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Il diario di Winston: scrivere contro l’oblio

Il diario di Winston: scrivere contro l'oblio

Il primo atto di ribellione di Winston Smith non è un sabotaggio, non è un omicidio, non è una cospirazione. È comprare un quaderno con una copertina marmorizzata e scriverci dentro.

È un gesto così piccolo, così innocuo, che quasi non sembra una ribellione. Eppure, nel mondo di 1984, è un crimine capitale.

Perché scrivere è pericoloso

Nel mondo del Partito, il passato non esiste. O meglio: esiste solo nella versione ufficiale, che può essere modificata in qualsiasi momento. I giornali vengono riscritti, le fotografie ritoccate, i libri corretti. Nulla di ciò che è stato scritto può essere considerato vero.

In questo contesto, scrivere un diario è un atto di sfida radicale. È affermare che il passato esiste, che i tuoi ricordi hanno valore, che la tua esperienza conta.

Winston non scrive per essere pubblicato. Non scrive nemmeno per essere letto. Scrive per se stesso, per mantenere un filo di connessione con la realtà, per non impazzire completamente.

La carta color crema

Orwell dedica molte pagine alla descrizione fisica del diario. La carta liscia, color crema, lievemente ingiallita dal tempo. Una qualità che non si fabbrica più da almeno quarant’anni.

È un oggetto del passato, un relitto di un mondo scomparso. Winston lo compra non solo perché vuole scrivere, ma perché è bello. Perché la bellezza, in un mondo di bruttura funzionale, è anch’essa una forma di resistenza.

Il diario è fatto per essere scritto con un vero pennino, non con una biro. Winston si procura anche quello, con difficoltà. È un gesto di rispetto verso l’oggetto, verso la scrittura, verso se stesso.

“Per chi scrivo?”

Winston si pone questa domanda quasi subito. Per chi sta scrivendo? Per i posteri? Ma come potranno leggere, se il Partito controlla tutto? E se anche leggessero, capirebbero?

È una domanda che ogni scrittore si pone. Perché scrivere, se non sai chi leggerà? Perché testimoniare, se la testimonianza potrebbe andare perduta?

La risposta di Winston è implicita nel gesto stesso. Si scrive perché non scrivere sarebbe arrendersi. Si testimonia perché la testimonianza ha valore in sé, indipendentemente dal suo destino.

Il blocco dello scrittore

C’è un momento quasi comico nel romanzo. Winston si siede, apre il diario, intinge il pennino nell’inchiostro… e non sa cosa scrivere.

Dopo settimane di preparazione, dopo aver rischiato la vita per procurarsi il quaderno e la penna, si ritrova con la mente vuota. L’eterno monologo interiore che lo accompagna da anni si è improvvisamente interrotto.

È un dettaglio umanissimo. Chiunque abbia mai provato a scrivere conosce quella sensazione: la pagina bianca che ti fissa, le parole che si rifiutano di venire.

Poi Winston inizia a scrivere, quasi inconsapevolmente. E ciò che scrive non è un manifesto politico, non è una dichiarazione di principi. È il resoconto di un film visto al cinema. Una descrizione di violenza e morte, e delle reazioni del pubblico.

La memoria come resistenza

Il diario di Winston diventa il deposito dei suoi ricordi. Le cose che vede, che pensa, che sente. Le incongruenze che nota, i dubbi che ha, le domande che non può porre.

È una memoria privata in un mondo che ha abolito la memoria privata. È un io che resiste in un mondo che vuole abolire l’io.

Sappiamo che il diario verrà scoperto. Sappiamo che Winston verrà catturato. Il diario non lo salverà, non cambierà nulla, non sopravviverà.

Eppure c’è qualcosa di nobile nel gesto. Nel rifiuto di arrendersi, anche sapendo che la sconfitta è inevitabile. Nel bisogno umano di lasciare una traccia, anche se quella traccia verrà cancellata.

Il nostro diario

Oggi scriviamo più che mai. Post, tweet, messaggi, email. Lasciamo tracce digitali ovunque, continuamente.

Ma quanto di ciò che scriviamo è davvero nostro? Quanto è espressione del nostro io, e quanto è performance per un pubblico? Quanto sopravviverà, e quanto verrà cancellato dal prossimo aggiornamento del server?

Il diario di Winston era pericoloso perché era privato. Era suo. Non era destinato a nessuno.

Forse dovremmo tutti avere un diario così. Un luogo dove scrivere solo per noi stessi, senza algoritmi, senza like, senza pubblico. Un luogo dove la memoria possa esistere.

«Aveva intenzione di tenere un diario. Non era una cosa illegale (niente era illegale, visto che non c’erano più leggi) ma se fosse stato scoperto, si poteva essere ragionevolmente certi della sua condanna a morte.»

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