Nel 2016, Naomi Alderman immaginò un mondo in cui le donne sviluppano la capacità di generare scariche elettriche letali. Il patriarcato crolla. Le donne prendono il potere. E poi — ecco la domanda che brucia — fanno esattamente quello che facevano gli uomini. The Power non è un romanzo femminista trionfante. È un romanzo sul potere stesso.
La domanda proibita
“Se le donne fossero più forti degli uomini, il mondo sarebbe migliore?”
È una domanda che il femminismo mainstream tende a evitare, o a rispondere con un sì implicito. Le donne sono state oppresse per millenni; se fossero al comando, le cose andrebbero diversamente. Meno guerre, meno violenza, più empatia, più cooperazione. È un articolo di fede per molti.
Naomi Alderman (1974-) non ci crede. O meglio: non crede che il genere determini il comportamento morale. Crede che il potere determini il comportamento — e che chiunque abbia il potere, indipendentemente dal genere, tenderà ad abusarne.
The Power (2016) è il suo esperimento mentale. Dà alle donne il potere fisico assoluto — la capacità di uccidere con un tocco — e osserva cosa succede. Il risultato è disturbante, provocatorio, e profondamente onesto.
La scintilla
Inizia con le ragazze adolescenti. Una dopo l’altra, in tutto il mondo, scoprono di avere un nuovo organo — una “matassa” di tessuto muscolare vicino alla clavicola — che permette loro di generare scariche elettriche. Possono stordire, ferire, uccidere. Possono insegnare ad altre donne ad attivare la matassa dormiente.
Nessuno sa da dove venga. Mutazione? Evoluzione? Intervento divino? Alderman non spiega — come Saramago non spiega la cecità bianca. L’origine non importa. Importa cosa succede dopo.
E quello che succede è: tutto cambia.
Le ragazze non sono più vulnerabili. Gli stupratori muoiono fulminati. I padri violenti vengono fermati. Le donne nei paesi dove erano proprietà degli uomini — Arabia Saudita, Afghanistan, zone di guerra — si ribellano. Il potere fisico, che per millenni era stato maschile, diventa femminile.
In dieci anni, il mondo si rovescia.
Quattro voci
Il romanzo segue quattro protagonisti attraverso il decennio del cambiamento.
Roxy è la figlia di un boss criminale londinese. Vede sua madre uccisa e scopre il suo potere cercando vendetta. È feroce, istintiva, leale. Rappresenta il potere come forza bruta — la violenza che risponde alla violenza.
Allie è una ragazza americana abusata dal padre adottivo. Scappa, assume l’identità di “Madre Eve”, e fonda un movimento religioso che proclama che Dio è donna. Rappresenta il potere come ideologia — la capacità di dare significato, di creare credenti, di plasmare la realtà attraverso la narrazione.
Margot è una politica americana, sindaco di una città del Midwest. Naviga il nuovo mondo cercando di mantenere l’ordine mentre tutto crolla. Rappresenta il potere come istituzione — il tentativo di incanalare il cambiamento in strutture gestibili.
Tunde è un uomo. Un giovane giornalista nigeriano che documenta la rivoluzione — prima con entusiasmo, poi con crescente orrore. Rappresenta lo sguardo maschile su un mondo che non lo vuole più. È vulnerabile in modi che prima erano femminili: viene molestato, aggredito, usato. Deve imparare paura.
Il rovesciamento
Alderman non si limita a invertire i ruoli — mappa l’inversione con precisione chirurgica.
Le donne iniziano a molestare gli uomini per strada. “Sorridi, bello.” “Che ci fai qui da solo?” Gli uomini imparano a non uscire di notte, a non bere troppo, a non vestirsi in modo “provocante”.
I governi cadono. Nei paesi dove le donne erano più oppresse, la rivoluzione è più violenta. L’Arabia Saudita diventa una teocrazia femminile. La Moldavia — nel romanzo — diventa “Bessapara”, uno stato matriarcale dove gli uomini non possono votare, possedere proprietà, o uscire senza accompagnatrici.
Le religioni si trasformano. Madre Eve predica che Maria è più importante di Gesù, che Dio Padre è una distorsione patriarcale, che la vera divinità è femminile. Milioni la seguono. La Chiesa cattolica perde fedeli; le nuove chiese della Dea prosperano.
L’economia cambia. Le donne controllano la sicurezza, quindi controllano tutto. Gli uomini diventano segretari, badanti, prostituti — i lavori “femminili” di prima. I nuovi ricchi sono donne. I nuovi poveri sono uomini.
Alderman prende ogni aspetto dell’oppressione patriarcale — violenza, religione, economia, sessualità — e lo rovescia. Il risultato è uno specchio: vediamo il nostro mondo riflesso, e il riflesso è mostruoso.
Tunde: la vittima nuova
Il personaggio più coraggioso del romanzo è Tunde. Alderman avrebbe potuto limitarsi a protagoniste femminili — sarebbe stato più “sicuro”, più allineato con le aspettative del pubblico. Invece dà voce a un uomo, e lo costringe a vivere ciò che le donne vivono da sempre.
Tunde viene molestato da una donna potente — gli mette le mani addosso, lui non può rifiutare, sa che resistere sarebbe pericoloso. Viene aggredito sessualmente da un gruppo di donne soldato — una scena speculare a migliaia di scene di guerra reali, con i generi invertiti.
È difficile da leggere. È pensato per essere difficile da leggere. Alderman vuole che i lettori maschi sentano — nel corpo, non solo nell’intelletto — cosa significa essere il genere vulnerabile. Vuole che le lettrici vedano che la violenza non ha genere — ha potere.
Tunde sopravvive, appena. Ma è cambiato. Ha imparato cosa significa vivere nella paura. Ha imparato che il suo corpo non è suo, che la sua sicurezza dipende dalla benevolenza di chi è più forte. Ha imparato, in altre parole, cosa le donne hanno sempre saputo.
Madre Eve: il potere come fede
Allie/Madre Eve è forse il personaggio più inquietante. Non è malvagia — non nel senso convenzionale. Crede davvero di portare liberazione. Crede davvero che la Dea parli attraverso di lei. Crede davvero che il nuovo mondo sarà migliore.
Ma il potere la corrompe. Le rivelazioni divine diventano sempre più convenienti. I miracoli diventano sempre più spettacolari. I dissenzienti diventano sempre più pericolosi. Madre Eve non diventa Hitler — diventa qualcosa di più sottile: una leader carismatica che crede nella propria retorica, che giustifica ogni eccesso come necessario per il bene superiore.
Alderman sta dicendo qualcosa di scomodo: il potere corrompe indipendentemente dalle intenzioni. Anche chi inizia con scopi nobili — liberare gli oppressi, creare giustizia — può finire tiranno. Non perché sia malvagio, ma perché il potere fa questo alle persone. A tutte le persone. Di qualsiasi genere.
La cornice: il manoscritto ritrovato
The Power ha una cornice narrativa che molti lettori dimenticano. Il romanzo si presenta come un manoscritto storico — “The Power” di “Neil Adam Armon” — scoperto cinquemila anni dopo gli eventi narrati. È accompagnato da una corrispondenza tra Neil e “Naomi”, una scrittrice che lo consiglia.
La cornice rivela che nel “presente” del romanzo — cinquemila anni dopo — il mondo è matriarcale. Le donne dominano. Gli uomini sono il “sesso debole”. E Neil, uno scrittore maschio, sta cercando di raccontare il periodo in cui gli uomini erano dominanti.
Naomi gli scrive: “Credi davvero che un mondo governato dagli uomini sarebbe così diverso? Più violento, forse?”
È satira pura. Alderman prende le obiezioni che le scrittrici ricevono quando scrivono di mondi dominati dagli uomini — “non è realistico”, “gli uomini non si comporterebbero così” — e le mette in bocca a una donna in un mondo matriarcale. La simmetria è perfetta.
E il nome “Neil Adam Armon” è un anagramma di “Naomi Alderman”. Il manoscritto è il romanzo che stiamo leggendo. Il serpente si morde la coda.
La provocazione
The Power ha provocato reazioni forti — com’era inevitabile.
Alcune femministe l’hanno criticato come “anti-femminista”, perché sembra suggerire che le donne sarebbero altrettanto violente degli uomini se avessero il potere. È una lettura possibile, ma superficiale. Alderman non sta dicendo “le donne sono cattive” — sta dicendo “il potere è corruttivo, indipendentemente da chi lo detiene”.
Altri l’hanno criticato come semplicistico — la violenza femminile nel romanzo è speculare a quella maschile, ma nella realtà le dinamiche sono più complesse. È vero. Ma la simmetria è un dispositivo narrativo, non una tesi sociologica. Alderman sta usando l’inversione per rendere visibile ciò che era invisibile.
Il romanzo ha vinto il Baileys Prize nel 2017 — uno dei premi più prestigiosi per la narrativa femminile. Margaret Atwood, mentore di Alderman, lo ha definito “elettrizzante”. È diventato un bestseller internazionale, tradotto in decine di lingue, adattato in una serie TV Amazon nel 2023.
La provocazione ha funzionato.
Il potere stesso
Il vero argomento di The Power non è il genere — è il potere.
Alderman sta facendo un’affermazione radicale: il problema non è chi ha il potere, ma che il potere esista in forme così asimmetriche. Un mondo dove le donne dominano non sarebbe migliore di un mondo dove gli uomini dominano — sarebbe ugualmente ingiusto, solo con vittime diverse.
È una visione politica precisa. Alderman non crede nelle rivoluzioni che sostituiscono un’élite con un’altra. Non crede che cambiare il genere, la razza, o la classe dei potenti risolva il problema del potere. Crede che il problema sia strutturale — e che la struttura vada cambiata, non solo chi la occupa.
È una posizione scomoda per molti. Sia per chi crede che i gruppi oppressi sarebbero migliori oppressori, sia per chi crede che la lotta per il potere sia l’unica politica possibile. Alderman suggerisce una terza via: invece di lottare per chi controlla il potere, lottare per ridurre il potere, per distribuirlo, per impedire che si concentri.
Non dà ricette. Non è un romanzo programmatico. Ma pone la domanda giusta — e la domanda giusta è già metà della risposta.
L’eredità
The Power arriva in un momento specifico: dopo #MeToo, dopo le rivelazioni su Weinstein, in un’epoca di resa dei conti con il patriarcato. Poteva essere un romanzo di vendetta — finalmente le donne vincono. Invece è un romanzo di avvertimento — vincere così non è vincere.
Alderman sta nella tradizione di Atwood — che non a caso è stata sua mentore. Come Il racconto dell’ancella, The Power usa la fantascienza per parlare del presente. Come Atwood, Alderman rifiuta le soluzioni facili, i buoni e cattivi semplici, il lieto fine garantito.
Ma fa anche qualcosa di nuovo. Atwood mostrava l’oppressione delle donne; Alderman mostra le donne come potenziali oppressori. È un passo ulteriore — più rischioso, più controverso, più necessario. Se il femminismo vuole essere più di un cambio di guardia, deve confrontarsi con questa possibilità.
«Il potere di ferire è la sola cosa che significhi qualcosa. […] È l’unica cosa che le persone rispettino.» — Naomi Alderman, The Power
Letture di approfondimento
Naomi Alderman, The Power (2016)
Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella (1985)
Ursula K. Le Guin, La mano sinistra delle tenebre (1969)
Nella collana Stanza101:
Alderman dialoga direttamente con Atwood, già presente in questo Confessionale. Il racconto dell’ancella mostra l’oppressione delle donne — Gilead, le Ancelle, il corpo femminile come proprietà. The Power chiede: e se le donne avessero il potere di impedirlo? E se potessero rovesciare Gilead?
La risposta di Alderman è: costruirebbero un altro Gilead, con i generi invertiti. Non per cattiveria — per struttura. Il potere asimmetrico produce oppressione; chi ha il potere opprime chi non ce l’ha. Il genere dell’oppressore è secondario.
1984 di Orwell arriva a una conclusione simile per via diversa. O’Brien spiega che il Partito cerca il potere per il potere stesso — non per un fine, ma come fine. Alderman mostra che anche chi cerca il potere per un fine — la liberazione delle donne — finisce per cercare il potere in sé.
E Democrazia Low Cost esplora un potere ancora più sottile: non la violenza fisica, ma la gamification, il controllo attraverso gli incentivi. Il PCA non uccide nessuno — classifica, premia, punisce con i punti. È potere senza mani che colpiscono, senza scosse elettriche. Ma è potere lo stesso — e corrompe lo stesso.



