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Winston Smith scriveva ucronie (e noi lo paghiamo per farlo)

Winston Smith scriveva ucronie (e noi lo paghiamo per farlo)

Ho una confessione scomoda da fare.

Ieri stavo sfogliando Ucronia: Cupertino di Gabriele Gobbo — un libro che amo, che abbiamo pubblicato, che consiglio a chiunque — quando mi è venuto un pensiero molesto. Uno di quelli che preferiresti non aver avuto.

Il pensiero è questo: Winston Smith, il protagonista di 1984, faceva esattamente lo stesso lavoro.

Il Ministero della Verità assume

Per chi non ricordasse i dettagli del romanzo di Orwell, Winston Smith lavora al Ministero della Verità. Il suo compito è riscrivere il passato. Quando il Partito cambia alleanze, Winston modifica gli archivi dei giornali per far sembrare che l’Oceania sia sempre stata in guerra con l’Estasia (o con l’Eurasia, a seconda del giorno). Quando un funzionario cade in disgrazia, Winston lo cancella dalle fotografie, dagli articoli, dalla storia.

Non inventa il futuro. Reinventa il passato.

Sostituisce ciò che è stato con ciò che avrebbe dovuto essere — secondo le esigenze del Partito. Produce documenti falsi ma verosimili. Crea prove di eventi mai accaduti. Fabbrica citazioni mai pronunciate. E lo fa con tale maestria che nemmeno lui, dopo un po’, riesce più a distinguere il vero dal falso.

Ora, ditemi voi: cos’è un’ucronia, se non esattamente questo?

La differenza (che forse non c’è)

Lo so cosa state pensando. “Ma l’ucronia è dichiaratamente finzione! Nessuno crede che l’iPod Phone del 2002 sia esistito davvero. Nessuno pensa che Apple abbia mai prodotto WindOS. È un gioco, è satira, è esplorazione creativa.”

Tutto vero. Gabriele Gobbo lo scrive chiaramente nell’introduzione di Ucronia: Cupertino: “Nulla è reale.” E ancora: “È un gioco, goditi la storia.”

Ma Winston Smith non credeva forse la stessa cosa, all’inizio? Non pensava anche lui di stare solo facendo il suo lavoro, producendo contenuti che tutti sapevano essere falsi?

Il problema è che la ripetizione crea realtà. Lo sapeva Orwell, lo sanno i pubblicitari, lo sanno i politici. Una bugia ripetuta abbastanza volte diventa indistinguibile dalla verità. Non perché la gente sia stupida, ma perché il cervello umano è progettato per riconoscere pattern, non per verificare fonti.

L’arte del falso plausibile

Quello che rende Ucronia: Cupertino così efficace — e così inquietante, se ci pensate — è proprio la cura maniacale nel rendere il falso credibile.

Gobbo non si limita a inventare prodotti. Li documenta. Crea fotografie d’epoca, volantini pubblicitari, screenshot di siti web. Stampa i materiali, li stropiccia, li sporca di caffè, li scansiona più volte per simulare l’usura del tempo. Costruisce un archivio di prove per eventi mai accaduti.

È arte. È artigianato. È anche, se vogliamo essere brutalmente onesti, esattamente ciò che faceva il Ministero della Verità.

La differenza, mi direte, è l’intento. Winston Smith falsificava per servire il potere. Gobbo falsifica per… per cosa, esattamente? Per divertimento? Per critica? Per nostalgia di un’Apple che non c’è più?

Tutte risposte legittime. Ma l’intento è davvero sufficiente a distinguere la parodia dalla propaganda?

Il paradosso dell’ucronista onesto

C’è un paradosso al cuore dell’ucronia come genere. Per funzionare, deve essere credibile. Deve sembrare vera. Deve insinuare il dubbio: “E se fosse successo davvero?”

Ma più è credibile, più si avvicina alla menzogna.

L’ucronista onesto — e Gobbo lo è, con tutti i suoi disclaimer e avvertenze — si trova in una posizione impossibile. Deve dire: “Questo è falso, ma voglio che tu ci creda per un momento.” Deve costruire una trappola cognitiva e poi mostrarti l’uscita. Deve essere Winston Smith e insieme il suo opposto.

In 1984, il Partito voleva che i cittadini credessero a versioni contraddittorie della storia simultaneamente. Lo chiamava bipensiero. L’ucronia chiede qualcosa di simile: credere e non credere allo stesso tempo. Sapere che è falso, ma sentire che è vero.

Non è forse questa la definizione stessa di finzione narrativa? Sì. Ma la finzione narrativa di solito non produce documenti d’archivio falsi. Non crea prove fisiche. Non simula pagine web e volantini pubblicitari.

L’ucronia contemporanea — quella di Ucronia: Cupertino, quella dei mockumentary, quella dei deepfake artistici — occupa una zona grigia che Orwell avrebbe trovato familiare. Troppo familiare.

Quando tutti riscrivono la storia

Il problema si aggrava quando guardiamo al contesto.

Viviamo in un’epoca in cui la riscrittura della storia è diventata sport nazionale. I politici negano di aver detto cose che sono registrate in video. Le aziende cancellano tweet imbarazzanti e sperano che nessuno abbia fatto screenshot. Le intelligenze artificiali generano immagini di eventi mai accaduti con una facilità che avrebbe fatto impallidire il Ministero della Verità.

In questo contesto, qual è il ruolo dell’ucronia? È una vaccinazione — ci allena a riconoscere il falso mostrandocelo dichiaratamente? O è un addestramento — ci abitua ad accettare versioni alternative della realtà?

Forse entrambe le cose. Forse dipende dal lettore. Forse è una domanda che non ha risposta.

La difesa dell’ucronista

A questo punto dovrei offrire una difesa. Dopotutto, pubblichiamo Ucronia: Cupertino. Sarebbe strano condannare ciò che vendiamo.

Eccola: l’ucronia, a differenza della propaganda, dichiara la sua natura. Non vuole sostituire la storia, ma affiancarla. Non cancella il passato, lo moltiplica. Crea una timeline parallela che esiste accanto a quella reale, non al suo posto.

Winston Smith doveva far sparire le versioni precedenti degli articoli. Il suo lavoro era completo solo quando non restava traccia della verità. L’ucronista, al contrario, ha bisogno che la storia vera esista. Senza di essa, non c’è “deviazione” da esplorare. Non c’è “e se?” se non c’è un “è stato così”.

L’ucronia è parassitaria rispetto alla storia. La propaganda è predatoria.

È una distinzione sottile? Sì. È sufficiente? Non lo so.

Il confessionale (quello vero)

Scrivo questo post con disagio. Non perché pensi che Gabriele Gobbo sia un agente del Miniver, ovviamente. Ma perché credo che dobbiamo essere onesti sugli strumenti che usiamo.

L’ucronia è uno strumento potente. Come tutti gli strumenti potenti, può essere usata bene o male. Può illuminare il presente mostrando passati alternativi, o può confondere le acque in un’epoca già satura di disinformazione.

Ucronia: Cupertino lo usa bene. Con ironia, con amore per il soggetto, con chiarezza sulle proprie intenzioni. Ma la tecnica che impiega — la falsificazione meticolosa, la creazione di prove per eventi mai accaduti — è la stessa che usa chi vuole manipolare, non illuminare.

Forse la lezione è questa: in un mondo dove tutti possono riscrivere la storia, la distinzione cruciale non è tra vero e falso, ma tra chi dichiara le proprie intenzioni e chi le nasconde.

Winston Smith non aveva scelta. Noi sì.

E voi, lettori del Confessionale, avete il diritto di sapere che state leggendo finzione. Che Ucronia: Cupertino è un gioco. Che il Ministero della Verità, almeno per ora, non esiste.

Almeno, non con quel nome.

«Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.» — George Orwell, 1984

«È un gioco, goditi la storia.» — Gabriele Gobbo, Ucronia: Cupertino

La differenza tra le due frasi è tutto ciò che ci separa dalla distopia. Spero.

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