C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui divoriamo le distopie. Le cerchiamo, le compriamo, le guardiamo in streaming fino alle tre di notte. Eppure raccontano mondi orribili: sorveglianza totale, libertà cancellate, umanità ridotta a ingranaggio. Perché ci attraggono così tanto?
La risposta più semplice è anche la più scomoda: perché le riconosciamo.
Quando George Orwell scrisse 1984 nel 1948, stava immaginando un futuro. Oggi, settantacinque anni dopo, quel futuro è arrivato — e in alcuni casi è stato superato. Il Grande Fratello non ha bisogno di teleschermi in ogni casa: abbiamo messo volontariamente microfoni nelle nostre cucine e telecamere nelle nostre tasche. Il bipensiero non richiede più la Psicopolizia: basta un algoritmo che ci mostri solo ciò che vogliamo vedere, finché la realtà diventa un’opinione tra le altre.
Le distopie funzionano perché sono specchi deformanti. Esagerano i tratti del presente fino a renderli mostruosi, ma riconoscibili. Leggere 1984 oggi non è un esercizio di fantascienza: è un atto di autodiagnosi.
Il conforto del peggio
C’è però un altro motivo, meno nobile, per cui amiamo le distopie: ci consolano.
Vedere un mondo peggiore del nostro ci fa sentire fortunati. Winston Smith vive sotto un regime che controlla ogni pensiero; noi, in fondo, possiamo ancora chiudere il libro, spegnere lo schermo, uscire a fare una passeggiata. La distopia ci offre il brivido del pericolo senza il pericolo vero. È un horror controllato, un incubo da cui possiamo svegliarci.
Ma questa consolazione è un’arma a doppio taglio. Se ci abitua all’idea che “potrebbe andare peggio”, rischia anche di anestetizzarci. Di farci accettare erosioni graduali della libertà perché, in fondo, “non siamo ancora a quei livelli”. La rana nella pentola non salta fuori perché l’acqua si scalda lentamente.
La funzione politica della distopia
Orwell non scrisse 1984 per intrattenere. Lo scrisse per avvertire. La letteratura distopica, nella sua forma migliore, è sempre politica. Non nel senso partitico del termine, ma nel senso originario: riguarda la polis, la comunità, il modo in cui organizziamo il potere.
Il mondo nuovo di Huxley ci mette in guardia dal piacere come strumento di controllo. Fahrenheit 451 di Bradbury ci parla di una società che brucia i libri non per ordine di un dittatore, ma perché i cittadini hanno smesso di volerli leggere. La svastica sul sole di Philip K. Dick ci mostra un’America divisa tra nazisti e giapponesi, costringendoci a chiederci: cosa ci rende diversi dai mostri?
Ogni grande distopia pone una domanda scomoda. E la pone a noi, non ai personaggi.
Leggere distopie nell’era della distrazione
Viviamo in un’epoca che sembra progettata per impedirci di pensare. Notifiche, scroll infiniti, contenuti da trenta secondi. La distopia contemporanea non ha bisogno di censurare i libri: basta renderli irrilevanti, sommergerli in un mare di rumore.
Ecco perché leggere distopie oggi è un atto quasi sovversivo. Significa fermarsi, dedicare ore a un testo lungo e complesso, accettare di sentirsi a disagio. Significa rifiutare la rassicurazione facile e guardare in faccia le domande difficili.
1984 richiede attenzione. Richiede che tu segua Winston nella sua ribellione interiore, che tu senta il peso della sorveglianza, che tu arrivi alla fine devastato e trasformato. Non puoi leggerlo in diagonale mentre controlli Instagram. E forse è proprio questo il punto.
Il confessionale
Questo spazio si chiama Confessionale per un motivo. Non è un blog di recensioni, non è una vetrina editoriale. È un luogo dove parliamo di ciò che i libri ci fanno — a noi, dentro di noi.
Le distopie ci fanno paura. Ci attraggono. Ci consolano e ci inquietano. Ci mostrano chi potremmo diventare se smettessimo di vigilare. E forse, in questo, sta la loro funzione più importante: non predire il futuro, ma ricordarci che il futuro non è scritto.
Non ancora.
«Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.» — George Orwell, 1984



