In una delle scene più liriche di 1984, Winston guarda dalla finestra della stanza segreta una donna prolet che stende il bucato. È grossa, invecchiata dal lavoro, sformata dalle gravidanze. E canta.
Canta una canzone stupida, una di quelle prodotte meccanicamente dal Partito per le masse. Ma la canta con gioia genuina. Con abbandono. Con qualcosa che assomiglia alla felicità.
La bellezza improbabile
La donna non è bella nel senso convenzionale. Orwell la descrive senza pietà: “un corpo mostruoso, reso fertile da molte gravidanze”, braccia robuste, volto segnato.
Eppure Winston la trova bella. Non nonostante la sua ordinarietà, ma proprio per quella. Perché rappresenta qualcosa che il Partito non è riuscito a toccare: la capacità di vivere, di cantare, di trovare gioia nelle piccole cose.
“Era bella”, pensa Winston. “Se c’è una speranza, è nei prolet.”
La canzone che conta
La donna canta una canzone composta da una macchina. Parole banali, melodia scontata, sentimentalismo da quattro soldi. È spazzatura culturale, prodotta in serie per tenere docili le masse.
Ma la donna non lo sa. O se lo sa, non le importa. Canta perché le piace cantare. Perché il sole splende. Perché il bucato è quasi finito. Perché è viva.
E in questo gesto così semplice — cantare mentre si stende il bucato — c’è qualcosa che il Partito non può controllare. Non la canzone, che è prodotta dal Partito. Ma l’impulso a cantare. La gioia spontanea. L’umanità che sopravvive.
I prolet e la speranza
Winston torna più volte a questa idea: se c’è una speranza, è nei prolet. Non perché i prolet siano rivoluzionari — non lo sono — ma perché sono ancora umani.
I membri del Partito hanno perso qualcosa. Vivono nella paura, nella sorveglianza, nell’autocensura permanente. Non cantano mentre stendono il bucato. Non godono del sole. Non vivono.
I prolet invece vivono. Male, forse. In povertà, certamente. Senza libertà politica, ovviamente. Ma vivono. E in questa vita c’è un seme che potrebbe, un giorno, fiorire.
La sopravvivenza dell’umanità
La donna che canta non rovescerà il Partito. Non scriverà manifesti, non organizzerà la resistenza, non diventerà una martire.
Ma sopravviverà. Lei, e milioni come lei. Continueranno a nascere, amare, cantare, morire. Generazione dopo generazione. Finché, forse, qualcosa cambierà.
È una speranza tenue. Quasi patetica, se ci pensate. La speranza che l’umanità possa semplicemente durare abbastanza a lungo perché qualcosa cambi.
Ma è l’unica speranza che 1984 offre.
Il confessionale
Scrivo questo e mi chiedo: dove sono le donne che cantano, oggi?
Sono le persone che non hanno Twitter, non seguono le news, non partecipano alle guerre culturali. Che vivono le loro vite senza chiedersi se il mondo sta finendo. Che trovano gioia nelle piccole cose mentre noi ci angosciamo per le grandi.
Le disprezziamo, a volte. Le chiamiamo ignoranti, disimpegnate, parte del problema.
Ma forse sono loro la speranza. Loro che continueranno a esistere quando le nostre ansie saranno dimenticate. Loro che canteranno sotto il sole quando noi saremo polvere.
«La donna laggiù non aveva mente, aveva solo braccia robuste, un cuore caldo, e un ventre fertile.»



