando Avis descrive eventi che a lei sembrano normali, Meredith interviene per spiegare quanto fossero in realtà mostruosi — e quanto la gente dell’epoca fosse cieca. È un effetto di straniamento potente: vediamo il nostro presente (o quello di London) attraverso gli occhi di un futuro che lo giudica barbaro.
Ma c’è anche un’ironia involontaria. Meredith scrive da un’utopia socialista realizzata, come se il trionfo della rivoluzione fosse inevitabile. London, nel 1908, credeva davvero che il capitalismo sarebbe stato sconfitto — prima o poi. Un secolo dopo, quella certezza suona come la parte più datata del romanzo.
L’Oligarchia: anatomia del potere
Il nemico del romanzo non è uno Stato totalitario nel senso orwelliano — non c’è Grande Fratello, non c’è ideologia onnicomprensiva. Il nemico è l’Oligarchia: l’alleanza dei grandi trust industriali e finanziari che, di fronte alla minaccia del movimento socialista, decide di abbandonare le finzioni democratiche e governare apertamente con la forza.
London descrive il processo con precisione che sembra reportage più che fantasia.
Prima fase: la concentrazione economica. I grandi trust assorbono le imprese minori, strangolano i concorrenti, creano monopoli. La classe media — piccoli imprenditori, professionisti, commercianti — viene progressivamente proletarizzata. “Non c’è posto per voi nel nostro sistema”, spiega Ernest Everhard ai piccoli capitalisti. “I grandi vi mangeranno.”
Seconda fase: il controllo politico. L’Oligarchia non abolisce le elezioni — le svuota. Compra politici, controlla i giornali, finanzia entrambi i partiti. La democrazia continua a esistere come forma, ma la sostanza è oligarchica. I tribunali servono gli interessi del capitale. Le leggi vengono scritte dai lobbisti dei trust.
Terza fase: la violenza aperta. Quando il movimento socialista diventa troppo forte per essere contenuto con mezzi legali, l’Oligarchia crea le sue milizie: i Mercenari, una forza paramilitare fedele solo al capitale. Sindacalisti vengono assassinati. Scioperi vengono repressi nel sangue. Agenti provocatori infiltrano i movimenti radicali per giustificare la repressione.
Quarta fase: il Tallone di Ferro. L’Oligarchia abbandona ogni pretesa democratica e instaura una dittatura aperta. I diritti civili vengono sospesi. I leader socialisti vengono arrestati, esiliati, giustiziati. Una nuova stratificazione sociale emerge: l’Oligarchia al vertice, poi la casta dei Mercenari e dei tecnici fedeli (le “caste del lavoro”), poi la massa dei lavoratori ridotti in semi-schiavitù, e infine “il Popolo dell’Abisso” — i disoccupati, gli emarginati, quelli che il sistema non ha nemmeno bisogno di sfruttare.
La profezia del fascismo
London scrisse The Iron Heel nel 1908. Mussolini marciò su Roma nel 1922. Hitler divenne cancelliere nel 1933. Eppure il romanzo descrive, con precisione che sembra impossibile, i meccanismi che avrebbero caratterizzato il fascismo storico.
L’alleanza tra grande capitale e violenza squadrista. In Italia, gli industriali finanziarono le camicie nere per schiacciare i sindacati. In Germania, i grandi industriali — Krupp, Thyssen, i banchieri — sostennero Hitler come baluardo contro il comunismo. London aveva visto che questa alleanza era strutturalmente necessaria: quando la democrazia minaccia gli interessi del capitale, il capitale abbandona la democrazia.
La creazione di una base sociale intermedia. Il fascismo storico non si basò solo sulla grande borghesia — mobilitò la piccola borghesia, impiegati, artigiani, contadini proprietari. London anticipò questa dinamica con le “caste del lavoro”: operai privilegiati, fedeli al regime in cambio di una posizione leggermente migliore rispetto alla massa. Dividere i lavoratori per governarli.
L’uso di agenti provocatori. Nel romanzo, l’Oligarchia organizza attentati terroristici da attribuire ai socialisti, giustificando così la repressione. È esattamente la strategia della tensione che avremmo visto nel Novecento: dai Reichstag fire alle bombe nelle piazze italiane.
La distruzione della democrazia dall’interno. Il fascismo non arrivò con invasioni straniere — arrivò attraverso processi formalmente legali, sfruttando le istituzioni democratiche per svuotarle. London lo capì: l’Oligarchia non abolisce la democrazia all’improvviso — la erode, la compra, la rende irrilevante, finché l’abolizione formale diventa solo un dettaglio.
Ernest Everhard: il superuomo proletario
Il protagonista del romanzo, Ernest Everhard, è una figura affascinante e problematica.
È un operaio autodidatta che ha studiato Marx e Spencer, Darwin e Nietzsche. È fisicamente imponente — London lo descrive come un “biondo gigante” — e intellettualmente formidabile. Nei dibattiti pubblici demolisce i suoi avversari borghesi con argomentazioni taglienti e dati inconfutabili. È coraggioso, carismatico, incorruttibile.
È, in altre parole, troppo perfetto. Ernest è il superuomo socialista, l’eroe proletario idealizzato. Non ha dubbi, non ha debolezze, non commette errori. La sua perfezione lo rende più simbolo che personaggio — l’incarnazione del Partito infallibile, della Classe operaia eroica, della Storia che marcia verso il suo destino.
Questa è una debolezza del romanzo. Le distopie successive — Orwell, Huxley, Atwood — avrebbero imparato che i protagonisti devono essere fallibili, umani, capaci di sconfitta. Winston Smith viene spezzato. Bernard Marx è un codardo. Offred sopravvive più che resistere. Questi personaggi sono efficaci perché ci somigliano.
Ernest non ci somiglia. È ciò che vorremmo essere — e per questo è meno interessante, meno vero, meno utile come specchio.
Ma c’è anche qualcosa di toccante nella sua creazione. London, che aveva conosciuto la povertà e la fame, che era stato deriso dai borghesi colti, creò un eroe che li sconfiggeva tutti con la pura forza dell’intelletto e del carattere. Ernest è una fantasia di riscatto — e le fantasie di riscatto raccontano verità sui loro creatori.
Avis: la borghese che sceglie
Il vero centro emotivo del romanzo non è Ernest — è Avis, la narratrice. Figlia di un professore universitario, cresciuta nel comfort della classe media alta, Avis incontra Ernest a una cena e ne rimane prima turbata, poi affascinata, poi conquistata.
Il suo percorso è un’educazione politica. Attraverso Ernest, Avis scopre il mondo che non aveva mai visto: le fabbriche dove i bambini lavorano quattordici ore al giorno, i quartieri dove le famiglie vivono in una stanza, gli ospedali dove i poveri muoiono senza cure. Scopre che il suo comfort era costruito sulla sofferenza altrui — che la civiltà di cui era orgogliosa era barbarie per la maggioranza.
Questa scoperta la trasforma. Avis abbandona la sua classe, sposa Ernest, diventa rivoluzionaria. Vive in clandestinità, partecipa a operazioni segrete, rischia la vita. Alla fine — lo storico del futuro ce lo dice — verrà giustiziata insieme al marito.
Il percorso di Avis è la parte più universale del romanzo. Non tutti possiamo identificarci con il superuomo proletario. Ma molti di noi siamo come Avis: persone nate in situazioni di relativo privilegio, che a un certo punto vedono la realtà e devono scegliere cosa fare. Restare ciechi? Ammettere e continuare come prima? Oppure agire — con tutti i rischi che comporta?
London non moralizza. Mostra semplicemente una donna che sceglie, e le conseguenze della sua scelta.
I limiti della profezia
The Iron Heel è straordinariamente preveggente — ma è anche, inevitabilmente, un prodotto del suo tempo.
Il limite più evidente è l’ottimismo storico. London credeva nel trionfo inevitabile del socialismo. Le note di Meredith danno per scontato che l’Oligarchia sia stata sconfitta, che l’Era della Fratellanza sia arrivata, che l’umanità abbia superato il capitalismo. Questo ottimismo era tipico del marxismo dell’epoca — la convinzione che la Storia avesse un senso, una direzione, un lieto fine garantito.
Un secolo dopo, quell’ottimismo è difficile da condividere. Il fascismo è stato sconfitto nel 1945, ma il capitalismo è ancora qui. L’Oligarchia ha cambiato forme — oggi parliamo di CEO e hedge fund invece che di trust — ma la concentrazione del potere economico continua. E la classe operaia, che London vedeva come soggetto rivoluzionario, è stata frammentata, precarizzata, in parte cooptata.
Un altro limite è l’economicismo. London riduce tutto alla lotta di classe — il che è illuminante per certi aspetti, ma cieco per altri. Non c’è spazio, nel suo romanzo, per le oppressioni di genere o razza se non come derivazioni dell’oppressione di classe. Non c’è analisi del nazionalismo, dell’identità, della cultura. Il fascismo storico sarebbe stato molto più complesso di quanto London immaginasse — avrebbe mobilitato pulsioni che il marxismo ortodosso faticava a comprendere.
Infine, c’è il problema della violenza. Nel romanzo, la rivoluzione è armata — i socialisti combattono l’Oligarchia con le armi. London non esita a descrivere battaglie, insurrezioni, esecuzioni. Era un uomo del suo tempo, quando la rivoluzione violenta sembrava l’unica via possibile. Oggi quella visione solleva domande che London non si poneva.
Perché è stato dimenticato
The Iron Heel fu un successo al momento della pubblicazione. Fu tradotto in molte lingue, letto avidamente nei circoli socialisti, citato come profezia quando il fascismo emerse realmente. Orwell lo conosceva. Zamjatin probabilmente anche.
Ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, il romanzo cadde nell’oblio — almeno nel canone anglofono mainstream. Le ragioni sono multiple.
La Guerra Fredda. Un romanzo esplicitamente marxista, che celebra la rivoluzione e demonizza il capitalismo, non era il tipo di testo che l’America del dopoguerra voleva promuovere. Le distopie “accettabili” erano quelle anti-totalitarie in senso generico — 1984 poteva essere letto come critica dell’URSS, Il mondo nuovo come critica del consumismo. The Iron Heel era troppo specifico, troppo partigiano, troppo scomodo.
La letteratura “seria”. London era considerato uno scrittore popolare, d’avventura, non un “vero” letterato. The Iron Heel, con la sua struttura didattica e il suo eroe troppo perfetto, non soddisfaceva i criteri del modernismo letterario. Veniva relegato nella fantascienza politica — un genere minore.
Il fallimento del socialismo. Con il crollo dell’URSS e la crisi della sinistra mondiale, i testi della tradizione marxista persero appeal. Chi voleva leggere profezie di rivoluzione proletaria quando la rivoluzione sembrava definitivamente sconfitta?
Eppure il romanzo continua a circolare — in edizioni economiche, in circoli radicali, tra lettori che cercano alternative al canone ufficiale. E ogni volta che il capitalismo entra in crisi, ogni volta che l’estrema destra avanza, ogni volta che la democrazia sembra svuotarsi dall’interno, qualcuno riscopre Jack London e si chiede come abbia fatto a vedere così lontano.
La lezione che resta
Cosa ci dice The Iron Heel oggi?
Ci dice che il fascismo non è un’anomalia — è una possibilità strutturale del capitalismo in crisi. Quando il sistema economico non riesce più a garantire consenso attraverso la prosperità, può optare per la forza. Non è inevitabile, ma è sempre possibile.
Ci dice che la democrazia non è una conquista permanente — è un equilibrio di forze che può essere rovesciato. I diritti non sono garantiti dalla Costituzione — sono garantiti dalla capacità di difenderli. Quando quella capacità viene meno, i diritti diventano carta.
Ci dice che la classe media non è un baluardo di stabilità — è una classe in bilico, che può essere proletarizzata e radicalizzata. E quando viene radicalizzata, può andare a destra come a sinistra — a seconda di chi offre risposte più convincenti.
Ci dice, infine, che vedere non basta. London vide con straordinaria chiarezza. Ma la chiarezza non fermò il fascismo — non nel suo tempo, non dopo. Vedere è necessario, ma non sufficiente. Occorre anche agire. E agire è molto più difficile che vedere.
«Il Tallone di Ferro schiacciò l’umanità per trecento anni. Ma l’umanità, alla fine, si rialzò. Questa è la lezione: non che il Tallone sia invincibile, ma che schiaccia a lungo prima di essere sconfitto.» — Jack London, Il tallone di ferro
Letture di approfondimento
Jack London, Il tallone di ferro (1908)
Jack London, Il popolo dell’abisso (1903)
Alex Kershaw, Jack London: A Life (1997)
Nella collana Stanza101:
The Iron Heel è il nonno scomodo delle distopie che pubblichiamo. È troppo politico, troppo partigiano, troppo convinto di avere ragione. Ma è anche più lucido di molti suoi discendenti su una questione fondamentale: chi esercita il potere, e perché.
In 1984, Orwell descrive il Partito come entità quasi metafisica — il potere per il potere, senza altro scopo. È una visione potente ma astratta. London invece nomina: sono i trust, sono i banchieri, sono i proprietari delle fabbriche. Hanno nomi e indirizzi. Questa concretezza è scomoda — ma è anche più utile per capire il presente.
Democrazia Low Cost di Mario Burri può essere letto come aggiornamento del Tallone di Ferro per l’epoca digitale. L’Oligarchia di London usava i Mercenari; il PCA usa gli algoritmi. La violenza è stata sostituita dalla gamification, la repressione dalla seduzione. Ma la struttura è simile: un sistema che serve interessi di pochi, presentato come bene comune.
E L’estetica del silenzio mostra ciò che London non poteva immaginare: l’oppressione che passa attraverso il linguaggio stesso. Il Tallone di Ferro schiacciava i corpi; la Neolingua schiaccia le menti. Ma entrambi servono lo stesso scopo — impedire che le persone possano pensare, e quindi agire, contro chi le domina. London lo sapeva: il primo passo della rivoluzione è la coscienza. Per questo l’Oligarchia, come il Partito, deve controllare ciò che le persone possono pensare.



