Nel 1984 — l’anno, non il romanzo — Apple lanciò il Macintosh con uno spot diretto da Ridley Scott. Una donna atletica correva attraverso file di uomini grigi, ipnotizzati da un Grande Fratello su uno schermo gigante. Lanciava un martello, lo schermo esplodeva, una voce annunciava: “Il 24 gennaio, Apple Computer presenterà Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come 1984.”
Era una promessa. La tecnologia personale ci avrebbe liberato dal controllo centralizzato. Il computer nelle mani di tutti avrebbe democratizzato l’informazione, spezzato i monopoli, dato voce ai senza voce.
Quarant’anni dopo, quella promessa suona come una beffa.
Il tradimento della rivoluzione digitale
Non è andata come ci avevano detto. I personal computer sono diventati smartphone che tracciano ogni nostro movimento. I social network che dovevano connettere il mondo sono diventati macchine di sorveglianza e manipolazione. Le aziende che promettevano di “non essere malvagie” sono diventate le più potenti della storia umana.
La distopia tecnologica non è arrivata con i carri armati. È arrivata con interfacce intuitive, design elegante e termini di servizio che nessuno legge. Abbiamo accettato di essere il prodotto in cambio di servizi “gratuiti”. Abbiamo consegnato i nostri dati, le nostre abitudini, i nostri pensieri più intimi a corporation che li vendono al miglior offerente.
Orwell immaginava teleschermi che non si potevano spegnere. Noi abbiamo fatto di meglio: abbiamo comprato dispositivi che ci ascoltano e li abbiamo messi volontariamente in ogni stanza.
Ucronia: il conforto delle strade non prese
È in questo contesto che un libro come Ucronia: Cupertino di Gabriele Gobbo assume un significato particolare. Non è solo un esercizio di fantasia retrofuturista per appassionati Apple. È una riflessione su ciò che la tecnologia avrebbe potuto essere — e su ciò che è diventata.
Gobbo immagina prodotti mai esistiti, collaborazioni mai avvenute, biforcazioni nella storia. Un iPod che telefona prima dell’iPhone. Un sistema operativo “gentile” creato da Wozniak. Una Apple che sbaglia di più, osa ancora, rischia tutto. Sono storie di fantasia, certo. Ma pongono una domanda reale: era inevitabile arrivare qui?
L’ucronia — il genere letterario del “e se?” — ci ricorda che la storia non è un destino. Ogni tecnologia è il risultato di scelte umane. Scelte che potevano essere diverse. Scelte che possono ancora essere diverse.
Black Mirror e il presente come distopia
Non è un caso che Black Mirror sia diventato il riferimento culturale della nostra epoca. Charlie Brooker non immagina futuri lontani: prende tecnologie che già esistono e le spinge un passo più in là. Il punteggio sociale, i ricatti digitali, la memoria perfetta che diventa prigione.
La forza di Black Mirror sta nel disagio immediato che provoca. Non puoi guardarlo pensando “questo non succederà mai”. Sta già succedendo. In Cina esiste davvero un sistema di credito sociale. Le nostre vite digitali sono già usate contro di noi. La memoria di Internet non dimentica, e non perdona.
La distopia tecnologica è l’unico sottogenere che non richiede sospensione dell’incredulità. Richiede solo che guardiamo ciò che abbiamo in tasca.
La resistenza possibile
Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla denuncia. Le distopie migliori non si limitano a mostrare il problema: suggeriscono, anche solo per contrasto, una via d’uscita.
In 1984, Winston Smith viene sconfitto. Ma il fatto stesso che Orwell abbia scritto il libro — e che noi lo leggiamo — è una forma di resistenza. La letteratura distopica sopravvive ai regimi che descrive. Il Grande Fratello voleva cancellare il passato; il libro di Orwell lo preserva.
Oggi la resistenza passa anche attraverso scelte quotidiane. Usare software libero. Leggere le policy sulla privacy. Rifiutare la comodità quando il prezzo è la libertà. Non sono gesti eroici, ma sono gesti consapevoli. E la consapevolezza è il primo passo.
Le aziende tecnologiche ci hanno promesso il paradiso e ci hanno dato qualcosa di più ambiguo. Sta a noi decidere se accettare il pacchetto completo o iniziare a fare domande scomode.
Il confessionale
Scrivo questo post su un MacBook, lo pubblicherò attraverso server di proprietà di multinazionali, lo leggerete su dispositivi che vi tracciano. L’ironia non mi sfugge.
Ma forse è proprio questa la condizione della critica oggi: essere dentro il sistema che si critica. Non c’è un “fuori” dalla tecnologia, non più. C’è solo la scelta di usarla con gli occhi aperti — o chiusi.
La distopia tecnologica non è un futuro da evitare. È un presente da abitare con consapevolezza.
«Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.» — Arthur C. Clarke
«Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dall’oppressione.» — Anonimo, probabilmente



