/com·pas·sió·ne/ (s.f.)
Archeolingua: Dal latino cum patior, soffrire insieme. Capacità di sentire il dolore altrui come proprio. Per i buddhisti è la virtù suprema. Per i cristiani, il cuore del messaggio evangelico. È ciò che ci rende umani.
Neolingua: DEBOLEZZA PSICOLOGICA. Soffrire per il dolore altrui è inefficiente. Se un compagno viene rettificato, la risposta corretta è approvazione, non pena. La compassione intralcia la giustizia del Partito.
Perché il Partito lo teme: Chi prova compassione potrebbe aiutare un nemico. Potrebbe esitare a denunciare. Potrebbe vedere nel condannato un essere umano invece che un traditore. La compassione corrode la purezza ideologica.
«Mi hanno insegnato a non provare nulla per chi soffre. Ci sono riusciti. Ora soffro per questo.»