Di tutti i personaggi di 1984, O’Brien è il più inquietante. Non perché sia malvagio — il male, in un certo senso, è banale — ma perché è intelligente. Perché capisce. Perché, in un altro mondo, avrebbe potuto essere un amico.
Winston lo percepisce fin dal primo incontro. C’è qualcosa in O’Brien, nel modo in cui si sistema gli occhiali, nella sua ironia sottile, che suggerisce una mente affine. Winston si convince che O’Brien sia un ribelle segreto, un membro della Fratellanza, un alleato.
Si sbaglia. O’Brien è esattamente ciò che sembra: un membro del Cerchio Interno. Un torturatore. Un vero credente.
L’inganno perfetto
La cosa geniale di O’Brien è che non inganna nel modo tradizionale. Quando guarda Winston durante i Due Minuti d’Odio, quando sembra comunicare con gli occhi “sono dalla tua parte”, non sta mentendo. Non completamente.
O’Brien capisce davvero Winston. Conosce i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue speranze. Lo ha studiato per anni attraverso i teleschermi. Sa esattamente cosa Winston vuole sentirsi dire — e glielo dice.
Ma capire non significa condividere. O’Brien comprende la ribellione di Winston come un entomologo comprende un insetto: con interesse scientifico, senza empatia. Può prevedere ogni sua mossa perché ha visto centinaia di Winston prima di lui. Tutti finiscono allo stesso modo.
Il potere come fine a se stesso
La scena più terrificante del romanzo non è la Stanza 101. È la conversazione tra O’Brien e Winston nella cella, quando O’Brien spiega la vera natura del Partito.
Non vogliamo il potere per costruire un mondo migliore, dice O’Brien. Non crediamo nelle nostre stesse ideologie. Il potere non è un mezzo. È il fine. L’oggetto del potere è il potere stesso.
È un momento di verità assoluta. Nessuna giustificazione, nessuna razionalizzazione. Il Partito vuole dominare perché vuole dominare. Punto. E l’unico modo per esercitare il potere su qualcuno è farlo soffrire.
Questa è la filosofia che O’Brien incarna. Non è un fanatico accecato dall’ideologia. È qualcosa di peggio: un uomo che vede chiaramente la realtà del sistema e lo serve comunque. Che trova significato — forse persino piacere — nell’esercizio del potere puro.
Il Grande Inquisitore
Orwell conosceva bene Dostoevskij, e O’Brien è chiaramente modellato sul Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov. Come l’Inquisitore, O’Brien non odia Winston. Lo compatisce. Lo considera un bambino che non capisce come funziona il mondo.
“Tu sei mentalmente squilibrato”, dice O’Brien. “Soffri di una memoria difettosa.” E poi procede a “curarlo” — con l’elettroshock, con la fame, con la tortura — finché Winston non vede davvero cinque dita quando O’Brien ne mostra quattro.
È una scena di intimità perversa. O’Brien passa mesi con Winston, lo conosce meglio di chiunque altro, si preoccupa sinceramente della sua “guarigione”. È il rapporto più intenso che Winston abbia mai avuto. E finisce con l’annientamento totale della sua personalità.
L’intelligenza al servizio del male
Ciò che rende O’Brien davvero spaventoso è che ha ragione. Non moralmente, ovviamente. Ma intellettualmente, le sue previsioni si avverano sempre. Sa che Winston lo tradirà. Sa che amerà il Grande Fratello. Sa che non c’è speranza.
E noi, leggendo, sappiamo che ha ragione. Il romanzo conferma ogni sua affermazione. Il Partito vince. Winston viene spezzato. L’amore per Julia viene sostituito dall’amore per il Grande Fratello.
O’Brien è il personaggio più onesto del libro. Non si illude, non spera, non sogna. Vede il mondo com’è — un boot che calpesta un volto umano, per sempre — e trova il suo posto nel sistema. Non dalla parte del volto. Dalla parte del boot.
Il confessionale
Scrivo questo post con disagio. Perché O’Brien, in un certo senso, mi affascina. La sua intelligenza, la sua lucidità, persino la sua ironia. È facile odiare i mostri stupidi. È molto più difficile confrontarsi con i mostri intelligenti.
E forse è proprio questo il punto. Il totalitarismo non è gestito solo da bruti ignoranti. È gestito anche da persone colte, raffinate, che leggono libri e apprezzano l’arte. Persone che potrebbero essere nostri colleghi, nostri amici, persino noi stessi in circostanze diverse.
O’Brien ci ricorda che l’intelligenza non è una garanzia di bontà. Che si può capire perfettamente il male e sceglierlo comunque. Che la ragione, senza compassione, può diventare lo strumento più efficiente di oppressione.
«Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell’intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell’intento di stabilire una dittatura.»



