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Non può succedere qui: Sinclair Lewis e il fascismo americano che può succedere ovunque

Non può succedere qui: Sinclair Lewis e il fascismo americano che può succedere ovunque

Nel 1935, mentre Hitler consolidava il potere in Germania, uno scrittore americano immaginò un fascismo autoctono negli Stati Uniti. Non sarebbe arrivato con svastiche e saluti romani — sarebbe arrivato avvolto nella bandiera americana, portando una croce. Quella profezia si chiama It Can’t Happen Here, e non ha smesso di essere attuale.


L’America che si credeva immune

Sinclair Lewis (1885-1951) fu il primo americano a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, nel 1930. Era famoso per i suoi ritratti satirici della classe media americana: Main Street, Babbitt, Arrowsmith. Era lo scrittore che aveva catturato l’ipocrisia, il provincialismo, l’ottusità della società americana — e l’America lo aveva premiato per questo, con un misto di autoironia e masochismo culturale.

Ma nel 1935, Lewis scrisse qualcosa di diverso. Non una satira sociale — un avvertimento politico. It Can’t Happen Here immaginava l’ascesa di un dittatore fascista negli Stati Uniti. Non un invasore straniero, non una cospirazione esterna: un politico americano, eletto democraticamente, che smantella la democrazia dall’interno.

Il titolo è ironico. “Non può succedere qui” era il ritornello degli americani che guardavano l’Europa con una certa superiorità: il fascismo era una malattia europea, un prodotto della storia continentale, incompatibile con la tradizione democratica americana. Lewis voleva dimostrare che poteva succedere eccome — e mostrare come sarebbe successo.


Buzz Windrip: il demagogo americano

Il dittatore del romanzo si chiama Berzelius “Buzz” Windrip. È un senatore del Sud, un oratore carismatico, un uomo del popolo — o almeno così si presenta. La sua piattaforma politica è un miscuglio di populismo economico, nazionalismo aggressivo, e vaghe promesse di grandezza restaurata.

Windrip promette di dare 5.000 dollari a ogni famiglia americana. Promette di schiacciare le élite corrotte. Promette di rendere l’America di nuovo grande. (Sì, Lewis usa quasi esattamente queste parole nel 1935.) Denuncia i banchieri, gli intellettuali, i giornalisti, gli stranieri. Parla il linguaggio della gente comune, con i loro risentimenti e le loro paure.

E vince le elezioni presidenziali del 1936 — battendo Franklin D. Roosevelt.

Una volta al potere, Windrip agisce rapidamente. Dichiara lo stato di emergenza. Scioglie il Congresso. Arresta gli oppositori. Crea una milizia paramilitare — i Minute Men — che terrorizza chiunque dissenta. La stampa viene imbavagliata. I sindacati vengono sciolti. I campi di concentramento vengono aperti per i “nemici dell’America”.

Tutto questo avviene non attraverso un colpo di stato militare, ma attraverso processi formalmente legali — o almeno legalizzati dopo il fatto. Windrip usa la democrazia per distruggere la democrazia. E molti americani lo appoggiano entusiasticamente, convinti che stia salvando il paese.


Doremus Jessup: il resistente riluttante

Il protagonista del romanzo non è Windrip — è Doremus Jessup, un editore di giornale di una piccola città del Vermont. Jessup è un liberale moderato, un uomo ragionevole, un tipico rappresentante della classe media istruita. All’inizio del romanzo, è convinto che “non può succedere qui” — che l’America è troppo pragmatica, troppo individualista, troppo democratica per il fascismo.

Si sbaglia.

Il romanzo segue la graduale radicalizzazione di Jessup. Dapprima minimizza la minaccia di Windrip — è solo un buffone, un demagogo, non può vincere. Quando Windrip vince, Jessup spera ancora che le istituzioni lo contengano — i tribunali, il Congresso, la stampa. Quando le istituzioni cedono una dopo l’altra, Jessup si ritrova a dover scegliere: collaborare, tacere, o resistere.

Sceglie di resistere — ma è una resistenza difficile, pericolosa, spesso inefficace. Viene arrestato, torturato, mandato in un campo di concentramento. Fugge in Canada. Torna clandestinamente per continuare a combattere. Non ci sono vittorie gloriose, non c’è lieto fine garantito. C’è solo la scelta quotidiana di continuare a opporsi, anche quando sembra inutile.

Jessup non è un eroe naturale. È un uomo comune — con le sue debolezze, i suoi dubbi, i suoi momenti di vigliaccheria. È questo che lo rende efficace come personaggio: non ci chiede di essere eroi straordinari, ci chiede cosa faremmo noi, persone ordinarie, se ci trovassimo nella sua situazione.


Il fascismo con caratteristiche americane

Ciò che rende It Can’t Happen Here così perturbante non è la brutalità del regime di Windrip — altri romanzi descrivono brutalità peggiori. È quanto il fascismo americano di Lewis sia americano.

Windrip non cita Mussolini o Hitler. Cita la Bibbia, la Costituzione, i Padri Fondatori. Non parla di razza ariana — parla di “veri americani” contro stranieri e sovversivi. Non usa simboli stranieri — usa la bandiera a stelle e strisce, l’aquila, il patriottismo più convenzionale.

Il suo movimento non si chiama Partito Fascista — si chiama “League of Forgotten Men”. I suoi paramilitari non sono Camicie Nere — sono Minute Men, con un nome che evoca la Rivoluzione Americana. La retorica è quella del ritorno alle origini, della purezza tradita, della grandezza perduta e da restaurare.

Lewis capì qualcosa di essenziale: il fascismo non si importa, si adatta. Ogni paese ha le sue tradizioni, i suoi miti, i suoi risentimenti — e il fascismo li usa tutti. Il fascismo americano non sarebbe arrivato con svastiche ma con croci e bandiere. Non con uniformi straniere ma con cappelli da cowboy. Non con ideologie europee ma con slogan americanissimi.

“Quando il fascismo arriverà in America”, scrisse Lewis (o forse non scrisse — la citazione è controversa), “sarà avvolto nella bandiera e porterà una croce.”


I collaborazionisti

Una delle parti più inquietanti del romanzo riguarda i collaborazionisti — le persone rispettabili che si adattano al regime.

C’è il vicino di Jessup che diventa informatore dei Minute Men. C’è il collega giornalista che decide che è più prudente allinearsi. C’è l’uomo d’affari che scopre che il nuovo regime è ottimo per i profitti. C’è il pastore che predica obbedienza all’autorità.

Nessuno di loro si considera malvagio. Tutti hanno le loro giustificazioni: bisogna essere pratici, bisogna proteggere la famiglia, bisogna aspettare tempi migliori, bisogna cambiare il sistema dall’interno. Sono le giustificazioni di sempre — quelle che permettono ai regimi di funzionare, perché nessun regime può sopravvivere con la sola forza: ha bisogno della collaborazione attiva o passiva della maggioranza.

Lewis mostra anche come il regime crei divisioni deliberate. I lavoratori vengono messi contro i disoccupati. I bianchi contro i neri. I cristiani contro gli ebrei. I “veri americani” contro gli intellettuali delle coste. Divide et impera: la tecnica è vecchia, ma funziona sempre.

E mostra come il linguaggio cambi. Parole come “libertà” e “democrazia” vengono svuotate e riempite di significati nuovi. La critica diventa “tradimento”. Il dissenso diventa “antiamericanismo”. La verità diventa ciò che il regime dichiara essere vero.


Il 1935 e il 2025

Quando Lewis pubblicò It Can’t Happen Here, i critici lo trovarono esagerato. Sì, c’erano movimenti fascistoidi in America — il padre Coughlin con le sue trasmissioni antisemite, Huey Long con il suo populismo autoritario — ma l’idea che potessero conquistare la presidenza sembrava fantascienza.

Long fu assassinato pochi mesi dopo la pubblicazione del romanzo. Coughlin perse influenza. La Seconda Guerra Mondiale — con il suo chiaro nemico fascista — sembrò vaccinare l’America contro quella tentazione. It Can’t Happen Here fu relegato a curiosità storica, un “what if” interessante ma superato.

Poi venne il XXI secolo.

Non serve fare nomi per riconoscere i paralleli. Un politico che costruisce la sua base sui risentimenti della classe media bianca. La demonizzazione di immigrati, giornalisti, élite. L’uso spregiudicato delle bugie ripetute fino a diventare “verità alternative”. L’attacco alle istituzioni — tribunali, servizi segreti, processi elettorali. I tentativi di usare la violenza politica quando i mezzi legali falliscono.

Lewis non aveva previsto i dettagli — nessuno può prevedere i dettagli. Ma aveva previsto la struttura: come un demagogo può usare la democrazia contro la democrazia, come i risentimenti possono essere mobilizzati, come le istituzioni possono cedere una dopo l’altra, come le persone rispettabili possono adattarsi a ciò che ieri sembrava impensabile.

Il romanzo non ci dice che il fascismo vincerà in America. Ci dice che può tentare — e che l’unica cosa che lo ferma sono le persone che scelgono di fermarlo.


I limiti del romanzo

It Can’t Happen Here è un romanzo importante, ma non è un capolavoro letterario. Lewis scrisse di fretta, spinto dall’urgenza politica, e si vede.

La trama è episodica, a volte confusa. I personaggi secondari sono spesso abbozzati. Il tono oscilla tra satira e melodramma. E Lewis, che eccelleva nel ritratto della vita quotidiana americana, è meno convincente quando descrive la politica di potere e la violenza organizzata.

C’è anche un limite ideologico. Lewis era un liberale — nel senso americano del termine — e la sua risposta al fascismo è essenzialmente liberale: individui coraggiosi che difendono la libertà contro il collettivismo autoritario. Non c’è un’analisi delle cause economiche del fascismo, non c’è una critica del capitalismo che genera le condizioni per l’ascesa dei demagoghi. Jack London, vent’anni prima, aveva visto più in profondità.

Inoltre, Lewis non poteva prevedere le forme che il fascismo contemporaneo avrebbe preso. Non c’è internet nel suo romanzo, non ci sono social media, non c’è la viralità delle fake news. I Minute Men controllano le strade; oggi il controllo passa anche — forse soprattutto — attraverso gli schermi. La propaganda di Windrip usa i giornali e la radio; la propaganda contemporanea usa algoritmi che personalizzano la manipolazione per ogni singolo utente.

Ma questi limiti non invalidano il romanzo. Lo rendono datato in alcune parti, ma il nucleo — l’avvertimento, la descrizione dei meccanismi — resta valido. E forse è giusto che il romanzo sia imperfetto: è un grido d’allarme, non un trattato. E i gridi d’allarme non devono essere perfetti per essere necessari.


La lezione che non abbiamo imparato

La cosa più deprimente di It Can’t Happen Here è che dovremmo averlo superato. Dovrebbe essere un documento storico, un avvertimento di un’epoca passata, interessante ma non più urgente.

Invece continuiamo a ripubblicare il romanzo. Continua a scalare le classifiche dei bestseller ogni volta che la democrazia americana sembra minacciata. Continuiamo a citarlo, a rileggerlo, a chiederci se stiamo vivendo il prologo di ciò che Lewis immaginò.

Forse la lezione non è che il fascismo “può” succedere in America. È che può succedere ovunque — ogni volta che le condizioni sono giuste: crisi economica, risentimenti accumulati, istituzioni delegittimate, demagoghi pronti a cavalcare il malcontento.

“Non può succedere qui” è sempre stato un modo per non vedere ciò che sta succedendo. È la negazione che permette al disastro di dispiegarsi. Finché crediamo di essere immuni, non ci difendiamo. E quando smettiamo di difenderci, diventiamo vulnerabili.

Lewis scrisse per svegliare i suoi contemporanei. Novant’anni dopo, l’allarme continua a suonare. La domanda è se finalmente lo ascolteremo.


«Il fascismo in America non dirà: ‘Sono il fascismo.’ Dirà: ‘Sono l’americanismo.’» — Attribuito a varie fonti, cattura lo spirito di Sinclair Lewis


Letture di approfondimento

Sinclair Lewis, It Can’t Happen Here (1935)

Philip Roth, Il complotto contro l’America (2004)

Robert Paxton, The Anatomy of Fascism (2004)


Nella collana Stanza101:

Lewis ci ricorda che la distopia non deve essere fantascienza — può essere il nostro vicino che diventa informatore, il nostro collega che decide di “non fare onde”, noi stessi che troviamo sempre una ragione per non agire.

1984 di Orwell mostra il totalitarismo consolidato, il sistema già chiuso. It Can’t Happen Here mostra il momento prima — la transizione, la discesa, il punto in cui si potrebbe ancora fermare tutto ma non lo si fa. È in questo senso complementare: Orwell ci dice dove potremmo finire; Lewis ci dice come ci arriviamo.

Democrazia Low Cost di Mario Burri condivide con Lewis l’attenzione per i meccanismi quotidiani del consenso. Il PCA non ha bisogno di Minute Men perché ha qualcosa di più efficace: i cittadini che controllano altri cittadini, non per paura ma per punti. È Windrip senza la violenza esplicita — il che lo rende, paradossalmente, ancora più difficile da riconoscere e combattere.

E L’estetica del silenzio mostra cosa succede quando la transizione è completa: Syme non ricorda un’epoca diversa, non ha nostalgia della libertà, non può immaginare alternative. È il figlio del regime di Windrip — la generazione che è cresciuta dentro il sistema e per cui il sistema è semplicemente la realtà.


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