All’inizio del romanzo, Winston sente una canzone al teleschermo. “Sotto il grande castagno / io t’ho venduto e tu m’hai venduto…”
Alla fine del romanzo, Winston siede al Caffè del Castagno in Fiore. La canzone suona in sottofondo. E Winston piange, perché finalmente ama il Grande Fratello.
La circolarità è perfetta. E devastante.
La canzone del tradimento
Il testo completo della canzone — che Winston ricostruisce a pezzi nel corso del romanzo — è una storia di tradimento reciproco. “Io t’ho venduto e tu m’hai venduto.” Due persone che si sono tradite a vicenda. Che giacciono sotto il castagno, forse morte, certamente svuotate.
È la storia di Winston e Julia, scritta prima ancora che si incontrino. È una profezia, un avvertimento, un epitaffio anticipato.
Ma Winston non la capisce. Non all’inizio. Sente la canzone e prova una strana nostalgia, una tristezza che non sa spiegare. Come se ricordasse qualcosa che non ha mai vissuto.
La nostalgia programmata
Il Partito è maestro nel creare nostalgia per cose che non sono mai esistite.
Il “tempo prima del Partito” — di cui Winston cerca disperatamente tracce — è probabilmente un’invenzione. I vecchi non ricordano nulla di preciso. I documenti sono stati riscritti. Le fotografie ritoccate.
Eppure Winston sente la mancanza di quel tempo. Come si può sentire la mancanza di qualcosa che forse non è mai esistito?
Perché la nostalgia non riguarda il passato reale. Riguarda l’idea del passato. La possibilità che le cose siano state diverse. La speranza che possano essere diverse di nuovo.
Il Partito manipola questa nostalgia. La canzona sul castagno evoca un tempo di sentimenti autentici, di relazioni vere — un tempo che il Partito ha distrutto. Ma la canzone stessa è prodotta dal Partito. È nostalgia programmata, controllata, incanalata.
Il Caffè del Castagno in Fiore
Alla fine del romanzo, Winston frequenta il Caffè del Castagno in Fiore. È il luogo dove vanno i vaporizzati in attesa di essere vaporizzati definitivamente. Ex dissidenti rieducati, come lui. Relitti umani che bevono gin e aspettano la fine.
Il nome del caffè è la canzone resa reale. Un luogo di tradimento compiuto, di nostalgia morta, di attesa della fine.
Winston ci va ogni giorno. Beve. Guarda il teleschermo. E lentamente, inesorabilmente, si convince di amare il Grande Fratello.
È la scena più triste del romanzo. Non perché Winston soffra — ha smesso di soffrire — ma perché ha smesso di essere Winston.
La vittoria finale
L’ultima scena del romanzo è al Caffè del Castagno in Fiore. Winston ha appena sentito che l’Oceania ha vinto una grande battaglia. È felice. Le lacrime gli scorrono sul viso.
“Aveva vinto la vittoria su se stesso. Amava il Grande Fratello.”
La canzone del castagno si è avverata. Winston ha venduto Julia. Julia ha venduto lui. Ora giacciono entrambi sotto il castagno — non letteralmente, ma spiritualmente. Morti pur essendo vivi.
E la cosa più orribile? Winston è felice. Davvero felice. Per la prima volta nel romanzo, non sta fingendo, non sta lottando, non sta soffrendo. È in pace.
Una pace che è peggio di qualsiasi tormento.
«Sotto il grande castagno / io t’ho venduto e tu m’hai venduto: / là giacciono, qui giacciamo, / sotto il grande castagno.»



