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Il lettore come erede: a chi appartengono le parole salvate?

Il lettore come erede: a chi appartengono le parole salvate?

C’è una domanda che attraversa tutto L’estetica del silenzio: per chi scrive Syme?

Non per sé stesso — sa che verrà vaporizzato. Non per Delia — le affida il quaderno proprio perché non lo legga, perché meno sa, meno può confessare. Non per il Partito — che lo brucerà appena lo troverà.

Syme scrive per qualcuno che non conosce. Per un lettore futuro. Per noi.

Il paradosso del testimone

È il paradosso di ogni resistenza culturale sotto un regime totalitario. Chi scrive non può sapere se qualcuno leggerà. Chi nasconde un quaderno non può sapere se qualcuno lo troverà. Chi salva parole non può sapere se qualcuno le userà.

Eppure lo fa lo stesso. Perché l’alternativa — non scrivere, non nascondere, non salvare — è peggiore. È arrendersi all’idea che il Partito abbia ragione, che il passato non esista, che le parole non contino.

“Non ti salverà, ma ti renderà vero,” dice Ampleforth. È questo il punto. Il quaderno non è uno strumento di sopravvivenza. È una dichiarazione di esistenza. È il modo in cui Syme dice: sono stato qui, ho pensato questo, non sono stato d’accordo.

Il lettore necessario

Ma il quaderno, per funzionare, ha bisogno di un lettore. Senza qualcuno che lo trovi, che lo apra, che legga quelle definizioni — resta un oggetto muto. Un corallo intrappolato nel vetro.

Il racconto ci mostra questo momento. Qualcuno trova il Dizionario delle Ombre. Qualcuno legge le voci di Syme. E mentre legge, “qualcosa si muove nella sua mente — un ricordo, un’eco, la sensazione di qualcosa che aveva sempre saputo ma non aveva mai potuto nominare.”

È il circuito che si chiude. La parola salvata trova il suo destinatario. Il seme dormiente germoglia.

E noi?

Leggendo L’estetica del silenzio, ho avuto una sensazione strana. Mi sono sentito quel lettore. Il quaderno di Syme era rivolto a me.

Non letteralmente, ovviamente. Ma nel senso che ogni libro è una bottiglia nel mare, lanciata nella speranza che qualcuno la raccolga. L’autore non poteva sapere chi avrebbe letto il suo racconto. Ma lo ha scritto lo stesso, affidandolo al futuro.

È quello che facciamo tutti quando scriviamo, quando leggiamo, quando conserviamo le parole. Partecipiamo a una catena di trasmissione che va oltre la nostra vita. Riceviamo da chi è venuto prima; passiamo a chi verrà dopo.

Il confessionale

Questo blog si chiama Confessionale. È un luogo dove parlo di libri che mi hanno cambiato, di idee che mi ossessionano, di parole che non voglio perdere.

In un certo senso, è il mio Dizionario delle Ombre. Non salvo parole morte — non ancora, almeno — ma salvo pensieri. Li scrivo perché qualcuno li legga. Perché restino.

L’estetica del silenzio mi ha ricordato perché lo faccio. Non per vanità, non per business, non per “engagement”. Lo faccio perché le parole contano. Perché conservarle è un atto di resistenza. Perché nel silenzio tra una parola e l’altra, il pensiero può ancora respirare.


«Chi legge queste parole diventa loro custode.»


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