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Mr. Charrington: il traditore gentile

Mr. Charrington: il traditore gentile

Di tutti i personaggi di 1984, Mr. Charrington è quello che mi fa più rabbia. Non O’Brien, che è chiaramente un mostro. Non il Grande Fratello, che forse non esiste nemmeno. Ma questo vecchio gentile che vende cianfrusaglie in un quartiere prolet.

Perché Mr. Charrington ci inganna. Inganna Winston, e inganna noi lettori. E lo fa con una gentilezza così convincente che quasi ci sentiamo traditi personalmente.

L’antiquario dei sogni

Quando Winston entra nel negozio di Mr. Charrington, trova esattamente ciò di cui ha bisogno. Il quaderno con la copertina marmorizzata. Il fermaglio di corallo. La stanza al piano di sopra, senza teleschermo, dove lui e Julia possono amarsi in pace.

Mr. Charrington sembra un relitto di un’epoca passata. Parla di cose che non esistono più: chiese, filastrocche, oggetti belli e inutili. È gentile, discreto, incuriosito da Winston senza essere invadente.

È, in altre parole, tutto ciò che il mondo di 1984 non è.

E proprio per questo dovremmo sospettare. In un mondo dove la gentilezza è sospetta e la privacy non esiste, come può esistere Mr. Charrington? Come può esistere quella stanza?

La trappola perfetta

La risposta, ovviamente, è che non può. Mr. Charrington è un agente della Psicopolizia. La stanza è sotto sorveglianza. Il fermaglio di corallo nasconde un microfono. Tutto — ogni momento di felicità, ogni illusione di libertà — era una trappola.

Ma che tipo di trappola? Non una trappola per catturare Winston — la Psicopolizia sapeva già che era un traditore. Una trappola per distruggerlo completamente.

Il Partito avrebbe potuto arrestare Winston il giorno in cui ha comprato il quaderno. Invece ha aspettato. Gli ha dato tempo di scrivere, di amare, di sperare. Gli ha permesso di costruire una vita segreta, un piccolo paradiso privato.

E poi gliel’ha strappato via.

Il volto dietro la maschera

Il momento più agghiacciante del romanzo non è la Stanza 101. È quando Mr. Charrington si rivela per quello che è.

“Winston lo guardò… era cambiato sotto i suoi occhi. Il corpo si era raddrizzato, fatto più grande e più solido. La faccia non era quasi più la stessa… Sembrava avere all’incirca trentacinque anni.”

Il vecchio gentile era una maschera. Sotto c’era un uomo giovane, freddo, efficiente. Un professionista della distruzione.

Orwell ci sta dicendo qualcosa di importante: il male può avere qualsiasi aspetto. Può essere gentile, colto, affascinante. Può offrirti esattamente ciò che desideri. E proprio per questo è così pericoloso.

I nostri Mr. Charrington

Viviamo in un’epoca di Mr. Charrington digitali.

Piattaforme che ci offrono connessione gratuita, mentre raccolgono ogni nostro dato. App che promettono comodità, mentre mappano ogni nostro movimento. Servizi che sembrano regali, mentre noi siamo il prodotto.

Non sto dicendo che Facebook sia la Psicopolizia. Ma il meccanismo è simile: offrirti qualcosa che desideri — connessione, convenienza, l’illusione di un rifugio — in cambio di qualcosa che non sai nemmeno di dare.

Mr. Charrington non ha mai fatto pagare l’affitto della stanza. Perché il prezzo vero era un altro.

La gentilezza come arma

C’è una lezione in Mr. Charrington che va oltre la paranoia.

La gentilezza può essere genuina. Esistono persone buone, luoghi sicuri, momenti di vera connessione. Ma la gentilezza può anche essere usata come arma. E distinguere l’una dall’altra è quasi impossibile.

Winston non poteva saperlo. Non c’era modo di verificare, di essere sicuri. In un mondo senza fiducia, ogni relazione è un rischio.

Forse è per questo che Mr. Charrington mi fa così rabbia. Non perché sia malvagio — O’Brien è più malvagio — ma perché rappresenta la corruzione di qualcosa di buono. L’uso della gentilezza come trappola.

E questo, in un certo senso, è il crimine più grande.

«Era una di quelle stampe che si chiamano una volta “incisioni su acciaio”… raffigurava un edificio di forma ovale con finestre rettangolari e una piccola torre in facciata.»

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