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Il dio che cambia: Octavia Butler e la distopia che abbiamo scelto di non vedere

Il dio che cambia: Octavia Butler e la distopia che abbiamo scelto di non vedere

Nel 1993, una scrittrice afroamericana immaginò l’America del 2024: cambiamento climatico devastante, disuguaglianza estrema, comunità murate, privatizzazione di tutto, un candidato presidenziale che promette di “rendere l’America di nuovo grande”. Non era profezia — era attenzione. Octavia Butler vedeva ciò che altri preferivano ignorare.


La Cassandra di Pasadena

Octavia Estelle Butler (1947-2006) fu un’anomalia. Donna nera in un genere — la fantascienza — dominato da uomini bianchi. Introversa dichiarata in un ambiente che celebrava il networking. Scrittrice lenta e meticolosa in un’industria che premiava la produttività.

E profeta, anche se avrebbe rifiutato la parola.

Parable of the Sower (La parabola del seminatore), pubblicato nel 1993, è ambientato nell’America del 2024-2027. Butler immaginò: siccità devastanti causate dal cambiamento climatico; disuguaglianza economica così estrema che i ricchi vivono in comunità murate mentre i poveri sopravvivono nelle strade; polizia e vigili del fuoco privatizzati che intervengono solo per chi può pagare; droghe sintetiche che causano dipendenza dalla violenza; corporazioni che offrono lavoro in cambio di debito permanente — una nuova forma di schiavitù; e un politico che promette di “Make America Great Again”.

Quando il romanzo fu ripubblicato nel 2016, dopo l’elezione di Trump, i lettori rimasero sconvolti. Butler aveva indovinato lo slogan. Ma non aveva indovinato nulla — aveva osservato. “Tutto ciò che ho messo nel libro”, disse in un’intervista degli anni ’90, “è qualcosa che è già accaduto, sta accadendo, o è una tendenza chiara. Non ho inventato nulla.”


Lauren Olamina: la ragazza che sentiva troppo

La protagonista di Parable of the Sower è Lauren Olamina, una ragazza nera di quindici anni (diciotto alla fine del romanzo) che vive in una comunità murata a Robledo, nella periferia di Los Angeles. Suo padre è un professore universitario e pastore battista; la comunità cerca di mantenere una parvenza di normalità — scuola, chiesa, giardini — mentre fuori le mura il mondo crolla.

Lauren ha una condizione chiamata “iperempatia”: sente fisicamente il dolore (e il piacere) degli altri. Se vede qualcuno ferito, sente la ferita. Se vede qualcuno morire, quasi muore. È una condizione causata da una droga che sua madre prese durante la gravidanza — un effetto collaterale che Lauren vive come maledizione e, forse, come dono.

L’iperempatia è più di un espediente narrativo. È una metafora: Lauren non può non vedere la sofferenza, non può ignorarla, non può costruire muri mentali oltre a quelli fisici. In un mondo che sopravvive grazie alla capacità di non vedere — non vedere i senzatetto, non vedere la violenza, non vedere il futuro — Lauren è costretta a guardare.

E ciò che vede è l’apocalisse in slow motion.


Earthseed: il dio che cambia

Mentre il mondo esterno peggiora, Lauren sviluppa — o scopre, o inventa — una nuova religione che chiama Earthseed.

Il principio fondamentale di Earthseed è: “Dio è Cambiamento”. Non un dio personale che ascolta preghiere, non un padre celeste che giudica, non un’entità che interviene nella storia. Dio è il cambiamento — la forza impersonale che trasforma tutto, sempre, inevitabilmente.

“Tutto ciò che tocchi, lo cambi. Tutto ciò che cambi, ti cambia. L’unica verità duratura è il Cambiamento. Dio è Cambiamento.”

È una teologia radicale — e profondamente pragmatica. Se Dio è Cambiamento, allora resistere al cambiamento è futile; ma dirigere il cambiamento è possibile. Non puoi fermare il fiume, ma puoi costruire canali. Non puoi impedire che il mondo crolli, ma puoi preparare cosa verrà dopo.

Lauren inizia a raccogliere i principi di Earthseed in un libro che intitola Earthseed: The Books of the Living. Non è ancora una profetessa — è una ragazza che scrive versi nel suo diario. Ma sta costruendo qualcosa: un framework per sopravvivere alla catastrofe, una filosofia per chi verrà dopo.


La caduta del muro

A metà del romanzo, la comunità murata di Lauren viene distrutta. I pirofolli — tossicodipendenti di una droga che rende la violenza estatica — sfondano i muri, bruciano le case, uccidono quasi tutti. Lauren sopravvive, fugge, e inizia a camminare verso nord lungo l’autostrada.

Questo è il cuore del romanzo: un viaggio a piedi attraverso un’America devastata. Lauren raccoglie compagni di viaggio — altri sopravvissuti, altre vittime, persone che non hanno nient’altro che la strada. Alcuni sono affidabili, altri no. Alcuni moriranno. Alcuni tradiranno.

Butler non romantizza la comunità. Mostra quanto sia difficile fidarsi quando tutti sono disperati. Mostra come i traumi rendano le persone difficili, sospettose, a volte crudeli. Mostra che la solidarietà non è naturale — è una scelta, e una scelta difficile quando la sopravvivenza individuale sembra richiedere l’abbandono degli altri.

Ma mostra anche che la solitudine è morte. Lauren sopravvive perché costruisce un gruppo. Il gruppo sopravvive perché Lauren ha una visione — Earthseed — che dà senso alla sofferenza e direzione al cammino. Non è carisma personale; è scopo condiviso.


Olivar: la schiavitù con un altro nome

Uno degli elementi più inquietanti del romanzo è Olivar, una città della California che viene “acquistata” da una corporation, KSF. In cambio di sicurezza, servizi, lavoro, i residenti cedono i loro diritti. Diventano dipendenti della corporation — non nel senso di impiegati, ma nel senso di proprietà.

Butler descrive Olivar come una scelta apparentemente razionale. Il mondo fuori è caos; Olivar offre ordine. Le strade sono violente; Olivar offre sicurezza. L’economia è collassata; Olivar offre lavoro. Certo, i residenti non possono andarsene (hanno debiti con la compagnia). Certo, lavorano per salari che non coprono mai i costi. Certo, i loro figli ereditano i debiti. Ma è meglio della strada, no?

È il ritorno della schiavitù — non con le catene, ma con i contratti. Non con la frusta, ma con il debito. Butler, discendente di schiavi, vedeva con chiarezza cosa altri preferivano non vedere: che la schiavitù non era un’anomalia storica, ma una possibilità permanente. Cambia nome, cambia forma, ma la struttura resta: persone che lavorano per altri senza possibilità di uscita.

Oggi guardiamo i lavoratori dei magazzini Amazon con i loro tempi cronometrati al secondo, i riders pagati a cottimo senza tutele, gli “imprenditori di sé stessi” indebitati per sempre, e ci chiediamo se Butler non fosse ottimista.


La parabola del seminatore

Il titolo viene dal Vangelo di Matteo. Un seminatore getta semi: alcuni cadono sulla strada e gli uccelli li mangiano; alcuni cadono sulla roccia e non attecchiscono; alcuni cadono tra i rovi e vengono soffocati; alcuni cadono sulla buona terra e danno frutto.

Per Butler, la parabola ha un significato particolare. Lauren è una seminatrice: getta i semi di Earthseed ovunque va, sapendo che la maggior parte non attecchirà. Non può sapere quale seme darà frutto. Non può controllare il terreno. Può solo continuare a seminare.

È una metafora della resistenza in tempi di crisi. Non sai cosa funzionerà. Non sai chi ti ascolterà. Non sai se le comunità che costruisci sopravvivranno. Semini comunque — perché l’alternativa è non seminare nulla, e allora sicuramente non crescerà nulla.

Il romanzo termina con Lauren e i suoi compagni che fondano una piccola comunità nel nord della California. La chiamano Acorn — Ghianda. Non è un lieto fine; è un inizio. Il mondo fuori è ancora in fiamme. Ma qualcosa è stato piantato. Forse crescerà. Forse no. Ma è stato piantato.


Il sequel: la tentazione fascista

Nel 1998, Butler pubblicò Parable of the Talents, il sequel ambientato negli anni 2030. L’America ha un nuovo presidente: Andrew Steele Jarret, un predicatore cristiano fondamentalista il cui slogan è “Make America Great Again”.

Jarret non è Trump — è stato scritto vent’anni prima. Ma le somiglianze sono impressionanti: il richiamo a un passato mitizzato, l’uso della religione come strumento politico, la demonizzazione dei diversi, l’erosione delle istituzioni democratiche. E Jarret ha qualcosa che nel primo romanzo mancava: campi di “rieducazione” per dissidenti, non credenti, “devianti”.

Butler capì che la distopia americana non sarebbe arrivata con simboli stranieri. Sarebbe arrivata con la croce e la bandiera, con il linguaggio della famiglia e della tradizione, con la promessa di tornare a un’epoca d’oro che non è mai esistita. Sarebbe arrivata democraticamente — votata da persone spaventate che preferivano l’ordine alla libertà.

Parable of the Talents è più cupo del primo romanzo. Acorn viene distrutta. Lauren perde sua figlia, rapita e data in adozione a una famiglia “cristiana”. La resistenza sembra impossibile. Ma Butler non si arrende alla disperazione: Earthseed sopravvive, cresce, e il romanzo termina con la prima astronave che lascia la Terra — il destino finale di Earthseed, “mettere radici tra le stelle”.


La scrittrice invisibile

Butler vinse due premi Hugo, due Nebula, e fu la prima scrittrice di fantascienza a ricevere il MacArthur “Genius Grant”. Eppure rimane meno conosciuta di autori meno premiati e meno originali.

Parte del problema è il genere. La fantascienza, nonostante i premi, resta ghettizzata nella percezione letteraria mainstream. Ma parte del problema è anche chi era Butler: una donna nera che scriveva di donne nere, che metteva al centro della fantascienza corpi che la fantascienza tradizionale ignorava.

Le sue protagoniste non sono eroine d’azione. Sono sopravvissute — spesso a traumi terribili: schiavitù (Kindred), stupro, violenza domestica. I loro corpi sono vulnerabili; le loro menti sono segnate. Non vincono con la forza — vincono con la resistenza, l’adattamento, la testardaggine di continuare a esistere.

Butler scrisse esplicitamente contro la fantascienza degli eroi solitari e delle soluzioni tecnologiche. “Non credo negli eroi”, disse. “Credo nelle comunità. E le comunità sono complicate, frustranti, piene di persone difficili. Ma sono l’unico modo per sopravvivere.”


L’adattamento impossibile

Il più grande complimento che si possa fare a Butler è che Parable of the Sower è quasi impossibile da adattare per il cinema o la TV.

Non c’è un villain singolo da sconfiggere. Non c’è una missione chiara con inizio, metà e fine. Non c’è una soluzione tecnologica o magica. C’è solo: il mondo sta finendo lentamente, la gente soffre, alcuni provano a costruire qualcosa di diverso. Come fai un blockbuster con questo?

La forza del romanzo è proprio nella sua resistenza alla narrativa convenzionale. Non offre catarsi. Non promette che andrà tutto bene. Non divide il mondo in buoni e cattivi. Mostra persone che fanno scelte difficili in circostanze impossibili — a volte giuste, a volte sbagliate, spesso ambigue.

È la forma più onesta di distopia: non uno specchio deformante che ci fa sentire superiori (noi non saremmo così!), ma uno specchio fedele che ci costringe a chiederci: e io cosa farei?


L’eredità: Afrofuturismo e oltre

Butler è oggi considerata una delle madri dell’Afrofuturismo — il movimento che immagina futuri con protagonisti neri, che recupera storie africane e della diaspora, che rifiuta l’idea che il futuro sia automaticamente bianco.

Ma la sua eredità va oltre l’identità. Butler ha mostrato che la fantascienza può essere politica senza essere didascalica, che può parlare di razza, classe e genere senza diventare trattato sociologico, che può essere disperatamente realistica e insieme ostinatamente speranzosa.

“Ho scritto di futuri terribili”, disse, “non perché credo che siano inevitabili, ma perché credo che possiamo evitarli — se li guardiamo in faccia.”

È l’opposto del fatalismo. La distopia come strumento di prevenzione, non di rassegnazione. Guarda cosa potrebbe succedere. Guarda cosa sta già succedendo. E poi chiediti: cosa posso fare?

Butler morì nel 2006, a 58 anni, per una caduta accidentale. Non vide l’elezione di Trump, non vide la pandemia, non vide il cambiamento climatico accelerare. Ma aveva già visto tutto questo — nel 1993, seduta nella sua casa di Pasadena, immaginando un futuro che era già presente per chi aveva occhi per vedere.


«Tutto ciò che tocchi, lo cambi. Tutto ciò che cambi, ti cambia. L’unica verità duratura è il Cambiamento. Dio è Cambiamento.» — Octavia Butler, La parabola del seminatore


Letture di approfondimento

Octavia Butler, La parabola del seminatore (1993)

Octavia Butler, La parabola dei talenti (1998)

Octavia Butler, Kindred (1979)


Nella collana Stanza101:

Butler offre qualcosa che manca a molte distopie classiche: una risposta. Non una soluzione — Earthseed non “risolve” nulla — ma una direzione, una pratica, un modo di vivere dentro la catastrofe senza esserne distrutti.

1984 di Orwell è pura denuncia: mostra l’orrore, ma Winston non ha alternative. Il Partito vince. Fine. Butler rifiuta questa chiusura. Il mondo di Lauren è altrettanto terribile — forse più terribile, perché più riconoscibile — ma Lauren costruisce. Non vince, non in senso convenzionale. Ma crea qualcosa che può crescere.

Democrazia Low Cost condivide con Butler l’attenzione per le forme “morbide” di oppressione. Olivar nel romanzo di Butler è il PCA in forma corporativa: non ti costringe con la violenza, ti seduce con la sicurezza. Marco, come i residenti di Olivar, sceglie la gabbia — o crede di sceglierla, che è la stessa cosa.

E la filosofia di Earthseed — adattarsi al cambiamento invece di resistergli — risuona con il dilemma di tutti i personaggi della collana. Winston resiste e viene spezzato. Syme si adatta troppo e viene eliminato. Lauren cerca una terza via: non resistenza cieca, non adattamento totale, ma modellamento — accettare che il cambiamento è inevitabile e lavorare per dirigerlo.


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