C’è una frase che Orwell fa dire a O’Brien nel momento in cui la maschera cade definitivamente, nel cuore nero di 1984: il potere non è un mezzo, il potere è il fine. Non si governa per qualcosa. Si governa per governare.
Ci ho pensato a lungo. E continuo a pensarci ogni volta che mi trovo davanti all’architettura narrativa del mondo contemporaneo.
Il giornalista Kit Knightly, in un articolo pubblicato su Off-Guardian il 5 gennaio 2024, ha scritto una delle analisi più lucide e disturbanti che abbia letto negli ultimi anni sul funzionamento del potere nell’era della “nuova normalità”. Vale la pena partire da lì.
Il controllo come dipendenza
Knightly apre con un’osservazione che sembra quasi clinica, e forse lo è davvero: gli psicopatici sono dipendenti dal controllo. Non cercano il controllo come strumento per ottenere ricchezza, sicurezza o rispetto. Lo cercano per sé stesso. E la massima espressione di quel controllo — la forma più pura, la più soddisfacente — è creare un mondo falso e far vivere le persone in esso.
Rileggendo questa frase ho avuto un brivido di riconoscimento letterario. Non perché fosse nuova — la letteratura distopica lo dice da decenni — ma perché era formulata con una precisione che va oltre la metafora. Knightly non sta descrivendo un romanzo. Sta descrivendo un meccanismo.
Nel Grande Fratello di Orwell, il Bispensiero non è un semplice strumento di controllo dell’informazione. È qualcosa di più sottile e più perverso: è la capacità di credere simultaneamente in due cose contraddittorie, di sapere che una cosa è falsa e continuare ad affermarla come vera. Non per ignoranza, ma per scelta. Per fedeltà. Per sopravvivenza.
La vera genialità del Partito, in 1984, non sta nell’aver inventato le bugie. Sta nell’aver trasformato la bugia in un atto di appartenenza.
La menzogna come prova di lealtà
Knightly lo esplicita con una chiarezza che lascia poco spazio all’interpretazione:
“Se ti danno qualcosa a cui è impossibile credere, e tu non lo metti in dubbio, stai dimostrando maggiore lealtà verso l’autorità sopra di te che verso la realtà che ti circonda.”
Questo è il punto di svolta. Non stiamo parlando di propaganda ordinaria, quella che lavora sull’ambiguità, sulla paura, sull’ignoranza. Stiamo parlando di qualcosa di più raffinato: la menzogna deliberatamente assurda come rituale di iniziazione.
Più è incredibile ciò che ti viene chiesto di credere, più la tua accettazione dimostra la profondità della tua resa. Perché accettare una cosa ragionevole richiede solo ragione. Accettare una cosa impossibile richiede l’abbandono della ragione stessa. E una persona che ha abbandonato la propria ragione è una persona completamente nelle mani di chi quella ragione gliel’ha tolta.
Nella distopia non si chiede ai sudditi di credere alle bugie perché le bugie sono più convenienti della verità. Si chiede di crederci perché il processo stesso di crederci — l’atto di piegare la mente fino a spezzarla — è la dimostrazione del controllo.
L’umiliazione come architettura del potere
C’è un’altra cosa che Knightly dice, e che mi ha fermato:
“L’umiliazione è la massima dimostrazione di controllo.”
In 1984, la scena della Stanza 101 non serve a ottenere informazioni. Winston non sa niente di utile. Serve a spezzarlo. A farlo dire che ama il Grande Fratello e crederci davvero. Non come performance — come verità interiore.
Il potere non vuole solo la tua obbedienza. Vuole la tua convizione. Vuole che tu stesso diventi il guardiano della tua prigione, che tu non riconosca più le sbarre perché nel tempo hai imparato a chiamarle sicurezza, protezione, normalità.
Quello che Knightly descrive — e che la distopia classica ha già cartografato con precisione — è la costruzione sistematica di un mondo in cui la realtà stessa diventa negoziabile. Un mondo dove, come scrive lui stesso, in un mondo senza ragione o regola, tutto ciò che ti dico diventa intrinsecamente credibile. In un mondo dove nulla è vero, tutto potrebbe esserlo.
Il catalogo dell’assurdo
Nella sua nota redazionale, l’autore elenca una serie di equazioni narrative del presente. Vale la pena riportarle, perché la lista ha la struttura di un glossario distopico:
- Il Green Pass era libertà
- Il siero sperimentale era salvezza sicura
- L’anidride carbonica è il Male assoluto
- L’elettrico non inquina
- Coltivare è ecocidio
- Allevare e pescare sono crimini contro la natura
- Procreare è egoismo
- Famiglia tradizionale è patriarcato
- Aborto è vita
- La difesa di qualunque etnia va bene, ma la difesa del bianco è incitamento all’odio
- Vivere è imprimere impronta ambientale
- Obsolescenza per legge è ecologia
- Soppressione del pensiero critico è inclusione
- Censura è pluralismo
- Rinunciare a sovranità è patriottismo
- Guerra è protezione e promozione della pace
Leggendola, mi è venuto in mente il glossario della Neolingua. Quella lingua che il Partito sta costruendo per rendere letteralmente impensabile il dissenso: se non hai le parole per descrivere la libertà, non puoi nemmeno desiderarla.
Ogni equazione nell’elenco funziona allo stesso modo: prende un concetto e lo inverte. Non lo nega — lo inverte. La negazione lascia traccia. L’inversione, se applicata con costanza e autorità, riscrive il vocabolario della realtà.
La “nuova normalità” come progetto distopico
Knightly chiude con una sintesi che vale come manifesto:
“Questa è la perfida irrealtà della ‘nuova normalità’. Non si tratta solo di inganno, falsità o propaganda. Si tratta di spezzare il tuo spirito e la tua mente.”
La letteratura distopica ce lo ha raccontato in mille varianti. In 1984 si chiama Bispensiero e Neolingua. In Il mondo nuovo di Huxley si chiama condizionamento e soma. In Fahrenheit 451 di Bradbury si chiama velocità e rumore — la saturazione che rende impossibile pensare. In Noi di Zamjatin si chiama Operazione: la resezione chirurgica dell’immaginazione.
Le forme cambiano. La struttura rimane la stessa.
Un potere che si sente precario — e tutti i poteri che si reggono sulla menzogna si sentono precari, perché sanno che una sola crepa può far crollare l’intero edificio — ha bisogno di continue prove di fedeltà. Ha bisogno di alzare ogni volta l’asticella dell’assurdo, di chiedere di più, di spingere il confine tra credibile e incredibile sempre un millimetro più in là.
Perché il giorno in cui ti fermi, il giorno in cui dici questa no, questa non ci credo, è il giorno in cui ricordi che hai una mente. E una mente che ricorda di essere una mente è pericolosa.
Il nostro compito
Scrivere distopia — leggerla, pensarla, discuterla — non è un esercizio intellettuale astratto. È, in un senso molto preciso, un atto di resistenza cognitiva.
Ogni volta che apri 1984 e riconosci qualcosa, stai usando un anticorpo culturale che qualcuno ha avuto la lucidità di costruire settant’anni fa. Ogni volta che ti fermi davanti a una narrativa che non torna e dici aspetta, questo non ha senso, stai esercitando esattamente la facoltà che il potere psicopatico vorrebbe atrofizzare.
Come scrive Knightly, il primo compito è mandare all’aria ogni loro aspettativa.
Il nostro, qui, è più semplice e altrettanto necessario: continuare a leggere. Continuare a riconoscere. Continuare a nominare le cose con il loro nome.
Anche — e soprattutto — quando il nome ufficiale è il contrario.
Fonte: Kit Knightly, “The Perfidious Unreality of the New Normal”, Off-Guardian, 5 gennaio 2024. Articolo originale disponibile all’indirizzo: https://off-guardian.org/2024/01/05/the-perfidious-unreality-of-the-new-normal/



