/per·dó·no/ (s.m.)
Archeolingua: Atto con cui si rinuncia al risentimento verso chi ci ha offeso. Per i cristiani, un dovere e una liberazione. Per i filosofi, la massima espressione di libertà: smettere di essere prigionieri del torto subito.
Neolingua: CEDIMENTO GIUDIZIARIO. I crimini contro il Partito non si perdonano: si puniscono. Il perdono è una debolezza, un’ammissione che la giustizia può essere sospesa. Solo il Partito decide quando una colpa è estinta — e nessuna colpa è mai veramente estinta.
Perché il Partito lo teme: Chi perdona esercita un potere che non gli appartiene. Decide autonomamente di assolvere. È un atto di sovranità personale in un mondo dove ogni sovranità appartiene al Partito. Inoltre, il perdono spezza il ciclo della paura — e il Partito vive di paura.
«Mi hanno insegnato a non perdonare mai. Non perché il torto sia imperdonabile, ma perché chi perdona smette di odiare. E hanno bisogno che io odi.»